A bocca aperta

20 July 2008

Per Bossi è ora di dire basta “al far martoriare i nostri figli da gente (i professori) che non viene dal Nord.”
No, davvero.
Se qualcuno riesce a commentare una frase del genere, lo faccia pure.
Io sono rimasto a bocca aperta.

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Corri, Fausto, corri…

20 July 2008


© ddsiple

Ci sono cose che mi fanno incazzare. Cose per le quali non sarebbe necessaria tanta veemenza e tanta rabbia. E mi rendo conto che, più passa il tempo, e più assomiglio a mio padre; uno scatto d’ira per una cosa che, in fondo, lascia il tempo che trova. E allora tutti lì a dirgli di calmarsi, che non ne vale la pena, che tanto sono ben altre le cose per le quali si potrebbe incazzare seriamente. Solitamente accade che il mio genitore si incazzi ulteriormente di fronte all’avverbio “seriamente”, facendoci notare che la sua incazzatura è seria.
Ma non è delle paturnie di mio padre che voglio parlare. Bensì di Riccò.
E già noto qualche faccia strana. E sì, perchè vicende di questo tipo dividono l’uditorio. Da una parte gli accesi sostenitori del giovane talento (che mai e poi mai lo farebbero capace di un gesto simile), dall’altra i rassegnati che, di fronte all’ennesimo probabile caso di doping, non fanno altro che scuotere la testa.
I familiari si stringono intorno al ciclista ferito nell’orgoglio da un esame anti-doping. Unica voce quasi fuori dal coro, la fidanzata: «Sarei delusa se avesse davvero barato». I giornalisti tutti lì a picchiettare con il microfono sulla testolina della ragazza, dicendo che no, così non si dice, lei dovrebbe starle vicina, ma come?, che dichiarazione è?!. Qualcuno obietta che “comunque” la ragazza ha deciso di stare vicina al campione.
I tg mandano in onda servizi di 3-4 minuti sulla vicenda (per carità, è giusto che se ne parli, che la gente si indigni, che si cominci a fare il solito processo mediatico), ma in questo caso è diverso. Chi sa come mai, quando c’è di mezzo lo sport, i giornalisti insinuano il dubbio…?! Gli sportivi sono sempre oggetto del giustizialismo; infallibili campioni, a loro non è dato barare. Loro non possono. Costituzionalmente parlando. E, se barano, se sbagliano, se commettono qualche “erroruccio”, c’è sempre pronto il servizio su Pantani, da mandare in onda successivamente a quello su Riccò.
Già, Pantani. Grande ciclista. Anche lui ha fatto grandi cose. Anche lui fu escluso dal Giro d’Italia per doping. La nauseante musica di sottofondo dei servizi dedicati alla figura di Pantani anticipa già il senso di ciò che il giornalista dirà di lì a poco. Dirà che, se questi campioni sbagliano, se Pantani sbaglia, se Riccò sbaglia, è perchè sono malconsigliati, perchè c’è un malessere di fondo, perchè tutto sommato il loro essere dei grandi li rende irrimediabilmente “soli”. E, in effetti, l’aggettivo “solo” è la parola più (ab)usata in questi servizi. La cosa stupefacente è che il ragionamento del giornalista medio non fa una piega: sei solo, è inevitabile che farai errori. Si può mai contrastare una simile affermazione con argomentazioni valide? Il giornale francese L’Equipe scrive “Riccò si è talmente immedesimato nel suo eroe Pantani che oggi anche la sua immagine è quella di un imbroglione ripudiato per la stessa causa del suo idolo, escluso dal Giro d’Italia nel 1999 dopo un controllo positivo”. Ecco, forse l’emulazione potrebbe essere un’argomentazione valida.
Ma qui il problema è del ciclismo tutto, perchè Riccò non è l’unico furbacchione risultato positivo al test antidoping. E la sostanza EPO era già stata individuata nel corso dell’ultimo Giro d’Italia, senza adeguate pene. Il direttore di Liberàtion coglie nel segno: “come sport, il ciclismo è morto, ma come spettacolo, continua a correre come una gallina decapitata”.
A me, non so come mai, tornano in mente le belle immagini in bianco e nero di Coppi e Bartali. Sarà che preferiamo rifugiarci sempre in un perfetto passato piuttosto che vivere il nostro traballante presente, però quelli sembravano davvero veri campioni. Che tristezza sarebbe scoprire che anche loro facevano uso di sostanze dopanti.

