Archivi per la categoria ‘Santiago’

SantiaGO! – Parte Terza

venerdì, 30 dicembre 2011

20111230-190033.jpg

Alle nove di mattina Santiago è già congestionata da un traffico cortese ma fermo. L’aria è pesante anche se di tanto in tanto una brezza leggerissima ti ricorda che l’ossigeno esiste.
Una strada che sale e spacca a metà piccole case coloratissime (non esistono piani regolatori all’europea né discutibili leggi sul colore dei palazzi), qualche cane sporadico, venditori di humitas e paccottiglia per turisti. In cima la Chascona, una delle tre case cilene di Pablo Neruda.

20111230-190142.jpg

Un piano sull’altro, una casa immensa che sembra esplodere come un fuoco d’artificio in tante piccole camere che di certo sono cadute lentamente e in ordine sparso all’interno di un giardino con vista su Santiago e – in fondo – la Cordigliera.
Tema unico: il mare. Varianti: sandìa (anguria), bottiglie, bambole, stampe surrealiste.

20111230-190234.jpg

20111230-190309.jpg

Un gruppo di stanze per mangiare, un altro gruppo per rilassarsi e scrivere, una camera da letto per i giorni d’estate e un’altra per quelli invernali, un bar all’aperto e uno al chiuso.
Come si conosce ancor più intimamente un poeta che ha scritto così tanto (e così bene)? Adesso ho la risposta.

SantiaGO! – Parte seconda

giovedì, 8 dicembre 2011

Julietta mi invita a guardare oltre i grandi palazzi, sede di oficinas*.
«Dovresti vedere le Ande», mi dice «ma non puoi a causa dello smog. Questa città vive sotto una nuvola di smog.»
Santiago conta poco più di sei milioni di abitanti ed è la settima città più popolosa del Sudamerica. Fondata nel 1541 da Pedro de Valdivia, uno dei due tenenti di Pizarro, la città venne chiamata Santiago del Nuevo Extremo con riferimento esplicito alla vecchia Santiago europea.

20111208-192106.jpg

Stiamo passeggiando lungo una delle vie centrali. Julietta è una delle mie cugine sudamericane (le chiamo cugine anche se in realtà siamo figli di cugini), ha una figlia, Martina, e una sorella, Paula. Mi ospiteranno per un paio di giorni, fino alla mia partenza per Mendoza.
La piccola Martina è intelligentissima e, prima di uscire di casa, ha provato a leggere in italiano. Mi ha mostrato un vecchio quaderno di esercizi d’italiano e mi ha battuto a domino finché non ho deciso che il gioco era durato anche troppo.
Adesso prende a calci una lattina di Sprite in attesa che il semaforo diventi verde. Passiamo dal negozio di arredamento in cui lavora Paula, io sono un po’ stanco per il viaggio in aereo ma una cena a base di pesce non la si rifiuta per principio. Le tre ragazze insistono affinché io assaggi il salmone, che mi viene servito insieme a patatine fritte e insalata. Buonissimo.
Parliamo dei nonni, della nostra famiglia e io mi sento a casa. Le guardo e sono contento di trovarmi a cena con loro, come se ci conoscessimo da sempre.
Ho una casa anche dall’altra parte del mondo, mi dico. E forse non ho tutti i torti.

* In realtà capisco solo molti minuti più tardi che Julietta si riferisce agli uffici; inizialmente credevo esistessero meccanici così facoltosi da potersi permettere un intero grattacielo anziché il solito scalcinato garage.

SantiaGO! – Parte prima

lunedì, 5 dicembre 2011

Dieci pagine fitte di appunti e non so da dove cominciare.
In tre giorni ho attraversato le Ande e non so quanti fusi, mi sono svegliato mentre il sole assaliva l’aereo alle spalle, ho visto una distesa di nuvole tutte diverse (alcune dalla consistenza di zucchero filato, altre imitavano alla perfezione il latte che si perde nel thè caldo), ho iniziato il mio primo vero viaggio.

20111205-094028.jpg

1 dicembre, Santiago de Chile
11:00 (ora cilena)

Non so come finisco dentro il taxi. Passata la dogana mi muovo come un automa, ripeto l’indirizzo al tizio della compagnia di trasporti, pago, prendo il biglietto ed esco nella calura cilena. Vengo indirizzato verso un taxi che mi aspetta con il motore acceso. Salgo, ripeto l’indirizzo al conducente e gli chiedo se per caso parla un po’ di italiano. Mi risponde “no, soy cileno” e non capisco se ha capito male o se vuole giocare al piccolo Lapalisse con me.

Si chiama Caniumilla, Gustavo Caniumilla. Abita a Santiago da trent’anni ma è nato in riva al mare. Al mio “¿Cuánto tiempo demorará?” (con l’aiuto del frasario so’ boni tutti) mi spiattella un ottimista “veinte”; venti minuti che, nel giro di pochi istanti, diventano quarantacinque in bocca a Gustavo Caniumilla. Che Caniumilla è, per carità. È tranquillo, non sfora i 110 km/h e controlla il percorso più breve (il pagamento anticipato non gli permette di fare il furbo). Mi dice “tráfico” sbuffando e io colgo la palla al balzo e rilancio con un “eh, soy de Roma” con gli accenti al posto giusto. Gustavo però non coglie la mia pregnante analisi sociologica e preferisce non accodarsi a questo italiano scemo che poco ci manca che affermi “italiani e cileni, una faccia una razza”.

Poi, così, all’improvviso lungo la Ruta 5 appare la scritta SANTIAGO, proprio sotto i primi palazzoni della città. La prima impressione è quella di una città dell’Italia meridionale ipertrofica con enormi grattacieli e strade a tre corsie. Se state pensando “Napoli!” siete fuori strada. Io pensavo alla Calabria, ma si è trattato solo di un istante, basato quasi esclusivamente sulle immagini della periferia. Santiago è tutt’altro.

Due cose mi colpiscono subito: gli uomini che raccolgono cartacce anche negli spazi deserti tra una superstrada e l’altra, e i tizi che passano tra le macchine ferme al semaforo con l’occorrente per pulire i vetri. Non iniziano a pulire se non dai loro il permesso.
C’è anche una terza cosa che non posso fare a meno di registrare. Si tratta di una canzone di Paulina Rubio che proviene dalla radio della macchina a fianco. A volumi degni di una discoteca.
Benvenuti in Cile.