Nella nuova libreria, tra l’ennesimo volume di Calvino e l’autobiografia di Tex Willer, c’è un grosso quaderno con il dorso giallo, le pagine bianche e spesse, e la copertina di mille colori. L’ho comprato senza un motivo ma l’ho portato con me di ritorno dal Cile. In realtà non sono mai riuscito a tenere un diario; dopo qualche pagina fitta di appunti, inevitabilmente tutti i miei diari finivano dentro un cassetto. Il quaderno col dorso giallo invece non ha fatto questa fine. Si trova sullo scaffale della libreria, ogni tanto lo sfoglio, mi piace carezzarne le pagine bianche e lo immagino pieno di parole, disegni e biglietti del cinema. Però nessuna penna lo ha mai sfiorato, nessun pensiero è sceso, denso d’inchiostro, tra le sue pagine. Niente di niente. Un po’ perché di pensieri ultimamente qui si è un po’ a corto. Un po’ perché ho paura di iniziarlo e mai finirlo. Così il quaderno dal dorso giallo prende polvere tra Calvino e Tex. Ogni tanto scambia qualche parola con la guida di Parigi (una grossa guida nera e austera adagiata sullo scaffale più in basso, di quelle guide di una volta che a stento ti considerano); il quaderno dal dorso giallo deve averne scalfito la copertina dura e robusta, forse stanno diventando amici. Il quaderno dal dorso giallo ha così tante cose da dire ma io non riesco a sentirle e, per riuscire a scriverle, dovrei essere in grado di capirlo.
Il quaderno dal dorso giallo
11 marzo 2013 di Antoniocheapness |ˈtʃiːpnɪs| #11
11 marzo 2013 di AntonioRicevo un invito per un corso sulle tecniche di memoria. Chissà perché dimenticare è gratis, ma ricordare se lo fanno pagare caro.
Perché non c’ero?
7 marzo 2013 di AntonioCara V.,
la retorica della missiva d’antan mi obbliga a chiederti come ti trova, questa mia lettera. Non occorre rispondere, possiamo far finta di nulla e nessuno se ne accorgerà o se la prenderà a male. Vorrei sapere quando esattamente abbiamo smesso di parlarci, quando io e te siamo diventati due cubetti di ghiaccio vicini di formina ma così freddi e distanti, quando ho deciso di non ascoltarti più e di fare di testa mia. Ero seduto in biblioteca, qualche giorno fa (sì, perché adesso faccio essenzialmente questo: sto seduto in biblioteca), e mi è capitato di guardare la mia borsa seduta accanto a me. Ho cominciato a spiarla di sottecchi, come non fosse roba mia, come fosse la borsa di qualcun altro. Più la guardavo con la coda dell’occhio e meno la sentivo mia. È una bella borsa, sai, però non riuscivo più a pensare di uscire dalla biblioteca portandomela dietro. L’avrei lasciata lì, con gli appunti e le matite.
Non so se ti è mai capitato, V., di sfogliare un vecchio libro che hai amato molto e magari di rileggerne alcune pagine. Quel libro sai che è tuo, ti è piaciuto, ma istintivamente non lo metterai in valigia quando ti chiederanno di andare su un’isola deserta con un libro, un film e un disco per poi poterti domandare “quale libro porteresti con te su un’isola deserta?”. Quella borsa era il mio libro inutile. Quella borsa è la mia vecchia vita. L’ho usata, trascinata per miglia polverose sulle strade sudamericane, l’ho amata, riempita, curata, vi ho conservato dentro i miei segreti e i miei desideri; ma ora la butterei, subito. Rimarrei con le mie cose in mano, in tasca, tra le braccia doloranti.
Cara V., quando esattamente ho cominciato a guardarmi allo specchio e mi son trovato già vecchio?
Quand’è successo?
E perché non c’ero?
A entrare e uscire
15 febbraio 2013 di AntonioS’adduna che è tardu, il viandante sperso. Snocciola ddu o tri frasi e mi guarda comu un cristianu ‘n Terra Santa, terra bruciata e terra di conquista. Vi nn’aviti ‘gghiri, ci dico dopo aver poggiato la valigia pisanti sul treno. Mi guarda ancora e vulissi firmari le sue lacrime come quel picciotteddru chi, fatto un dannu, tenta di fermare l’acqua con le mani, manitte piccole di uomo grande e grosso che s’allontana dalla so’ terra ppi fari fortuna, ‘na fortuna lorda e ‘ngrasciata, di quelle fortune che si trovano ai lati delle strade dopo la pioggia. Non sono fortune, sono malanove a ‘ntrasiri e nesciri. Mio padre mi guarda, mi dice qualcosa e torna giù, a casa. Prenderà quel sale sulle ciglia e quel sole sulle labbra, maledirà il mio nome pur volendomi bene come a un figlio, e tornerà ogni volta, poserà la valigia pisanti sul treno e poi sul pavimento della mia casa. Ci sarà, come c’è la Sicilia. Piove forte su Roma, passo ‘na manu sul vetro, scanso le gocce cchiù pi ‘dda via e m’addunu chi è ‘u mari a veniri ‘cca. A entrare e uscire.