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Un piccolo passo

19 July 2008

C’è una distesa di sabbia splendida.
Uno di quei pavimenti naturali che ti piacerebbe tanto calpestare, rinnovare, distruggere e ricostruire. C’è tanto silenzio. C’è la tua mente che galoppa.
E c’è un foglio bianco.
Una pagina vuota che aspetta solo di essere riempita con la tua fantasia.
Portaci lontano da qui.
Manda il tuo racconto a unpiccolopasso@gmail.com.

Un piccolo passo

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Di sorrisi nuovi e radiose conferme

13 July 2008


© scummy

“Stringimi, se ne ho bisogno…
Lasciami guarire in silenzio…”

(Esistere - Gnut)

Come sempre, a tarda ora: un rumore ritmico e metallico, qualche bacinella traboccante e stracci di tessuto tra le mani. Un po’ stendo e un po’ stiro. Anche se, come sempre, mancherò solo pochi giorni. Purtroppo. Una frase cattura la mia attenzione. O forse sarebbe meglio dire, la parte finale di una frase cattura la mia attenzione. Un calzino cade a terra. Forse dovrei fissarli meglio allo stendino con le mollette di legno. Mi sorprendo a contare le volte in cui hai detto alcune frasi. I momenti in cui le hai dette. Gli attimi di luce. E mi stupisco di non trovare coincidenze, nulla che combaci, che sia di ausilio per capire meglio. La lavatrice borbotta e si scalda. All’improvviso, so cosa voglio. So cosa fare.
Ammantare le frasi di nuova consapevolezza sarà il mio mestiere.

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Baby Amarcord

3 July 2008

Una piccola scatola celeste.
L’odore è inebriante. Odore di ricordi, di borotalco sulla pelle tenera, di spuntino dentro lo zaino dell’asilo, di erba fresca e di cioccolata calda. Un sottile strato di gommapiuma protegge queste vecchie fotografie dagli incessanti attacchi del tempo. E, ogni volta che immergo la testa dentro questa scatola, il mio vecchio mondo di bambino riappare. Con lucidità, quasi con prepotenza.
E ricordo come da piccolo mi piacesse girare i miei film.
Chiudevo gli occhi, muovevo la bocca quel tanto che bastava per intonare una colonna sonora e poi alzavo lentamente le palpebre. Ciak, si gira. E raccontavo la mia vita in quei film, completi di flashback e titoli di coda. Co-protagonisti ignari: i miei genitori, i miei cugini o gli zii.
Ieri ho riesumato la vecchia scatola. E mi sono scoperto a sorridere della somiglianza nei gesti, prima ancora che nei tratti del viso. Non c’è traccia di vergogna nel dire che mi sarebbe piaciuto conoscerti allora; stringerti in uno di quei buffi abbracci che solo i bambini sanno darsi. Perchè adesso le nostre braccia sono troppo forti. E, ogni tanto, si avrebbe veramente bisogno di un abbraccio morbido e buffo.
Imparerò di nuovo.

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L’intrusa

1 July 2008

(titolo liberamente riadattato dal romanzo pirandelliano “L’esclusa”)

