Un’altra storia

30 agosto 2011 di Nemo

Nella luce tiepida del settembre del 1946, un uomo è seduto al tavolo della propria cucina e ha in mano una penna. Davanti un foglio di carta. Alle spalle un tramonto. Scrive:

Questa è una lettera per celebrarti mentre mi passi accanto. Scrivo queste parole per non accontentarmi. Leggo libri per non annoiarmi. Cammino per non stancarmi. Quando leggerai queste parole, questa lettera smetterà di essere mia e sarà pronta per divenire tua. Le mie parole non sono mai state così tue come accadrà quando tu leggerai questa lettera, come accade adesso che stai leggendo. E così tu leggi e io parlo al presente, tu guardi e io – mentre scrivevo questa lettera – guardavo fuori dal balcone e il giardino si colorava di buio; qualche fiamma stanca si posava proprio in quel momento sui tempi dei miei verbi, sempre così distratti e così confusionari. Sai, a volte confondo gli avvenimenti e soprattutto metto il dopo prima del prima, non faccio caso a parole come domani o ieri. Mi asciugo i pensieri col polsino della camicia e continuo a scriverti, perché tu sarai bellissima mentre leggerai; sono capace fin da adesso di immaginare le tue ciglia curvarsi lentamente verso l’alto, tendermi un agguato e inchiodarmi alle mie responsabilità. Ché le mie parole saranno pure poche e poco organizzate, ma non ho altro che queste per farti capire che leggerai questa lettera e che sto provando cose difficilmente immaginabili mentre ti scrivo e mentre mi leggerai. Il tempo di ogni momento vive in funzione del tempo che verrà, di come sapremo ricordarlo e dargli l’acqua di cui necessita, di come saremo in grado di conservarlo.
Soprattutto perché saremo in grado di farlo.

Come un ponte sospeso

25 agosto 2011 di Ipathia

Ci siamo addormentati tenendoci la mano. Attraverso lo spazio vuoto dei nostri letti separati mentre l’alba filtrava da dietro le tende spesse le nostre braccia sembravano un ponte sospeso. Il nodo delle nocche sfiorava quasi il tappeto, palmo contro palmo stavamo aggrappati in silenzio. Il sonno e’ arrivato quasi subito: il sonno leggero di quando e’ gia’ passata l’ora di dormire, ed e’ passata l’ora di parlare, di quando e’ passata l’ora di qualunque cosa e restano solo la paura e il bisogno di non perdersi. Guardavo il contorno del tuo corpo sdraiato sparire dietro l’ombra delle mie ciglia, mentre mi si chiudevano gli occhi e si rilassavano le spalle. Ho sentito la stretta delle tue dita attorno alle mie quando per un istante ho minacciato di scivolare via dal nostro intreccio. Ho sentito la tua presa farsi di nuovo delicata e dolce mentre mi cullavo alla regolarita’ pesante del tuo respiro. Ci siamo svegliati tenendoci per mano, e poi subito appena aperti gli occhi ci siamo afferrati con lo sguardo, occhi abbracciati stretti, imploranti, spaventati. Abbiamo lasciato la morsa delle nostre mani e ci siamo sorrisi. E ho pensato che ogni mattina voglio ritrovarti cosi’, che non mi importa nulla della paura e della fatica, ho pensato che se dovessi avere la fortuna di ritrovare i tuoi occhi appesi ai miei ad ogni risveglio potrei tenerti per mano ogni notte. Potrei anche prometterti di non lasciarmi scivolare via mai.