cheapness |ˈtʃiːpnɪs| #10
2 febbraio 2013 di AntonioMi piacciono le trecce, il pane caldo, le case silenziose al mattino, gli arrivi, i treni, il sapore della sconfitta, il bucato, camminare, decidere di chiudere un libro e aprire un fumetto, il sole di primavera, villa Doria Pamphilj, giudicare senza conoscere e conoscere senza giudicare, guidare sotto la pioggia, costruire zattere, distinguere il dolce dal salato, fare a pugni per finta, gridare nella notte, prendere il tram, gestire le situazioni delicate senza alcun tatto, respirare.
Sabbia umida
27 gennaio 2013 di AntonioOggi mi hanno raccontato una storia. Durante una rievocazione storica dello sbarco alleato ad Anzio, una giovane crocerossina abbraccia un soldato sulla sabbia umida; lo stringe, gli sussurra qualcosa, lo bacia piano sugli occhi e sulla fronte. Il ragazzo è un po’ impacciato, sorride di quella tristezza che viene un po’ a tutti quando simuliamo un sentimento pur comprendendo tutto di quel sentimento. Le persone passano accanto alla coppia, si fermano a guardarli, qualcuno scatta una foto. La rievocazione è anche questo; ricordare che, durante una guerra, oltre ai morti per arma da fuoco vi sono stati anche i morti per amore. Chi ha scattato una foto alla giovane coppia mi ha raccontato di essere tornato a casa, di aver ingrandito il viso della ragazza e di aver distinto chiaramente sulla guancia di lei una lacrima grossa come una guerra, una lacrima vera.
Ho pensato a quei ragazzi circondati da persone convinte di assistere a uno spettacolo, persone inconsapevoli di assistere alla vita.
Ho pensato che dev’essere insostenibile amare quando tutti sono convinti tu stia fingendo di farlo.
cheapness |ˈtʃiːpnɪs| #9
23 gennaio 2013 di AntonioÈ una cosa che mi lascia a bocca aperta e sento tutte le correnti del mondo farsi strada dentro la mia gola. Sento il profumo del mare dell’ovest, la salsedine del mio, la paura di quell’altro che ancora non conosco. Guardo una foto e mi perdo, con la consapevolezza di volerlo fare. Sussurro qualcosa e aspetto che torni, ché tutte le parole fanno il giro del mondo in meno di ottanta giorni. Le ritrovo sull’uscio di casa, al mattino; infreddolite, impigrite e affascinanti.
cheapness |ˈtʃiːpnɪs| #8
4 gennaio 2013 di AntonioTrent’anni e tutte le cose che avrei voluto fare quando di anni ne avevo solo dieci. Trent’anni e tutte le cose che mi mancano di quando avevo solo dieci anni.
La fine del mondo
18 dicembre 2012 di AntonioLa fine del mondo è solo una scusa per baciarti più a fondo prima che finisca il mondo, in un modo o nell’altro. Saliremo sulla tua macchina e gireremo in tondo, per trovare il punto giusto per la fine del mondo. Tra lapilli e cenere faremo l’amore, cercando comunque di non fare rumore; saremo fuoco e pietre focaie, stupide pietre che cozzano tra loro in questo girotondo da fine del mondo. Saremo l’inverno e la lupa, quel cane celeste che guardiamo ogni giorno attraversare la strada fino alla fine del mondo. Dormiremo prima della fine del mondo, punteremo una sveglia per finire degnamente e intanto faremo sogni in cui affogheremo ogni dispiacere, ma i nostri dispiaceri hanno già imparato a nuotare. Credi in Dio, amore mio? Credi di potercela fare a imparare a nuotare prima della fine del mondo?
ULTIMATUM
14 dicembre 2012 di AntonioDevo aver dormito troppo se penso che là fuori i cani si stanno annusando i sentimenti e qui dentro fa un freddo malvagio, di quella malvagità che fa tenerezza. Le parole si fanno abitare – dice sempre la mia amica – e a me non resta che abbassare lo sguardo e pensare che io non ho una casa, non ho parole, non ho nulla da rimproverarmi ché per avere le parole, oggi, di questi tempi, la gente è disposta a farci un mutuo. Come per le case, insomma. Voglio un attico di parole desuete, una cantina di parole nuove e mi si dia pure due o tre villette di parole buone per ogni occasione, quelle parole che stanno bene insieme a un piccolo giardino con garage e cassetta delle lettere. L’ossessione della cioccolata calda l’ho imparata da un amico, ma io – fondamentalmente – non la so fare. E tutti coloro che mi conoscono sanno che, se prendo in giro una cosa, è solo perché quella cosa mi piace da morire. Una sorta di ultimatum alla coscienza.










