(ac)Coccolato

7 agosto 2010

Mi hai cucito una cicatrice sulla pancia. Non è una cicatrice di carne, non sono due lembi di pelle uniti a forza da un filo duro e resistente. È una cicatrice di tessuto, è una maglietta bianca con una cicatrice sulla pancia. C’è anche un buco sul retro, all’altezza della scapola destra. Mi hanno ferito alla pancia e alla schiena. Due coltellate, nette, precise, compassionevoli nella propria velocità. Mi hanno ferito e poi sei arrivata tu a cucirmi queste cicatrici. L’avevi giurato; già il primo giorno di vita, quando ho staccato il collo dall’utero, avevi fatto il giuramento di cucirmi per sempre le ferite. E lo mantieni ogni volta, con la mano ferma e il cuore determinato. Anche se non sai cucire, anche se le cicatrici che mi cuci poi alla fine assomigliano a piccoli vermi in procinto di scavarmi la pelle. Perché forse ci metti troppo amore, o forse troppo poco. E poi rimango senza sangue, il verme diventa bianco, a tratti ceruleo (che non significa “di cera”, ma “di cielo”).
Sono pieno di vermi, mamma. E non è colpa tua.

Pareti di carne

5 agosto 2010

La casa è piena di libri.
Impilati lungo i gradini delle scale, accartocciati a mucchi sugli angoli delle pareti, distesi a prendere fiato su comodissimi scaffali di abete. Molti sono in doppia fila, alcuni libri sembrano esser stati parcheggiati lì in un pomeriggio autunnale e piovoso, altri stanno fieri nella propria compostezza fin dalla mattina di luglio nella quale sono passati dalla sabbia al legno.
Mi dice di averli riposti lì subito dopo averli finiti di leggere. Un libro alla volta. Mai più di uno alla volta. I libri sono come le donne, dice, non è mai così facile portarsene due nello stesso letto e nella stessa notte. Lo guardo aggirarsi in quella casa fatta di libri, ogni tanto si ferma, il bastone si appoggia determinato sul pavimento pulito e vedo il padrone di casa spostare lo sguardo sui titoli dei libri, accarezzarne un paio e continuare a camminare.
Li ha letti tutti una sola volta, mi confessa. I libri sono come le donne, dico io. E lui mi guarda un po’ triste e mi dice che c’è un motivo per quei libri in doppia fila. Sono le mie donne, mi sono stati regalati dalle mie donne (o li ho letti insieme alle mie donne), mormora. Quando una donna andava via (o quando cacciava una donna dalla propria vita), lui spostava i libri regalatigli da lei (o letti con lei) nella seconda fila. Per dimenticarle?, chiedo io. No, dice lui, per ricordarle.
Perché così, a distanza di anni, sa che ogni doppia fila di libri corrisponde a una storia d’amore. Può individuare ogni donna con precisione e può riviverla. Può toccarne il corpo e può sfogliarne le pagine, nello stesso momento.

Soundtrack: Variazione di un Tango, Dustin O’Halloran

La battaglia delle sorbe #3

2 agosto 2010


© noirfeu

(… continua da qui)

I calzoncini gialli erano ormai un tutt’uno con le mie lisce cosce. Ogni tanto tentavo di utilizzare la mano libera per tirarli un po’, ma l’umidità era troppa e inevitabilmente finivo per ritrovarmeli ancora una volta incollati addosso. C’era qualcosa, più avanti, tra le fronde. Non ero un esperto topografo, ma qualche giorno prima avevo gettato uno sguardo sulla mappa che mio cugino portava sempre con sé. Nel punto in cui mi trovavo – a occhio e croce – avrebbe dovuto ergersi la villa di campagna dell’ingegnere Claudio Morelli, altresì definito “il Forestiero”. L’ingegnere Morelli era originario della Capitale, veniva perciò dal Continente e questo lo classificava ai miei occhi quale straniero, nonostante vivesse in Sicilia da più di dieci anni. Il terreno di Villa Morelli confinava con il nostro e ogni tanto mi capitava di vedere le due figlie dell’ingegnere aggirarsi tra gli alberi d’ulivo per raccogliere fiori. Due creature d’impareggiabile bellezza e, ovviamente, inavvicinabili. Vivevano in quella grande villa come due piante di basilico potrebbero vivere sul davanzale di una finestra: inamovibili e alla mercé degli sguardi altrui. Guardare e non toccare, andava ripetendo mio nonno dall’alto della sua saggezza. E noi guardavamo e non toccavamo. Come avremmo potuto fare altrimenti?
Le fronde degli ulivi si abbassano inesorabilmente quando gli alberi non vengono potati con regolarità. Non è dunque facile riuscire a individuare i contorni di una figura umana. Ma questo solo se si è adulti e poco abituati all’immaginazione. Dalla mia avevo la statura e la fantasia. Tra le fronde mi sembrava di scorgere un piccolo cavallo. Non uno di quei cavalli appena nati, fragili e instabili su quelle zampe magrissime e poco muscolose. Tutt’altro. Era un cavallo piccolo e nerboruto, nero come la pece e vivo. Di una vitalità adulta, matura. Eppure piccolo.
Accanto al pony, Sabrina; piccola anch’essa, con i polpacci segnati da guizzi d’atleta, i lunghi capelli neri raccolti in una treccia. Era la prima volta che mi inoltravo nel terreno dei Morelli e la mia immediata preghiera fu dedicata all’assenza di mastini napoletani, dobermann e altre bestie immonde. Ché la mia cerbottana era sì pericolosa ma a corto raggio e io non avrei mai avuto il coraggio di contrastare un treno bavoso con un’arma così rudimentale.
«Ciao.»
E mi guardò. Io dimenticai Vincenzina, cani rabbiosi, battaglie epocali e tutto il resto. Ero tutto concentrato nel desiderio di conquista: riuscire a vedere anche il fiorellino di Sabrina.