Big Bang

21 agosto 2011 di Nemo


© sunisyounginpark

Ho sedici anni e sto correndo a casa.
Ho sedici anni, un paio di libri nuovi sotto l’ascella e sto correndo a casa. La pastina nel mio piatto avrà ormai la consistenza dell’universo prima del Big Bang. Mio padre, invece, avrà la stessa forza generatrice nelle mani chiuse a pugno e nelle corde vocali.
Ho un paio di libri nuovi, comprati da Daniele. Lui va in libreria li compra e me li porta, non ci guadagna nulla e sceglie per me.
Sto correndo e sfreccio velocemente sotto finestre illuminate, è buio già da un pezzo, il buio siciliano fatto di odore di mare mischiato a profumo di legna secca nel caminetto. Le mie scarpe da tennis sfrigolano sull’asfalto. Corro sulla strada, corro incontro alle automobili, lo faccio per evitare le persone che passeggiano sotto gli alberi.
Penso alla mia pastinaBigBang, alle mani di mio padre, al silenzio inutile che mi accompagna in questa corsa. Il cuore è solo un muscolo che pompa e fa rumore, una massa di tessuto muscolare e pericardio che scandisce il mio scalpicciare veloce su queste mattonelle quadrate. Solo il silenzio di mia madre riesce a contrastare il silenzioso ticchettio di questa corsa.
Mio padre si incazzerà, tirerà giù qualche piatto di pastinaBigBang, la pastina rimarrà compatta mentre la porcellana si sbriciolerà. Sembrerà un Big Bang mal riuscito, un evento epocale che non riesce ad andare oltre le prime impressioni; come quando aspetti qualcosa e poi non succede nulla o – peggio – succede solo a metà.
Mia madre, durante la creazione del caos da parte di mio padre, non dirà nulla. Lei sa sempre come va a finire. Si limiterà a raccogliere i cocci da terra, mi guarderà e senza dire nulla mi rimprovererà e mi assolverà, mi dirà dove sei stato? con gli occhi, vorrà essere sicura che va tutto bene? con le mani e poi si rimetterà a sedere.
Il mio cuore batte ancora a ritmo della corsa, ho sedici anni e l’unica preoccupazione, la sera, è tornare a casa in orario. Non importa se non ho finito i compiti per l’indomani, non importa se ho fatto a pugni nel vicolo dietro casa, non importa se sto imparando ad amare.
Quando la pastina è nel piatto, io devo essere a tavola. Prima del Big Bang, prima del rumore dei miei piedi sull’asfalto, prima del film in TV, prima dei film in TV che quando ero piccolo iniziavano alle 20, poi alle 20e30, poi alle 21, adesso non fanno più alcun film in TV, sarà per questo che non torno mai per cena.
Sarà per questo che non corro più, affaticandomi l’adolescenza.
Sarà per questo che non mangio più pastina.
Sarà per questo che quel Big Bang di ogni sera non tornerà più.

Sabbia

11 agosto 2011 di Nemo

È uno strano mondo quello che ti convince a diffidare della sabbia, quello che inventa strani pericoli e attribuisce a piccoli granelli perfino la capacità di corrodere e distruggere interi palazzi. La sabbia è solo affettuosa. Ti si incolla addosso con la sicurezza di una scorta armata e procede compatta insieme a te. La sabbia è silenziosa e ha bisogno del tuo consenso per venirti dietro. Senza acqua, la sabbia difficilmente sarebbe in grado di inondare polpacci e caviglie, di inoltrarsi nei meandri ombrosi e ingrovigliati dei tuoi capelli, di abbracciarti amorevolmente.
Ami l’acqua e detesti la sabbia, senza sapere che il tuo amore permetterà all’oggetto del tuo odio di starti letteralmente addosso. Pensaci, la prossima volta.

