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SantiaGO! – Parte Terza

venerdì, 30 dicembre 2011

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Alle nove di mattina Santiago è già congestionata da un traffico cortese ma fermo. L’aria è pesante anche se di tanto in tanto una brezza leggerissima ti ricorda che l’ossigeno esiste.
Una strada che sale e spacca a metà piccole case coloratissime (non esistono piani regolatori all’europea né discutibili leggi sul colore dei palazzi), qualche cane sporadico, venditori di humitas e paccottiglia per turisti. In cima la Chascona, una delle tre case cilene di Pablo Neruda.

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Un piano sull’altro, una casa immensa che sembra esplodere come un fuoco d’artificio in tante piccole camere che di certo sono cadute lentamente e in ordine sparso all’interno di un giardino con vista su Santiago e – in fondo – la Cordigliera.
Tema unico: il mare. Varianti: sandìa (anguria), bottiglie, bambole, stampe surrealiste.

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Un gruppo di stanze per mangiare, un altro gruppo per rilassarsi e scrivere, una camera da letto per i giorni d’estate e un’altra per quelli invernali, un bar all’aperto e uno al chiuso.
Come si conosce ancor più intimamente un poeta che ha scritto così tanto (e così bene)? Adesso ho la risposta.

Intermezzo

sabato, 24 dicembre 2011

La polvere si deposita lentamente, qui in Argentina.
Si alza per un nonnulla e per interi minuti non respiri altro che terra, poi la coltre comincia a sparire e ti chiedi se quei colori esistevano anche prima o se il merito è solo della polvere.
Anche questa volta la polvere si lascia cadere giù un po’ come viene. E sul lato opposto della strada c’è lei: boccoli biondi, occhi chiari e grandi, labbra che promettono sorrisi.
Credo abbia poco meno di otto anni, tuttavia mi ricorda te.
Mi saluta e io ricambio mentre il conducente del colectivo urla di risalire a bordo.
Partiamo, la bambina non c’è più. Solo polvere. Molta polvere.
Appoggio la fronte al finestrino e cerco di farmi forza.
L’ho vista perfino in Patagonia, andrò a dire in giro.

SantiaGO! – Parte seconda

giovedì, 8 dicembre 2011

Julietta mi invita a guardare oltre i grandi palazzi, sede di oficinas*.
«Dovresti vedere le Ande», mi dice «ma non puoi a causa dello smog. Questa città vive sotto una nuvola di smog.»
Santiago conta poco più di sei milioni di abitanti ed è la settima città più popolosa del Sudamerica. Fondata nel 1541 da Pedro de Valdivia, uno dei due tenenti di Pizarro, la città venne chiamata Santiago del Nuevo Extremo con riferimento esplicito alla vecchia Santiago europea.

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Stiamo passeggiando lungo una delle vie centrali. Julietta è una delle mie cugine sudamericane (le chiamo cugine anche se in realtà siamo figli di cugini), ha una figlia, Martina, e una sorella, Paula. Mi ospiteranno per un paio di giorni, fino alla mia partenza per Mendoza.
La piccola Martina è intelligentissima e, prima di uscire di casa, ha provato a leggere in italiano. Mi ha mostrato un vecchio quaderno di esercizi d’italiano e mi ha battuto a domino finché non ho deciso che il gioco era durato anche troppo.
Adesso prende a calci una lattina di Sprite in attesa che il semaforo diventi verde. Passiamo dal negozio di arredamento in cui lavora Paula, io sono un po’ stanco per il viaggio in aereo ma una cena a base di pesce non la si rifiuta per principio. Le tre ragazze insistono affinché io assaggi il salmone, che mi viene servito insieme a patatine fritte e insalata. Buonissimo.
Parliamo dei nonni, della nostra famiglia e io mi sento a casa. Le guardo e sono contento di trovarmi a cena con loro, come se ci conoscessimo da sempre.
Ho una casa anche dall’altra parte del mondo, mi dico. E forse non ho tutti i torti.

* In realtà capisco solo molti minuti più tardi che Julietta si riferisce agli uffici; inizialmente credevo esistessero meccanici così facoltosi da potersi permettere un intero grattacielo anziché il solito scalcinato garage.

SantiaGO! – Parte prima

lunedì, 5 dicembre 2011

Dieci pagine fitte di appunti e non so da dove cominciare.
In tre giorni ho attraversato le Ande e non so quanti fusi, mi sono svegliato mentre il sole assaliva l’aereo alle spalle, ho visto una distesa di nuvole tutte diverse (alcune dalla consistenza di zucchero filato, altre imitavano alla perfezione il latte che si perde nel thè caldo), ho iniziato il mio primo vero viaggio.