Io sono l’Io Narrante.
Riconosco che tale affermazione, con ogni probabilità, potrebbe anche far passare Me per il protagonista della storia. Ma, ahiMè, così non sarà! Ho deciso di comparire in ogni frase (tra l’altro mettendo l’accento a ogni piè sospinto sul Mio pronome personale), sebbene la storia non racconti di Me in quanto Io Narrante (anche perchè già vi vedrei tutti in fila con la testa china sul bloc-notes a prendere appunti per cercare di dipanare la poco ingeribile matassa) bensì di Mia moglie. Mi scuso sin d’ora per la forma grammaticale poco ortodossa e per una mai pienamente avvenuta deissi.
Mia moglie non è mai stata una santa donna e non Mi ha mai accettato completamente. Probabilmente questo Mio insindacabile giudizio è legato al fatto che lei adesso si trova in una di quelle modernissime casse da morto, foderate di velluto e decorate fin nei minimi particolari. Lei si è uccisa e Io non ho fatto nulla per fermarla; ero troppo impegnato a capire la reale portata di quel gesto. La reale portata di quel gesto nella Mia vita, intendo dire.
Una sera di febbraio Enrica ha spalancato la finestra e sommessamente mi ha detto: “Ennio, io la faccio finita. Tu che fai?”. All’inizio pensai volesse coinvolgerMi nel suo gesto estremo, ma quest’ipotesi era sicuramente da scartare: Enrica sapeva benissimo quanto io Mi amassi, e non Mi avrebbe mai chiesto una cosa del genere, un sacrificio così importante e totalizzante. Poi realizzai che probabilmente il suo era un grido d’aiuto; un grido d’aiuto nei Miei confronti. Evidentemente voleva avvertirMi del suo gesto affinchè Io non Mi fossi preso di spavento nell’udire, nell’ordine: il suo urlo, il susseguente rumore sordo e attutito delle sue membra sull’asfalto, e gli eventuali lamenti post-impatto (nel malaugurato caso in cui lei non fosse morta sul colpo). Sicuramente questa seconda ipotesi si presentava ai Miei occhi molto più fondata della precedente.
Enrica era sempre stata premurosa nei Miei confronti. Sapeva quanto Mi volessi bene e aveva tappezzato casa nostra di specchi. Superfici riflettenti in ogni angolo, cosicché Io potessi rimirare il Mio corpo in ogni istante della Mia giornata. E Io le ero veramente grato, tant’è vero che le dicevo spesso: “Enrica, se tu non ci fossi… dovrei trovare un’altra come te!”.
Quella volta che la trovai a letto con un altro, fu veramente un brutto colpo per Me. A mente fredda le dissi che avrebbe potuto quantomeno avere l’accortezza di trovare un uomo fisicamente simile a Me. E non Mi riuscì mai di perdonarle di aver usato il Mio cuscino per attutire le grida di piacere di quell’uomo.
“Tu che fai?”.
Quella domanda Mi comprimeva il cervello.
E mentre Io pensavo a cosa fare, Enrica si è gettata di sotto. Probabilmente perchè si era stancata di farMi aspettare. Con ogni probabilità, per sollevarMi da ogni responsabilità, per renderMi finalmente libero da un amore che succhiava ogni giorno di più le Mie energie, che non Mi permetteva di amarMi fino in fondo, che non mi lasciava che un angusto spazio per i Miei bisogni primari.
Sono passati pochi mesi e Io ancora penso a quella serata.
La finestra spalancata, Me davanti allo specchio, e un vento fastidiosissimo a scompigliare il miglior ciuffo che Mi sia mai riuscito.
Avrebbe potuto anche chiudere la finestra, la Mia Enrica.

Post scritto per Aggiungi un post a tavola

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Scusa, hai un fazzolettino?! #7

27 June 2008

La gente di poca fede, si sa, non si fida molto.
Se qualcuno dovesse azzardarsi minimamente a pensare che la prima frase di questo post è perfettamente in linea con le battute sciorinate dal sottoscritto nel corso dell’ultima puntata di “Scusa, hai un fazzolettino?!” (in onda ogni mercoledì, alle 22 su RadioNation1), allora non sarebbe assolutamente degno di ascoltare il podcast della suddetta trasmissione.
Perchè io e Occhidaorientale non ci facciamo abbastanza del male da soli…
Abbiamo sempre bisogno della preziosa compagnia di Knef, Taqs, Velenero, AntonioB e tutta l’allegra brigata che ci segue in chat.
Grazie. Tante rrrose per voi.