Questi pomeriggi tristi che non hanno voglia di finire

11 luglio 2011 di Nemo

Il calvario ha inizio con una nota a caso, con un dito indice che cade su un tasto del pianoforte. Il suono si propaga, attraversa il legno, si schianta sul pavimento e continua la sua personale maratona verso le mie orecchie. Ti sento da qui, ragazza. Ti sento suonare mentre leggo Calvino. Penso che non dovremmo conoscerci così, io e te. Penso che dovremmo farlo come tutti gli altri; in discoteca, magari, oppure tra le note assordanti di un rumorosissimo concerto, nel fango di un’arena o nei corridoi di un’università, nella normalità di un bar durante l’aperitivo o nel cesso di un pub dopo aver bevuto troppa birra. Invece no, a quanto pare ci conosceremo così; io che ti ascolto suonare e tu che non mi vedi mentre lascio cadere il libro sul petto e chiudo gli occhi.
C’è sempre un momento preciso in una storia, il momento in cui ti rendi conto che la persona che hai di fronte è reale e – soprattutto – che ha deciso di vivere il proprio tempo insieme a te. Un’amica mi ha detto di averlo capito mentre stava scattando una fotografia al proprio ragazzo. Lui non dev’essersi accorto di nulla. A me è capitato alla guida, tra una vecchia canzone e l’edizione del giornale radio delle 20. Ero solo. Quando accadrà con te? Accadrà con te? E a te quando accadrà?
C’è sempre un momento preciso in una storia, il momento in cui lei si rende conto che tu sei reale e che hai deciso di vivere il tuo tempo insieme a lei. Quel momento presenterà quasi sempre le stesse identiche caratteristiche del momento in cui tuo figlio dirà finalmente papà: tu non ci sarai.
Tu non ci sarai, perderai quel momento, non la guarderai negli occhi in quel frangente e perderai il suo sguardo. Magari a te sarà già capitato, magari tu avrai già vissuto quel momento ma non sarai mai sicuro di lei. La guarderai ogni mattina, sperando sia quella giusta. E non troverai nulla. O meglio, troverai affetto, amore anche. Ma non quello sguardo lì.
Accadrà la stessa cosa a lei; ti guarderà ogni mattina, sperando sia quella giusta. Ma non troverà quello sguardo.
La perderai come hai perso quel momento.
Non premerlo quel tasto, la prossima volta. Lascia cadere l’indice sul legno muto. Non farmi sentire nulla. Fammi finire questo libro di Calvino.

L.

21 giugno 2011 di Nemo

Al centro della Sicilia – nel centro esatto, sì – vive un altro me. Non ha carne né ossa, ma i pensieri spesso si raggrumano e gli concedono brevi attimi di vita fisica. Di solito accade nei gesti di una ragazza che non mi ha dimenticato, di una ragazza che non mi ha mai posseduto. Al centro della Sicilia vive il mio pensiero; in tutti questi anni non hai fatto altro che costruirgli un mondo ideale, vero? Inconsapevolmente, magari.
E così ci sono giorni nei quali mi capita di sentire il profumo del grano maturo, alla fermata del bus. Una mano mi sfiora i capelli imbionditi dal sole e ti vedo lì, ragazza mia, tra le spighe di grano e le traiettorie delle libellule, tra la terra spaccata dal calore e l’odore d’erba secca. Ti vedo lì con lo sguardo rivolto al nord e con le mani immerse nel giallo.
Ti ho sfiorato senza mai incontrarti tante di quelle volte che temo di poter vivere solo nel tuo pensiero.
E mi va benissimo così.