(continua…)

ICN1925 – Il Gattopardo

1 agosto 2010

Sarà che, nel tratto finale del mio viaggio, questo treno si infila nella pancia metallica di un traghetto e attraversa lo Stretto di Messina. Sarà che il viaggio avviene di notte, con la paura e la voglia di sentirsi adatti a un’avventura del genere. Sarà per tante altre piccole cose che scoprirete molto presto, ma la mia passione per i treni, le stazioni e la vita sui binari si è rafforzata a contatto con i sedili di questo treno per me così importante.
Ed ecco l’idea: raccogliere in un ebook tutte le storie “di treni”, tutti i racconti scritti da chi ama i treni e non tiene a freno le parole, da chi sa di non poter vivere in nessun altro posto se non in una stazione, da chi dei binari ne ha fatto uno stile di vita. I racconti potranno giungere a questo binario entro e non oltre il primo settembre. Non impongo un numero di battute o altro. Vi chiedo solo di raccontare con la vostra voce una passione che cattura, un pezzo di strada ferrata, uno scambio di binari.

Viaggiare per viaggiare

22 luglio 2010

Faccio finta di viaggiare su un nastro di raso nero, qualche imbianchino paziente si è divertito a tratteggiarne la superficie. A centotrenta chilometri orari mi ritrovo a pensare che sarebbe bello, di tanto in tanto, vedere queste piccole strisce bianche prendere forme diverse, allontanarsi, perdersi e poi ritrovarsi, convergere al centro, costringere la mia automobile a seguirne i capricci e le predisposizioni. Ogni striscia bianca potrebbe essere una storia e, come tale, dipanarsi nel tempo e nello spazio, comprendere ogni mio singolo pensiero. Le mie parole invece rimbalzano sul tettuccio dell’automobile. Anche quando inizio a mormorare le note di un pezzo dei Pink Floyd, pezzo che una radio locale impazzita decide di mandare alle quattro del pomeriggio. Su quella partitura di asfalto e vernice bianca, le mie ruote scivolano veloci e non si fanno spaventare dai TIR, dalle manovre azzardate di impaurite vecchine alla guida di una Panda, dal sole in faccia. Più i Pink Floyd si inoltrano all’interno della canzone, più i miei pensieri si accavallano.

Soundtrack: Shine on your crazy diamond, Pink Floyd

Pagine vuote

5 luglio 2010


© kenofhu

«Le parole non possono scomparire. Devono essere qui, da qualche parte.»
«Sono sparite, io non le trovo più. Non riesco a fare altro che lamentarmi di averle perse.»
«Ma no, vedrai che torneranno. Staranno solo facendo un giro.»
«Voglio sperare.»
E restammo lì; io con un cumulo di pensieri indecifrabili e mai più ricostruibili, lei con le mani piene di oggetti inutili (un tascapane, un paio di pesche, un quaderno a quadretti, qualche moneta straniera, due o tre fermagli colorati, una vita passata ad aspettare di cominciare a viverla). Ci guardammo intorno e tutto ciò che riuscimmo a notare fu il movimento consistente delle fronde degli alberi. Si spostavano continuamente da una parte all’altra delle rovine, il sole ormai basso in altri momenti mi avrebbe permesso di esprimere qualcosa di sensato, di piacevole, financo di entusiasmante. Ma le mie parole mi avevano abbandonato, se n’erano andate durante la notte e avevo passato il giorno a dormire, quasi consapevole di questa nuova – ennesima – assenza.
«Dimmi qualcosa.»
«Non posso. Mi mancano.»
«Allora non dire nulla e fammi sentire qualcosa.»
E quel rudere fu l’occasione per farle cominciare a vivere la vita. Coprimmo i nostri occhi con un paio di bende turchesi (il colore giusto per farci trapassare lo sguardo dagli ultimi raggi del sole) e ci sdraiammo sull’erba in corrispondenza del transetto di questa cattedrale mai completata. D’un tratto, le chiesi hai freddo? posandole il braccio destro sul seno, come a circondarla. Lei mi rispose no con un bacio sul naso. E parlammo di tutto, le raccontai come avrebbe dovuto essere quella cattedrale se solo si fossero decisi a completarla finalmente, le dissi con le dita che non avrebbero più potuto farlo, che si sarebbe trattato di un falso storico.
Così come le mie parole; nel corso degli anni hanno costruito il mondo che mi circonda, ma non hanno finito. Hanno lasciato incompiuta la cattedrale della mia vita. E adesso avrò bisogno di tutti i colpi di reni possibili e immaginabili per viverla in maniera diversa. Nuova. Consistentemente impalpabile.