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Le invasioni barbariche (cit.)

24 June 2008

Sorella Constance Lazure: Dice così perchè quella in cui viviamo è un’epoca orribile.
Remy: Mah… Orribile. Non particolarmente, non più di tanto.
Contrariamente a quello che pensa la gente, il ventesimo secolo non è stato eccezionalmente sanguinoso. Le guerre hanno causato cento milioni di morti, è una cifra comunemente accettata. A cui vanno aggiunti i dieci milioni per i gulag russi; quanto ai campi cinesi non sapremo mai la verità, ma diciamo venti milioni all’incirca.
Siamo quasi a centotrentacinque milioni di morti. Cifra non impressionante se pensiamo che nel sedicesimo secolo gli Spagnoli e i Portoghesi sono riusciti, senza camere a gas nè bombe, a fare piazza pulita di centocinquanta milioni di nativi dell’America Latina! E’ un lavoro improbo, sorella. Centocinquanta milioni di persone… a colpi d’ascia. Sì, erano appoggiati dalla vostra Chiesa però è un risultato ammirevole, direi.
Tanto ammirevole che in America del Nord gli Olandesi, gli Inglesi, i Francesi e, alla fine, gli Americani ne hanno tratto ispirazione, sgozzandone a loro volta oltre cinquanta milioni. Duecento milioni di morti in totale. Il peggior massacro della storia dell’umanità. E si è consumato qui, in casa nostra, eh!
Ma nemmeno si parla di dedicare un museo a questo olocausto.
La storia dell’umanità, Sorella, è costellata di orrori.

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Wine-stress

24 June 2008


© allesblinkt

Lui fa il suo ingresso in pizzeria da solo.
Dietro, a qualche metro di distanza, la moglie tiene per mano i due bambini.
Lui chiama il cameriere puntandogli il dito contro e apostrofandolo “ragazzo”, quando è chiaro a tutti che quel signore stempiato con i menu sottobraccio e il bloc-notes nel taschino della camicia avrà almeno quarantacinque anni. La moglie getta gli occhi verso il soffitto del locale.
Si siedono e, tra uno scappellotto a uno dei due marmocchi e un rimprovero alla moglie per la maglia scollata che indossa, l’uomo comincia a sudare. Ordina per sè e i familiari: quattro pizze e due lattine di Coca Cola. Il cameriere propone una bottiglia di vino e l’uomo accetta di buon grado.
Adesso, vederlo degustare il vino con fare cerimonioso un po’ mi inquieta. Il vino può anche questo: trasformare l’uomo più rozzo nel più elegante dei sommelier. Appoggia le dita sulla superficie vetrosa del bicchiere con una delicatezza che non gli avrei mai attribuito; accosta il bicchiere alle labbra lentamente e cerimoniosamente. Fossi la moglie, sarei inevitabilmente gelosa dell’amplesso che mio marito sta consumando con quel liquido rossastro…
Il cameriere è ancora in piedi accanto al tavolo, con la bottiglia in mano. Guarda l’uomo seduto e aspetta un cenno di assenso o dissenso. L’uomo finisce di bere e accenna un timido gesto con la testa; il cameriere posa delicatamente la bottiglia sul tavolo e si allontana dando le spalle all’allegra famigliola. Lo vedo avvicinarsi verso il mio tavolo e noto con imprescindibile esattezza il momento in cui sgrana gli occhi e spalanca la bocca. L’incantesimo è rotto. Un rumore sordo e attutito lo raggiunge dal tavolo alle sue spalle. E’ inconfondibilmente il suono di un eruttazione; un’emissione d’aria che attraversa il cavo orale. Un rutto, insomma.

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J’attends…

21 June 2008

Paris: “Penso che il regalo più bello che mi possa fare è rendermi nuovamente un ingenuo di fronte alle sue parole e ai suoi gesti; farmi riscoprire il tumulto dell’ingenuità, la fatica della non conoscenza, la paura di un rifiuto.”
Beauvais: “Forse dovresti cominciare a non parlare più così…”

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