Le chiavi

20 giugno 2011 di Egle

Parlavi sempre delle vesciche del nostro rapporto, c’era sempre questo ridicolo girarci attorno, questo voler dare poesia a un litigio, a un confronto mancato, a una cena fredda dopo avermi aspettato per ore seduto a tavola. Le chiamavi ustioni, li chiamavi lividi, li chiamavi morsi; io li chiamavo ritardi, li chiamavo difetti, lo chiamavo distacco.
Quella domanda che non ti stancavi mai di rivolgermi mentre me ne stavo alla finestra, la sigaretta tra i denti e una mezza voglia di annebbiarmi la mente bevendo qualcosa di pesante perché niente di te era più in grado di spossarmi – e ancora mi parlavi di ustioni, io ti davo le spalle deprimendomi al pensiero di tutte quelle metafore sprecate. Non c’era niente di te che mi riportasse a qualcosa di concreto, non avevi nemmeno un orologio. Dio, non indossavi un orologio. Avrei voluto sentirti dire che erano le sette e mezza e invece per te era sempre l’ora di cena, l’ora di alzarsi, l’ora di andare, l’ora di restare, l’ora di fare l’amore, l’ora di parlarne.
Quando parlammo la prima volta ricordo che rimasi attratta da quel tuo discorso che mi sembrò un vomitarmi addosso sinonimi e contrari di ogni cosa, solo adesso ripensandoci mi rendo conto che era farcito di condizionali e ipotesi quasi scadute. Eppure riuscisti a non farmi pena. Mi piacesti, anzi, mi facesti ridere e quando dicesti che era l’ora di rientrare la parte razionale di me finse di non sentire quel prurito al polso, quell’istinto di guardare l’orologio per sapere quale dannata ora fosse.
Forse avrei dovuto sentirmi in colpa, mentre col passare dei mesi realizzavo che tutte le tue emozioni mi annoiavano. Quella domanda che non ti stancavi mai di rivolgermi mentre dando un’occhiata al cielo ne commentavo il grigiore, e tu puntualmente sorridevi replicando che era un cielo amareggiato. Io sorseggiavo il mio caffè nero, senza guardarti, ripetendo freddamente che era grigio.
E proprio durante il primo freddo, stesi sul divano con addosso una coperta tua che da quando avevi preso a chiamarla “nostra” aveva smesso di piacermi, avevi cominciato a parlarmi di passato. Momenti sereni che sgombrano interi pomeriggi mentre l’uno sveste lentamente i ricordi dell’altra, sarebbero dovute essere emozioni forti ma sembravano solo racconti della buonanotte, erano episodi, erano puntate, erano anziani animali da compagnia. Mi piacevano le tue mani addosso e mi piaceva dormire insieme, ma proprio come il tuo passato si trattava di brevi episodi, così nel giro di poco mi ritrovavo ad alzarmi e a lasciarti solo sul divano per tornare al mio confortante letto freddo, alla mia consuetudinaria solitudine.
L’aria fredda e i miei capelli sempre sciolti, in quel periodo, come al voler mutamente impedirti di lasciarmi lunghi baci dietro al collo, di quelli che riuscivano a bastarmi all’inizio, quando ancora non eri un libro imparato a memoria. E quella domanda che non ti stancavi mai di rivolgermi mentre me ne stavo alla finestra, intorno a me il fumo preso a pugnalate dalla pioggia; “Vengo con te?”, sapendo che sarei uscita, sapendo che me ne sarei andata a bere qualcosa da qualche parte in qualche modo in qualche letto con qualche uomo, ma tu me lo chiedevi comunque se ti volevo con me, perché quando pioveva avevi questo timore di non vedermi tornare. Io aspiravo un’ultima volta, senza guardarti. Poi ti rispondevo di no e andavo a cercare le chiavi.

L’inchiostro simpatico

20 giugno 2011 di Nemo

«Riconosco per mio solo ciò che ho scritto con inchiostro simpatico.»
Gesualdo Bufalino

Mi piace pensare che ciò che non scrivo venga scritto da altre persone in altri momenti. Con altre parole, probabilmente. Ed è per questo motivo che oramai, qui, le mie parole non sono le uniche ad aggirarsi inquiete, seppure irregimentate in file ordinatissime. Ci sono le parole di Ipathia, parole che sono abituate a stare distese sui prati, sui tasti di un pianoforte e tra le pieghe della borsa di un postino. Ci saranno (presto, molto presto) le parole di Egle, parole che devono necessariamente avvolgersi in sciarpe pesanti; parole bagnate, avvezze all’umidità, quell’umidità particolare di un cappotto messo ad asciugare davanti al fuoco di un caminetto.
Detto questo, buona lettura e buon ascolto.

Arriverà

19 giugno 2011 di Nemo

Annunciata da un fruscio di tessuti autunnali, una foglia è caduta dall’albero davanti alla mia finestra, grazie al vento ha percorso quei pochi metri che la separano dalla mia stanza, poi è caduta sul pavimento, è stata trascinata dalla brezza fino ai miei piedi, mi sfiora il tallone, mi dice guardami, per puro caso sono qui davanti a te, io la guardo, la raccolgo, la metto in un cassetto e aspetto le sue compagne. È solo un anno che va, non temere, arriverà un altro inverno.

