13 marzo 2010

© styush
« Il tuo mondo finisce lì » disse mio cugino indicando il frutteto più a sud.
E io lì – lì dove finisce il mondo, intendo – c’ero stato parecchie volte. Avevo il mio deposito di armi batteriologiche e forse inconsciamente sapevo già che lì si sarebbe combattuta la battaglia di una vita. Mio cugino non era mai stato nel mio territorio di confine poiché il suo limes era molto più a valle, lui combatteva una guerra secolare con i gatti randagi e le cornacchie scontrose. Le mie battaglie invece mi vedevano contrapposto a legioni di formiche e innocenti topi di campagna.
« Ma potrò venire ogni tanto fin laggiù per darti una mano? » chiesi ingenuamente.
« Tu devi essere scemo » tagliò corto lui, prendendo il suo arco e scendendo dalla terrazza.
Provai a infilarmi tra le sue gambe per implorarlo ma poi mi dissi che il mio rango di valoroso combattente non prevedeva tali bassezze e che avrei dovuto dimostrare il mio coraggio sul campo anziché nell’affronto al mio idolo incontrastato. Saltai gli ultimi scalini con abile mossa e passai indifferente accanto alle mie cugine che confezionavano stupidi amuleti con palline di vetro.
Il mio mondo finisce qui. Il mio mondo finisce qui. Il mio mondo finisce qui.
Seduto sotto il mandorlo non riuscivo a capire cosa fosse quella voglia di oltrepassare il limite impostomi. Voglio dire, che cosa stupida, mi ha detto non allontanarti e io ho voglia di allontanarmi. E poi perché, ogni volta che qualcuno decide per te, la prospettiva di quel che c’è oltre quel cespuglio ti affascina in una maniera tale da spingerti a scoprirlo?
Guardavo il cespuglio (dannati limiti, hanno sempre qualcosa che li nasconde ai tuoi occhi) e immaginavo un mondo nuovo là dietro, sebbene dalla terrazza il panorama fosse sempre lo stesso. Alberi d’ulivo a perdita d’occhio. In fondo, quasi vicino alla casa invernale, la raffineria. Ma quella era una certezza, un giorno avrei portato la mia guerra fin lì.
« A tavolaaa! »
S’udì il richiamo del rancio ma io raccolsi la mia cerbottana (mio padre non avrebbe mai dovuto insegnarci a costruire rudimentali flauti con il bambù, opportune modifiche mi avevano permesso di trasformare un oggetto innocuo in un’arma di distruzione e morte) e le palline di farina indurita, misi la ghirba al collo, il coltellino svizzero nella tasca dei pantaloncini gialli e mi incamminai. Oltre il cespuglio.
(continua qui…)
Soundtrack
Mercoledì, Marta Sui Tubi
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13 marzo 2010

© absinth88
C’è qualcosa di estremamente triste nelle partenze. Sì, so di aver scritto una cosa abbastanza banale; condivisibile eppure tremendamente ovvia. Ma non posso fare a meno di pensarci. C’è qualcosa di triste nelle partenze. E c’è qualcosa, dentro questa frase, che non riesce a convincermi del tutto. Perché forse ho sempre vissuto le mie partenze in maniera abbastanza superficiale, quasi come un estraneo al problema.
Non sono il tipo di persona che comincia a fare la valigia giorni prima, accumulando camicie pulite e mutandemagliettecalze sul divano del salotto. Non compro biglietti mesi prima e tendenzialmente sono abbastanza menefreghista nei confronti del mio portafogli, quando si tratta di viaggiare. Il tradizionale giro dei parenti è distante anni luce dal mio modo di vivere i rapporti di sangue, e dunque si tratta di un problema in meno.
Eppure, pensandoci bene, c’è qualcosa di estremamente triste in ogni mia partenza. E la responsabilità di tutto è da imputare a due fattori: il richiamo della terra e il mio istinto di sopravvivenza. Due cose che convivono talmente bene dentro me che, per evitare di sentire il richiamo della terra, il mio istinto di sopravvivenza mette in atto tutta una serie di escamotage per permettermi di aggrapparmi alle poche certezze di cui dispongo.
C’è una cosa che mi manca della Sicilia ed è il mare. Ma non tanto il mare quanto elemento visivo, piuttosto il profumo. La salsedine. Giù la salsedine ricopre ogni cosa; la senti dura e crostosa sotto le mani mentre accarezzi una ringhiera, la senti pungente e decorosa sulle labbra, la senti aderire ai capelli. Dunque posso affermare tranquillamente che la salsedine rappresenta uno dei pochi elementi costanti della mia vita.
Qui a Roma no. Qui non c’è salsedine e la salsedine di Ostia e del litorale romano non è la salsedine della Sicilia. Qui sembra quasi slavata, poco aggressiva e a tratti pure indulgente, come a dire “state tranquilli che non vi spacco la vernice dello steccato e non faccio arrugginire nulla”.
E dunque qui il mio spirito di sopravvivenza si attacca ad altri elementi. La luce, in primis; la luce dei tramonti romani, quando il sole taglia i tetti della città come fossero scorze d’arancia. La luce e gli odori. Non ricordo una primavera siciliana negli ultimi anni. Una primavera passata in Sicilia, vedere i fiori sbocciare, sentire i profumi forti della mia terra.
Volerti abbracciare, bottiglia di salsa fresca. Volerti abbracciare e non sapere il perché.
Soundtrack
Down River, The Temper Trap
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3 marzo 2010
Poi ci penso meno di un attimo e ti vedo come sei,
mi dispiace ma non posso, sbaglierei.
