Mendoza – San Carlos de Bariloche – El Calafate
El Calafate – San Carlos de Bariloche – Mendoza
Non ho una motocicletta con me, sono solo e non dispongo di una riserva illimitata di pesos. L’aereo, dunque, è da scartare. Ho solo dieci giorni di tempo per andare più a sud che posso, perché entro la vigilia di Natale vorrei essere di ritorno a Mendoza. L’unica soluzione è il viaggio in autobus. Lo dico un po’ a tutti; lo dico agli amici prima di partire per l’Argentina e poi lo dico anche ai miei parenti argentini una volta arrivato a Mendoza. Tutti sono concordi nell’alzare il sopracciglio e farmi capire che forse non è la scelta più saggia, sebbene si tratti dell’unica strada percorribile. Così il 12 dicembre riesco a ottenere i biglietti A/R per San Carlos de Bariloche, Patagonia. Una volta arrivato, dovrò procurarmi i biglietti A/R per El Calafate, ancora più giù, sempre Patagonia. Trovare posto non è sicuro, perché durante le festività natalizie l’Argentina è un mezzo continente in movimento; le famiglie si ricongiungono e tutti utilizzano l’autobus, soprattutto perché costa poco. Il rischio è di arrivare a Bariloche il 14 dicembre, non trovare posto sui pullman in partenza per la Patagonia meridionale ed essere costretto a rimanere fermo fino al 22 dicembre. Parto lo stesso, fregandomene e dimostrando – per la prima volta in vita mia – un’audacia che non riesco a riconoscere. Ma forse, come spesso accade, confondiamo l’inconsapevolezza con l’audacia.
Seimiladuecentottantotto chilometri in soli dieci giorni.
Tutto ha inizio a Mendoza, in un’afosa sera di dicembre.
Mendoza – San Carlos de Bariloche
13 dicembre 2011 – 20:35 (ora argentina)
Mathias si offre di accompagnarmi al Terminal di Mendoza e lungo la strada mi chiede di confermargli il giorno e l’ora del mio ritorno, visto e considerato che il mio unico contatto tecnologico con il resto del mondo è un cellulare che non sempre riesce ad agganciarsi alle celle argentine.
Arrivo al Terminal alle 20:43, convinto che in Argentina tutto funzioni col metodo italiano. Così non è, una piccola folla è assiepata lungo il fianco destro dell’autobus; ogni passeggero consegna la propria valigia al ragazzo dei bagagli e poi riceve un piccolo tagliando in cambio della propina (mancia). Mi metto in coda, consegno il mio zaino e il ragazzo comincia a guardarmi e a dire propina propina. Per tutta risposta gli sfilo il tagliando dalla mano destra e salgo sul pullman. Prima e ultima volta, poiché mi accorgo che il ragazzo e gli altri passeggeri mi guardano malissimo. Capisco di esser stato involontariamente un maleducato e mi arrabbio con me stesso per la figuraccia tipica del turista straniero che non capisce bene la lingua locale. Mi farò perdonare al ritorno, regalando al ragazzo una propina faraonica.
L’autobus lascia lentamente il Terminal di Mendoza mentre il sole è già scivolato al di là delle Ande. Attraversiamo la periferia mendocina e di colpo il panorama cambia: solo oscurità, fari accesi e la cordigliera alla nostra destra, lontanissima e perduta. Ora sono veramente solo, la Patagonia è lontana diciassette ore di viaggio.
Mi sveglio all’improvviso, guardo l’orologio e sono ancora le tre di notte. Siamo fermi ma non si sa perché. Scosto lentamente la tendina e vedo un paio di militari parlare col conducente. Hanno torce elettriche in mano e gesticolano ma sembrano tranquilli. L’autobus riparte e solo adesso alzo gli occhi al cielo: una miriade di stelle, disposte così vicine l’una all’altra da non riuscire a distinguerle. È la prima volta che vedo uno spettacolo simile. Mi vengono in mente le veglie notturne in campagna, le montagne siciliane e le costellazioni del sud Italia; qui però è diverso, è tutto più grande ed eccezionale, complici l’emisfero e il deserto assoluto in cui ci troviamo a viaggiare. Mando qualche SMS in Italia (approfittando di uno scatto d’orgoglio del cellulare altrimenti moribondo) e mi riaddormento guardando le stelle del sud del mondo.
[continua...]




