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1 dicembre, Santiago de Chile
11:00 (ora cilena)

Non so come finisco dentro il taxi. Passata la dogana mi muovo come un automa, ripeto l’indirizzo al tizio della compagnia di trasporti, pago, prendo il biglietto ed esco nella calura cilena. Vengo indirizzato verso un taxi che mi aspetta con il motore acceso. Salgo, ripeto l’indirizzo al conducente e gli chiedo se per caso parla un po’ di italiano. Mi risponde “no, soy cileno” e non capisco se ha capito male o se vuole giocare al piccolo Lapalisse con me.

Si chiama Caniumilla, Gustavo Caniumilla. Abita a Santiago da trent’anni ma è nato in riva al mare. Al mio “¿Cuánto tiempo demorará?” (con l’aiuto del frasario so’ boni tutti) mi spiattella un ottimista “veinte”; venti minuti che, nel giro di pochi istanti, diventano quarantacinque in bocca a Gustavo Caniumilla. Che Caniumilla è, per carità. È tranquillo, non sfora i 110 km/h e controlla il percorso più breve (il pagamento anticipato non gli permette di fare il furbo). Mi dice “tráfico” sbuffando e io colgo la palla al balzo e rilancio con un “eh, soy de Roma” con gli accenti al posto giusto. Gustavo però non coglie la mia pregnante analisi sociologica e preferisce non accodarsi a questo italiano scemo che poco ci manca che affermi “italiani e cileni, una faccia una razza”.

Poi, così, all’improvviso lungo la Ruta 5 appare la scritta SANTIAGO, proprio sotto i primi palazzoni della città. La prima impressione è quella di una città dell’Italia meridionale ipertrofica con enormi grattacieli e strade a tre corsie. Se state pensando “Napoli!” siete fuori strada. Io pensavo alla Calabria, ma si è trattato solo di un istante, basato quasi esclusivamente sulle immagini della periferia. Santiago è tutt’altro.

Due cose mi colpiscono subito: gli uomini che raccolgono cartacce anche negli spazi deserti tra una superstrada e l’altra, e i tizi che passano tra le macchine ferme al semaforo con l’occorrente per pulire i vetri. Non iniziano a pulire se non dai loro il permesso.
C’è anche una terza cosa che non posso fare a meno di registrare. Si tratta di una canzone di Paulina Rubio che proviene dalla radio della macchina a fianco. A volumi degni di una discoteca.
Benvenuti in Cile.

Ho messo il tuo cappello per farmi compagnia

giovedì, 3 novembre 2011

È un novembre che assomiglia a un timido maggio o forse a un luglio un po’ in ritardo, con le borse sotto gli occhi e qualche spicciolo in tasca. È novembre fuori dalla finestra e dentro casa ci sono libri da finire, guide da sottolineare, mappe da guardare. Ogni tanto mi rifugio in un angolo della casa che nessuno conosce, osservo il vecchio atlante geografico e faccio scorrere le dita lungo la Ruta Nacional 40, una delle strade più famose del mondo, consapevole di non poterla percorrere per intero. In realtà non so ancora come arriverò fino a Ushuaia, ma poco importa. Mi ripeto che voglio viaggiare da solo, che non ho particolari paure, che se non si fa qualcosa di lievemente straordinario poi con che coraggio potrò fantasticare di ipotetici avventurosi racconti per piccoli ipotetici nipoti davanti ad altrettanto ipotetici caminetti? E così la matita è mia amica; sottolineo, cerchio, immagino e progetto.
Un viaggio lungo almeno dieci anni. In tutti questi anni ho sempre sentito nominare l’Argentina come fosse una seconda casa, un luogo dove poter mettere piede e sentire che le scarpe scricchiolano sulla terra come fosse terra siciliana. Così approfitto di questa nuova condizione di giovane laureato con un pezzo di carta in mano e prendo un aereo.
Atterrerò a Santiago del Cile e da lì, tramite la corriera, attraverserò il confine tra Cile e Argentina. Non si entra mai in un paese seguendo la via più semplice e veloce, a meno che tu non sia un turista. Questa è l’unica cosa che so del mio viaggio. Il resto sono solo appunti, idee, progetti, ma nulla di concreto. Le date non dovranno essere un problema e il tempo deciderà per me.
Parto tra poco meno di un mese.
Non mi dimentico del blog, anzi.
C’è anche un tumblr di fotografie, per questi 44 giorni in America del Sud.