Le liste, tu non le sai fare

10 giugno 2011 di Nemo

Allora gioco ad associare una canzone ben precisa a un’estate sempre più evanescente:

1. Estate 2001


Plug in Baby – Muse

L’estate della maturità alle spalle, del divertiti adesso perché poi è tutta salita; l’estate che mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire che tu non eri quella giusta per me, la maledetta estate che mi ha ingannato e che – a distanza di dieci anni – odio con tutto me stesso perché lei non aveva capito un cazzo e invece tu eri quella giusta per me. Te l’ho detto dopo anni e mi hai detto mi dispiace, sto per sposarmi.

2. Estate 2002


Ritorno a casa – Afterhours

Un paio di cuffie salate, un catamarano di ritorno da isole dove non facevamo altro che bere e fumare, piedi nudi e pareo, un’estate lontana millenni e non solo anni. Partivo con lo zaino pieno di cibo e CD, una valigia con bottiglie di salsa e pacchi di pasta. Tu non c’eri, eravamo solo maschi e non vi volevamo tra i piedi (salvo cercare vostre simili battendo l’isola palmo a palmo). Una breve sosta al tabacchino prima di partire e un’altra al cassonetto prima di rientrare in casa.

3. Estate 2003


Mademoiselle Boyfriend – Baustelle

L’estate è arrivata dopo di te. Ed è stata struggente, inutile, vuota. Bevevo bacardi seduto su giostre costruite per bambini e ogni tanto ti seguivo fino a casa, per vedere chi c’era stato dopo di me. Nessuno. O forse eri troppo brava a nascondermelo.

4. Estate 2004


Take me out – Franz Ferdinand

L’estate della messaggistica istantanea, delle telefonate sul balcone di una casa in montagna, di una macchina piena di borse e valigie. La prima vacanza veramente mia. Tu c’eri, ma avevi questo cattivissimo vizio di vivermi lontano; ti scrivevo e ricevevo risposta, ti chiamavo e mi parlavi, ti volevo lì con me e tu non c’eri.

5. Estate 2005


Incantevole – Subsonica

L’estate delle torte allo yogurt, di te che stavi con me, con il mio amico e con l’amico del mio amico. Contemporaneamente. All’insaputa di tutti, ovviamente. L’estate della discoteca sulla spiaggia, della casa sul mare e delle sigarette al lume di candela in quella terrazza che non era nostra.

6. Estate 2006


For the price of a cup of tea – Belle and Sebastian

L’estate atletica, l’estate sempre in pantaloncini a battere un pallone per terra e tentare di fare un canestro, infilarmi tra le gambe di quelli alti e fregare tutto e tutti. Tu eri solo un’idea da accarezzare, una giornata a Cefalù, un timido inizio per una storia che si sarebbe infilata tra le nostre gambe e sarebbe scappata in fretta per mettere a segno canestri altrove. L’estate del gesso alla gamba, non a caso. L’estate dell’ultimo esame.

7. Estate 2007


Uno – Marlene Kuntz

L’estate di un’altra isola, tu c’eri stata ed eri passata in fretta (lo credevo, quantomeno). Adesso però c’erano lei e l’altra; io ero così indeciso. Finì con la mia lingua intrecciata a quella di lei, mentre io volevo l’altra che ci faceva i complimenti per come stavamo bene insieme.

8. Estate 2008


Viva la vida – Coldplay

L’estate delle torte buonissime, della fotografia, di una città che non era mia ma lo diventava grazie a te. L’estate di Creta, della voglia di portarti con me. Arancini e granite, vederti scendere dalla nave e venirti incontro e portarti a casa.

9. Estate 2009


Josephine – Magnolia Electric Co.

Nascosto in macchina, guardavo quella livida estate correre via. Molti libri, poche emozioni, solo sensazioni. Tu non c’eri più ed era solo colpa mia.

10. Estate 2010


De Pedis – Amor Fou

L’estate di una Sicilia apparecchiata per te, senza trucchi né inganni. L’estate dei compleanni sulla spiaggia, delle corse per veder passare i treni sul lungomare. L’estate dove ho imparato a essere me stesso, purtroppo e per fortuna.

11. Estate 2011

Questa canzone la scegli tu.