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6288 chilometri in 10 giorni – Parte Prima

lunedì, 25 giugno 2012

Mendoza – San Carlos de Bariloche – El Calafate
El Calafate – San Carlos de Bariloche – Mendoza


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Non ho una motocicletta con me, sono solo e non dispongo di una riserva illimitata di pesos. L’aereo, dunque, è da scartare. Ho solo dieci giorni di tempo per andare più a sud che posso, perché entro la vigilia di Natale vorrei essere di ritorno a Mendoza. L’unica soluzione è il viaggio in autobus. Lo dico un po’ a tutti; lo dico agli amici prima di partire per l’Argentina e poi lo dico anche ai miei parenti argentini una volta arrivato a Mendoza. Tutti sono concordi nell’alzare il sopracciglio e farmi capire che forse non è la scelta più saggia, sebbene si tratti dell’unica strada percorribile. Così il 12 dicembre riesco a ottenere i biglietti A/R per San Carlos de Bariloche, Patagonia. Una volta arrivato, dovrò procurarmi i biglietti A/R per El Calafate, ancora più giù, sempre Patagonia. Trovare posto non è sicuro, perché durante le festività natalizie l’Argentina è un mezzo continente in movimento; le famiglie si ricongiungono e tutti utilizzano l’autobus, soprattutto perché costa poco. Il rischio è di arrivare a Bariloche il 14 dicembre, non trovare posto sui pullman in partenza per la Patagonia meridionale ed essere costretto a rimanere fermo fino al 22 dicembre. Parto lo stesso, fregandomene e dimostrando – per la prima volta in vita mia – un’audacia che non riesco a riconoscere. Ma forse, come spesso accade, confondiamo l’inconsapevolezza con l’audacia.

Seimiladuecentottantotto chilometri in soli dieci giorni.
Tutto ha inizio a Mendoza, in un’afosa sera di dicembre.

Mendoza – San Carlos de Bariloche
13 dicembre 2011 – 20:35 (ora argentina)

Mathias si offre di accompagnarmi al Terminal di Mendoza e lungo la strada mi chiede di confermargli il giorno e l’ora del mio ritorno, visto e considerato che il mio unico contatto tecnologico con il resto del mondo è un cellulare che non sempre riesce ad agganciarsi alle celle argentine.
Arrivo al Terminal alle 20:43, convinto che in Argentina tutto funzioni col metodo italiano. Così non è, una piccola folla è assiepata lungo il fianco destro dell’autobus; ogni passeggero consegna la propria valigia al ragazzo dei bagagli e poi riceve un piccolo tagliando in cambio della propina (mancia). Mi metto in coda, consegno il mio zaino e il ragazzo comincia a guardarmi e a dire propina propina. Per tutta risposta gli sfilo il tagliando dalla mano destra e salgo sul pullman. Prima e ultima volta, poiché mi accorgo che il ragazzo e gli altri passeggeri mi guardano malissimo. Capisco di esser stato involontariamente un maleducato e mi arrabbio con me stesso per la figuraccia tipica del turista straniero che non capisce bene la lingua locale. Mi farò perdonare al ritorno, regalando al ragazzo una propina faraonica.
L’autobus lascia lentamente il Terminal di Mendoza mentre il sole è già scivolato al di là delle Ande. Attraversiamo la periferia mendocina e di colpo il panorama cambia: solo oscurità, fari accesi e la cordigliera alla nostra destra, lontanissima e perduta. Ora sono veramente solo, la Patagonia è lontana diciassette ore di viaggio.

Mi sveglio all’improvviso, guardo l’orologio e sono ancora le tre di notte. Siamo fermi ma non si sa perché. Scosto lentamente la tendina e vedo un paio di militari parlare col conducente. Hanno torce elettriche in mano e gesticolano ma sembrano tranquilli. L’autobus riparte e solo adesso alzo gli occhi al cielo: una miriade di stelle, disposte così vicine l’una all’altra da non riuscire a distinguerle. È la prima volta che vedo uno spettacolo simile. Mi vengono in mente le veglie notturne in campagna, le montagne siciliane e le costellazioni del sud Italia; qui però è diverso, è tutto più grande ed eccezionale, complici l’emisfero e il deserto assoluto in cui ci troviamo a viaggiare. Mando qualche SMS in Italia (approfittando di uno scatto d’orgoglio del cellulare altrimenti moribondo) e mi riaddormento guardando le stelle del sud del mondo.