Iceberg, Perturbazione
Al telefono mi chiedi se per caso non stia nevicando, quaggiù. Ti dico di no e allora ridi, sento un rumore strano e poi la connessione che muore. Il rombo delle automobili riprende il sopravvento, come in quei documentari dove finché senti il narratore parlare va tutto bene, il fruscio rimane in sottofondo, non appena lui sta zitto e riprende fiato, ecco riemergere tutto il sottobosco di vento, pioggia, animali che fanno le loro cose e giungle che sanno il fatto loro. Sono entrata nel primo supermercato che ho trovato, ho girato tra gli scaffali, tra le fette biscottate e il reparto pescheria. Non ho comprato nulla, ma ho visto te in ogni barattolo, in ogni bottiglia, in ogni shampoo. C’è chi mi ha vista piangere di fronte ai dentifrici, perché avrei voluto spremere il tubetto, sporcarmi le dita e passarle sui tuoi denti bianchi. Uno per uno, pulirli ancora di più, farli risplendere, renderli perfetti per affondare nella mia carne.
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26 febbraio 2010
Il rimedio all’imprevedibilità della sorte, alla caotica incertezza del futuro è la facoltà di fare e mantenere promesse.
Hannah Arendt
Proviamo a fare il punto della situazione.
Io non so mantenere le promesse. Non lo so fare, non mi viene naturale, non riesco a portare a termine l’eco delle mie parole. Di contro sono bravissimo a farle, quelle promesse. Prometto di tutto e poi puntualmente (sarebbe meglio dire improvvisamente) non mantengo nulla. Ho sempre rifiutato l’idea di essere un fantastico attore e un pessimo artigiano; anzi, mi hanno sempre infastidito coloro i quali tentavano di farmi notare questo mio difetto. Li scacciavo con la mano, quasi a tentare di giustificare me stesso, una sorta di “voi non mi capite”. E invece avevano capito tutto di me.
Avevano capito che al mio promettere non avrebbe fatto seguito alcuna azione, salvo qualcosa di goffo e assolutamente inadatto (messo in atto necessariamente per tenere su le impalcature). E si chiedevano perché, probabilmente; perché non fossi in grado di mantenere quel che promettevo. Ma non capivano una cosa. Che la distanza tra una promessa e il suo mantenimento, per me, era molto più di una salita al deserto, era infinitamente più sfiancante di qualsiasi altra attività (mentale e fisica) fosse loro venuta in mente. Perché so essere un ottimo attore (inconsapevole, per carità, che non si dica ch’io finga sapendo di farlo) e, come ogni buon attore, sono perfettamente conscio del fatto che le mie azioni, le mie parole – financo i miei pensieri – non produrranno mai alcuna conseguenza. O, quantomeno, alcuna conseguenza degna di nota.
E dunque mi scontro sempre con la prevedibile pochezza spettacolare di una mia promessa mantenuta.
Ma sempre a priori. Ecco il mio errore.
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8 febbraio 2010
Sei stata il mio colpo di stato, il mio putsch fallito, il mio golpe cominciato bene e finito male. Mi ci hanno trascinato su quel patibolo, mi hanno condannato ai lavori forzati, mi hanno fatto sentire in bocca il sapore della sconfitta. E, prima di tutto questo, l’inconcludente ebrezza di una vittoria sfiorata, la consapevolezza che tutto sarebbe cambiato da quel giorno. E non facevo che ripetermi che in fondo filava tutto liscio, che gli scheletri nell’armadio non tintinnavano più tra loro, che le innumerevoli parole avrebbero travolto e sovrastato ogni pensiero cattivo. Sei stata il mio colpo di stato, la mia primavera in quel di gennaio, la mia assoluta dedizione per un progetto impossibile, la mia palpitazione, il mio mancare il colpo. L’appoggio dell’esercito non è stato determinante, le truppe si sono sparpagliate di fronte alla minima insicurezza. E son rimasto solo. Ad affrontare una guerra nuova.
Una guerra per la quale non sono preparato.
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6 febbraio 2010
… avrei voglia di prenderne una mano, stringerne i fianchi, incollare due guance destre.
Improvvisare un lento, lasciando sbuffare la musica fuori dalle labbra, sentirne il calore.
Dentro una cucina, con i fornelli accesi, la pioggia fuori, la tristezza dentro.
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1 febbraio 2010
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31 gennaio 2010
Avanti. Tu chiedimelo. Non devi fare altro che aprire la bocca e chiedermelo. Non serve molto, solo una dose di interesse, di voglia di capirmi, solo una piccola forma di preoccupazione. Basta aprire la bocca e chiedermelo. Chiederti cosa, mi dirai. E io risponderò che no, non si fa così, non devi chiedermi cosa devi chiedermi, devi solo chiedermi quel che già sai e che, per qualche strana ragione, non chiedi. Perché una sicurezza è l’ostacolo più grande verso la consapevolezza, perché inutile è il cammino di chi è conscio dei propri passi, perché la strada non è mai tutta in pianura. Checché ne dica il tuo tom-tom. E allora accosta, fermati, abbassa il finestrino e dimmi signore, signore, avrei una domanda da farle. E falla, diocristo. Così come da bambino volevo davvero chiedere al prete, ogni santa domenica, se quel pezzo di ostia fosse davvero il corpo di Gesù, se davvero stavo commettendo un atto di cannibalismo (perché da piccolo sapevo tutto del cannibalismo e quasi niente di Gesù, nonostante gli sforzi della rachitica signorina del catechismo). E invece no, accosti, ti fermi, abbassi il finestrino a metà e biascichi qualcosa tipo signore, signore, da qui si arriva a via Cavour?. Troppo sicura, baby, troppo sicura su/di tutto. E poi sciogliti, sii naturale, lascia stare quel pacchetto di sigarette e guardami negli occhi mentre me lo chiedi. Chiedimelo. Non mi sembra di pretendere troppo.
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