Dieci pagine fitte di appunti e non so da dove cominciare.
In tre giorni ho attraversato le Ande e non so quanti fusi, mi sono svegliato mentre il sole assaliva l’aereo alle spalle, ho visto una distesa di nuvole tutte diverse (alcune dalla consistenza di zucchero filato, altre imitavano alla perfezione il latte che si perde nel thè caldo), ho iniziato il mio primo vero viaggio.

1 dicembre, Santiago de Chile
11:00 (ora cilena)
Non so come finisco dentro il taxi. Passata la dogana mi muovo come un automa, ripeto l’indirizzo al tizio della compagnia di trasporti, pago, prendo il biglietto ed esco nella calura cilena. Vengo indirizzato verso un taxi che mi aspetta con il motore acceso. Salgo, ripeto l’indirizzo al conducente e gli chiedo se per caso parla un po’ di italiano. Mi risponde “no, soy cileno” e non capisco se ha capito male o se vuole giocare al piccolo Lapalisse con me.
Si chiama Caniumilla, Gustavo Caniumilla. Abita a Santiago da trent’anni ma è nato in riva al mare. Al mio “¿Cuánto tiempo demorará?” (con l’aiuto del frasario so’ boni tutti) mi spiattella un ottimista “veinte”; venti minuti che, nel giro di pochi istanti, diventano quarantacinque in bocca a Gustavo Caniumilla. Che Caniumilla è, per carità. È tranquillo, non sfora i 110 km/h e controlla il percorso più breve (il pagamento anticipato non gli permette di fare il furbo). Mi dice “tráfico” sbuffando e io colgo la palla al balzo e rilancio con un “eh, soy de Roma” con gli accenti al posto giusto. Gustavo però non coglie la mia pregnante analisi sociologica e preferisce non accodarsi a questo italiano scemo che poco ci manca che affermi “italiani e cileni, una faccia una razza”.
Poi, così, all’improvviso lungo la Ruta 5 appare la scritta SANTIAGO, proprio sotto i primi palazzoni della città. La prima impressione è quella di una città dell’Italia meridionale ipertrofica con enormi grattacieli e strade a tre corsie. Se state pensando “Napoli!” siete fuori strada. Io pensavo alla Calabria, ma si è trattato solo di un istante, basato quasi esclusivamente sulle immagini della periferia. Santiago è tutt’altro.
Due cose mi colpiscono subito: gli uomini che raccolgono cartacce anche negli spazi deserti tra una superstrada e l’altra, e i tizi che passano tra le macchine ferme al semaforo con l’occorrente per pulire i vetri. Non iniziano a pulire se non dai loro il permesso.
C’è anche una terza cosa che non posso fare a meno di registrare. Si tratta di una canzone di Paulina Rubio che proviene dalla radio della macchina a fianco. A volumi degni di una discoteca.
Benvenuti in Cile.