[continua...]

Anderivieni

mercoledì, 29 febbraio 2012

Santiago de Chile – Mendoza


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3 dicembre 2011 – 11:00 (ora cilena)
Paula mi accompagna in auto al Terminal de Buses di Santiago, un modo come un altro per sperimentare il traffico cileno. Saremmo in perfetto orario se non fosse per la maratona Telethon che all’altezza del Palacio de La Moneda ci sbarra la strada e ci costringe a un carosello di vie laterali e semi-sconosciute che faranno arrivare Paula in ritardo al lavoro e me con il meraviglioso anticipo ridotto a poco più di trenta minuti. Saluto Paula e balzo fuori dall’auto, trascino la valigia verso una stazione che non ho mai visto e dentro di me monta una paura che non riconosco e non so come affrontare.
Nel grandissimo Terminal il posto più sicuro sembra essere un Internet Point (sulla sicurezza degli Internet Point bisognerebbe fare un discorso a parte poiché si tratta di una sicurezza effimera, legata semplicemente a quelli che ormai sono gesti quotidiani; ti sembra di essere al sicuro solo perché stai chattando – come fai sempre – con le persone che conosci e di cui ti fidi).
Il bus è del tipo che qui chiamano semi-cama: ha sedili spaziosi e uno spazio aggiuntivo per distendere le gambe e riposarsi più facilmente. Il viaggio da Santiago a Mendoza è un’autentica traversata: le sporadiche case cilene proprio sotto la Cordigliera delle Ande cedono il posto a grossi ruscelli di montagna che più in alto si tramutano in eccitatissimi torrenti con rapide e grossi macigni che fuoriescono a stento dalle acque. Il paesaggio cambia, diventa più arido e la strada serpeggia letteralmente verso il cielo. Un lungo lombrico che si snoda dalle Ande cilene verso Santiago promettendo lo stesso movimento sulla controparte argentina. Il bus percorre la schiena del lombrico fino alla frontiera, lì dove la cima ha sempre diviso le acque e il destino dei popoli di questa zona.

Il Cile mi saluta con un timbro d’uscita mentre l’Argentina non controlla alcun bagaglio. La strada per Mendoza ovviamente diventa facile come buttarsi con la bicicletta lungo una discesa, senza freni. L’area di Mendoza è un’oasi nel deserto, una vastissima distesa di alberi e canali che portano l’acqua fresca andina fino a valle. Il bus si lascia scivolare lentamente verso Uspallata, il piccolissimo paesino infilato sotto l’Aconcagua (6962 metri di altezza) che Jean-Jacques Annaud decise di trasformare nella “seconda Himalaya”, girandovi il film “Sette anni in Tibet”.

Cani e vecchi furgoncini Chevrolet dappertutto. Non è ancora l’ora del tramonto ma i raggi del sole si infilano tra rami foglie e polvere; sembrano nascere dalla terra anziché dal cielo, piccole colonne di luce in una strada polverosa d’altri tempi.
Scendo dal bus e il caldo mendocino mi assale.
Mi siedo sulla panchina del Terminal di Mendoza e guardo il sole tramontare.

SantiaGO! – Parte Terza

venerdì, 30 dicembre 2011

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Alle nove di mattina Santiago è già congestionata da un traffico cortese ma fermo. L’aria è pesante anche se di tanto in tanto una brezza leggerissima ti ricorda che l’ossigeno esiste.
Una strada che sale e spacca a metà piccole case coloratissime (non esistono piani regolatori all’europea né discutibili leggi sul colore dei palazzi), qualche cane sporadico, venditori di humitas e paccottiglia per turisti. In cima la Chascona, una delle tre case cilene di Pablo Neruda.

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Un piano sull’altro, una casa immensa che sembra esplodere come un fuoco d’artificio in tante piccole camere che di certo sono cadute lentamente e in ordine sparso all’interno di un giardino con vista su Santiago e – in fondo – la Cordigliera.
Tema unico: il mare. Varianti: sandìa (anguria), bottiglie, bambole, stampe surrealiste.