In grani grossi

24 giugno 2010

C’è un motivo, se mi piace lo zucchero di canna.
Nasce nelle bustine marroni, cresce lì dentro al riparo da tutto e poi nuota felice da tutt’altra parte. Non è una vita così brutta, in fondo. Lo zucchero di canna, poi, ha una particolarità da non sottovalutare: lo si trova quasi sempre in grani grossi. Non è impalpabile, non si sfarina con particolare facilità e, soprattutto, non si scioglie del tutto.
Mi ricorda Mont Saint-Michel, la lingua di sabbia che sbuca prepotentemente dal mare (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo vuoto, è il mare a permettergli di sopravvivere). Il mio fondo di caffè lambisce le pareti della tazzina e lascia affiorare piccoli squarci del mio eroe culinario. Lo zucchero di canna si coagula, rimane compatto nelle asperità del liquido scurissimo dentro il quale viene gettato con prepotenza (io, in verità, lo accompagno sempre con dolcezza), ma non muore.
Mi ricorda due persone che si abbracciano, due persone che trovano una completezza in un’azione così evanescente quale può essere un abbraccio (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo pieno, in un’azione così concreta quale può essere un abbraccio).
Mi hai detto che lo zucchero di canna non ti piace.
Ma, quando me l’hai detto, non sapevi ancora di essere dentro una bustina marrone. E, in brevissimo tempo, sei immersa nel caffè. Quello che tua madre prepara per te ogni mattina, non sapendo di gettarti tra le mie braccia.
Ho perso dieci anni di vita in un solo attimo, dietro una colonna. Al riparo da tutto. Quando ho deciso di rubarti dieci anni di vita con un solo bacio strappato alla folla.

Renaissance Hotel

21 giugno 2010

«Sentili.»
Accostavi l’orecchio al muro.
Sentivi tutto. I timidi sussurri, così come le sfuriate più violente. Li sentivi amarsi nel buio e tessere trame, l’uno alle spalle dell’altro.
«Non voglio più dormire qui», gli dicevi.
Lui scrollava le spalle, non c’era altro posto dove andare. Tutta la città era piena di turisti, trovare una stanza non era stato per niente facile. Allora accostavi di nuovo l’orecchio al muro, chiudevi l’occhio destro e con il sinistro vagavi nella vostra stanza. Lui alle prese con i bottoni di un cappotto scuro, le sue camicie sul letto, il tuo reggiseno in bilico sulla spalliera della sedia, gli spazzolini accoccolati sul bordo di un bicchiere consumato dal calcare. Forse ti montava dentro già da allora la voglia di scappare.
«Fanno l’amore.»
«Facciamolo anche noi», rispondeva lui con un sorriso timido.
Tu ci vedevi solo stanchezza, in quel sorriso. Stanchezza e poca voglia.
Mai fermarsi alle apparenze, soprattutto in amore. Lo avresti capito in una domenica d’aprile. E non l’avresti più dimenticato.
«No, non ne ho voglia. Voglio uscire.»
«Dove ti porto?», chiedeva lui con gli occhi spalancati per lo stupore.
Tu ci vedevi solo opportunismo, in quegli occhi. Opportunismo e poca voglia.
«Tu non mi porti proprio da nessuna parte. Non sono un pacco.»
Lo vedevi dibattersi nella rete, e ti piaceva. Ti faceva sorridere, era buffo quando lo prendevi in contropiede.

E non c’è altro da dire; arriva sempre il momento in cui ti rendi conto che le parole non vanno più bene per una storia, che il senso di un racconto lo hai perduto strada facendo. Io, questi due, li lascerei dentro questa stanza d’albergo, al centro di una città straniera e alla periferia del mio mondo.