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Un gruppo di stanze per mangiare, un altro gruppo per rilassarsi e scrivere, una camera da letto per i giorni d’estate e un’altra per quelli invernali, un bar all’aperto e uno al chiuso.
Come si conosce ancor più intimamente un poeta che ha scritto così tanto (e così bene)? Adesso ho la risposta.

Intermezzo

sabato, 24 dicembre 2011

La polvere si deposita lentamente, qui in Argentina.
Si alza per un nonnulla e per interi minuti non respiri altro che terra, poi la coltre comincia a sparire e ti chiedi se quei colori esistevano anche prima o se il merito è solo della polvere.
Anche questa volta la polvere si lascia cadere giù un po’ come viene. E sul lato opposto della strada c’è lei: boccoli biondi, occhi chiari e grandi, labbra che promettono sorrisi.
Credo abbia poco meno di otto anni, tuttavia mi ricorda te.
Mi saluta e io ricambio mentre il conducente del colectivo urla di risalire a bordo.
Partiamo, la bambina non c’è più. Solo polvere. Molta polvere.
Appoggio la fronte al finestrino e cerco di farmi forza.
L’ho vista perfino in Patagonia, andrò a dire in giro.

SantiaGO! – Parte seconda

giovedì, 8 dicembre 2011

Julietta mi invita a guardare oltre i grandi palazzi, sede di oficinas*.
«Dovresti vedere le Ande», mi dice «ma non puoi a causa dello smog. Questa città vive sotto una nuvola di smog.»
Santiago conta poco più di sei milioni di abitanti ed è la settima città più popolosa del Sudamerica. Fondata nel 1541 da Pedro de Valdivia, uno dei due tenenti di Pizarro, la città venne chiamata Santiago del Nuevo Extremo con riferimento esplicito alla vecchia Santiago europea.

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Stiamo passeggiando lungo una delle vie centrali. Julietta è una delle mie cugine sudamericane (le chiamo cugine anche se in realtà siamo figli di cugini), ha una figlia, Martina, e una sorella, Paula. Mi ospiteranno per un paio di giorni, fino alla mia partenza per Mendoza.
La piccola Martina è intelligentissima e, prima di uscire di casa, ha provato a leggere in italiano. Mi ha mostrato un vecchio quaderno di esercizi d’italiano e mi ha battuto a domino finché non ho deciso che il gioco era durato anche troppo.
Adesso prende a calci una lattina di Sprite in attesa che il semaforo diventi verde. Passiamo dal negozio di arredamento in cui lavora Paula, io sono un po’ stanco per il viaggio in aereo ma una cena a base di pesce non la si rifiuta per principio. Le tre ragazze insistono affinché io assaggi il salmone, che mi viene servito insieme a patatine fritte e insalata. Buonissimo.
Parliamo dei nonni, della nostra famiglia e io mi sento a casa. Le guardo e sono contento di trovarmi a cena con loro, come se ci conoscessimo da sempre.
Ho una casa anche dall’altra parte del mondo, mi dico. E forse non ho tutti i torti.

* In realtà capisco solo molti minuti più tardi che Julietta si riferisce agli uffici; inizialmente credevo esistessero meccanici così facoltosi da potersi permettere un intero grattacielo anziché il solito scalcinato garage.

SantiaGO! – Parte prima

lunedì, 5 dicembre 2011

Dieci pagine fitte di appunti e non so da dove cominciare.
In tre giorni ho attraversato le Ande e non so quanti fusi, mi sono svegliato mentre il sole assaliva l’aereo alle spalle, ho visto una distesa di nuvole tutte diverse (alcune dalla consistenza di zucchero filato, altre imitavano alla perfezione il latte che si perde nel thè caldo), ho iniziato il mio primo vero viaggio.

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1 dicembre, Santiago de Chile
11:00 (ora cilena)

Non so come finisco dentro il taxi. Passata la dogana mi muovo come un automa, ripeto l’indirizzo al tizio della compagnia di trasporti, pago, prendo il biglietto ed esco nella calura cilena. Vengo indirizzato verso un taxi che mi aspetta con il motore acceso. Salgo, ripeto l’indirizzo al conducente e gli chiedo se per caso parla un po’ di italiano. Mi risponde “no, soy cileno” e non capisco se ha capito male o se vuole giocare al piccolo Lapalisse con me.

Si chiama Caniumilla, Gustavo Caniumilla. Abita a Santiago da trent’anni ma è nato in riva al mare. Al mio “¿Cuánto tiempo demorará?” (con l’aiuto del frasario so’ boni tutti) mi spiattella un ottimista “veinte”; venti minuti che, nel giro di pochi istanti, diventano quarantacinque in bocca a Gustavo Caniumilla. Che Caniumilla è, per carità. È tranquillo, non sfora i 110 km/h e controlla il percorso più breve (il pagamento anticipato non gli permette di fare il furbo). Mi dice “tráfico” sbuffando e io colgo la palla al balzo e rilancio con un “eh, soy de Roma” con gli accenti al posto giusto. Gustavo però non coglie la mia pregnante analisi sociologica e preferisce non accodarsi a questo italiano scemo che poco ci manca che affermi “italiani e cileni, una faccia una razza”.

Poi, così, all’improvviso lungo la Ruta 5 appare la scritta SANTIAGO, proprio sotto i primi palazzoni della città. La prima impressione è quella di una città dell’Italia meridionale ipertrofica con enormi grattacieli e strade a tre corsie. Se state pensando “Napoli!” siete fuori strada. Io pensavo alla Calabria, ma si è trattato solo di un istante, basato quasi esclusivamente sulle immagini della periferia. Santiago è tutt’altro.

Due cose mi colpiscono subito: gli uomini che raccolgono cartacce anche negli spazi deserti tra una superstrada e l’altra, e i tizi che passano tra le macchine ferme al semaforo con l’occorrente per pulire i vetri. Non iniziano a pulire se non dai loro il permesso.
C’è anche una terza cosa che non posso fare a meno di registrare. Si tratta di una canzone di Paulina Rubio che proviene dalla radio della macchina a fianco. A volumi degni di una discoteca.
Benvenuti in Cile.

Ho messo il tuo cappello per farmi compagnia

giovedì, 3 novembre 2011

È un novembre che assomiglia a un timido maggio o forse a un luglio un po’ in ritardo, con le borse sotto gli occhi e qualche spicciolo in tasca. È novembre fuori dalla finestra e dentro casa ci sono libri da finire, guide da sottolineare, mappe da guardare. Ogni tanto mi rifugio in un angolo della casa che nessuno conosce, osservo il vecchio atlante geografico e faccio scorrere le dita lungo la Ruta Nacional 40, una delle strade più famose del mondo, consapevole di non poterla percorrere per intero. In realtà non so ancora come arriverò fino a Ushuaia, ma poco importa. Mi ripeto che voglio viaggiare da solo, che non ho particolari paure, che se non si fa qualcosa di lievemente straordinario poi con che coraggio potrò fantasticare di ipotetici avventurosi racconti per piccoli ipotetici nipoti davanti ad altrettanto ipotetici caminetti? E così la matita è mia amica; sottolineo, cerchio, immagino e progetto.
Un viaggio lungo almeno dieci anni. In tutti questi anni ho sempre sentito nominare l’Argentina come fosse una seconda casa, un luogo dove poter mettere piede e sentire che le scarpe scricchiolano sulla terra come fosse terra siciliana. Così approfitto di questa nuova condizione di giovane laureato con un pezzo di carta in mano e prendo un aereo.
Atterrerò a Santiago del Cile e da lì, tramite la corriera, attraverserò il confine tra Cile e Argentina. Non si entra mai in un paese seguendo la via più semplice e veloce, a meno che tu non sia un turista. Questa è l’unica cosa che so del mio viaggio. Il resto sono solo appunti, idee, progetti, ma nulla di concreto. Le date non dovranno essere un problema e il tempo deciderà per me.
Parto tra poco meno di un mese.
Non mi dimentico del blog, anzi.
C’è anche un tumblr di fotografie, per questi 44 giorni in America del Sud.