«Piove ancora?»
Me lo domandi senza enfasi e senza staccare gli occhi dal libro che stai leggendo.
«Cosa leggi?»
«Non si risponde a una domanda con un’altra domanda.»
Martello con le dita sugli infissi bianchi, sbuffo un po’ e rispondo.
«Piove ancora. Cosa leggi?»
«Ha intenzione di smettere?»
«No. Piove da dieci giorni. Cosa leggi?»
Alzi gli occhi dal libro e mi guardi di sfuggita.
«Una roba sulle cerimonie dell’ovvietà quotidiana.»
«C’è un paragrafo sulle tue domande disinteressate, allora?»
«Mi stai prendendo in giro?»
«Non ti piacerebbe stare in esilio?»
Mi guardi spazientita. Metti un dito tra le pagine, chiudi il libro e cominci a guardarti allo specchio.
«Perché dovrebbe piacermi?»
«Almeno si avrebbe un motivo per vagheggiare un ritorno qui, un motivo per amare questo Paese.»
«A te piacerebbe essere felice in un altro Paese?»
Questa volta l’hai chiesto con cattiveria, non come quel giorno in cui stavo per uscire di casa per comprare i biglietti di sola andata per l’Inghilterra. Quella volta eri stata delicata, speranzosa, quasi euforica.
«Noi non saremo felici mai, Edda. Ed è questa la misura e la palpabilità del nostro esilio.»
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Esilio
domenica, 5 dicembre 201020.43
sabato, 27 novembre 2010Questo è un buon modo per costruire una pace per una guerra che non c’è mai stata.
Dicevi così. Ed era d’inverno, quando il freddo sbatteva il grugno sui vetri della finestra e tentava di infilarsi tra le pieghe del legno marcio di infissi d’altri tempi. La mia logica, ultimamente, deve farsi strada tra i pericoli di un’esistenza sempre vissuta nella mediocrità, nel banale quanto accattivante scimmiottamento dell’aurea via di mezzo.
Non te l’ho detto ma, quando sono venuta da te, ti ho visto molto stanco. E mi hai fatto paura.
Che il mio futuro possa perdonarmi, perché io ho smesso già da tempo di farlo.
Il pianto della scavatrice
lunedì, 22 novembre 2010[...]
Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano da bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognuno, era il mondo.
[...]
Il pianto della scavatrice, Pier Paolo Pasolini
La stagione buona
lunedì, 15 novembre 2010Sì, Sofia, vengo ancora svegliato dai piccioni che tubano sul balcone la mattina presto. Faccio una doccia fredda quando ancora il sole non ne vuole sapere di infilarsi in questo cortile buio. E dire che sabato notte il cielo era luminosissimo di nuvole e luci artificiali, alzavi gli occhi e potevi benissimo aspettarti qualche lampo e il rombo di motori centinaia di metri più in alto e le bombe a fare il percorso contrario, venirti incontro e distruggere i tuoi pensieri.
La mattina, invece, le scarpe mi stanno strette perché i piedi sono ancora caldi di sonno. Esco dal portone di casa e piovono foglie. Gialle, marroni, beige, rosse. Cadono dall’alto nell’istante esatto in cui i raggi del sole si infilano sotto le iridi di una ragazza dai capelli neri ferma al semaforo di fronte. Mi guarda, io penso alle foglie e mi dico che tutto sommato l’autunno è una stagione buona: fa cadere dagli alberi cose vecchie e quasi morte, fa cadere dai mesi cose vecchie e quasi morte, fa degli alberi e dei mesi luoghi deserti, pronti ad accogliere qualcosa di nuovo. Qualcosa di buono, si spera.
Pochi minuti dopo la vedo seduta in fondo all’autobus. Il sole le colpisce sempre lo stesso profilo.
Sento le sue consonanti così cariche e mi dico che in fondo l’autunno è una stagione buona, se sei disposto a uscire presto di casa.
Ogni mattina.
Stesso percorso.
Stesso autobus.
Le mani, rimani, domani
mercoledì, 13 ottobre 2010Ho in testa una canzone con queste rime.
Le mani, rimani, domani.
Ho negli occhi la fotografia di un bambino con la bocca spalancata e gli occhi che la imitano, ed entrambe le mani davanti alla bocca; un crocicchio di stupori che si scontrano, certezze che si evitano e dubbi che convivono. E rimpiango quell’età in cui bastava la più stupida delle delusioni per mettere sui blocchi di partenza il pianto più triste del mondo. Poiché adesso non è più così, e me ne dispiaccio.
Lacrimare, rimanere, domandare.
Ho in bocca il sapore salato del Mar dei Sargassi. Forse è colpa delle enciclopedie, perché sono state loro a dirmi che quel mare si chiama così a causa di un’alga che vi prolifera a dismisura e sale a galla e diventa una specie di erba. Il mare si trasforma in prateria senza cavalli, almeno fino all’arrivo del prossimo cavallone. Ché mica lo so se le onde grosse – quelle da cavalcare – le chiamate così anche voi del Nord.
Cavalcare, collimare, scollinare.
Mi manca la moka sul fornellino, le mie gambe a delimitare il confine di uno spazio privato. Il rito del caffè veniva officiato dopo pranzo, quando gli altri preparavano lo zaino per ripartire. Io cercavo un posto isolato, un punto panoramico, in alto. Perché il caffè ha bisogno sì di gambe che ne circoscrivano il raggio d’azione ma necessita anche di grandi spazi attorno, quando tocca la lingua e cola lungo le pareti dell’esofago. Quando il caffè ti tocca la lingua, devi guardarti attorno e sapere che nessuno ti osserva. Neanche a miglia di distanza.
Scottare, incollare, decimare.
Ten Ten Ten
lunedì, 11 ottobre 2010Girare un cortissimo non è cosa facile.
Parlarne, poi, è ancora più complicato.
Ho fatto qualcosa di inusuale, qualcosa che non mi appartiene e che mi ha messo un po’ in difficoltà. Anche scriverne, adesso, mi mette in difficoltà.
Un doveroso ringraziamento va a chi mi ha messo in mano gli strumenti per farlo e a chi si è improvvisata attrice.
La domenica gioca brutti scherzi, si sa.
Adjustment
giovedì, 7 ottobre 2010Sto inventando un modo per far esplodere senza preavviso tutti i computer del mondo. Voglio vedervi lasciare le vostre case, riversarvi in strada e abbracciarvi così stretti da formare un unico calcolatore gigante, pulsante, vivo, umano.
Ehi tu, vorresti essere la mia scheda madre?
Lo spazio tra le cose illuminate
martedì, 5 ottobre 2010Qualcuno, ogni sera, afferra un mantello scuro e rimbocca il cielo alla Terra. Qualcuno, ogni sera, sprimaccia gli oceani e le montagne, poi accende qualche luce di qua e di là; un piccolo focolare nelle profondità dell’Africa, qualche lampada a petrolio nelle lande afghane, centinaia di migliaia di lampadine negli incubi metropolitani occidentali, un forno dove cuocere il pane caldo, una torcia a dinamo nei boschi della Cornovaglia. Ogni fonte di luce corrisponde a un agglomerato di persone, attirate come falene che sfuggono all’oscurità. Mio nonno, una volta, mi disse che l’uomo ha bisogno della luce per vivere. Mi disse che, in assenza di luce, la pelle diventa bianca e sembra voler morire, le pupille si dilatano e cercano di acchiappare quanta più vita riesce loro finché non si rassegnano e smettono di spampanare, diventano piccole punte di spillo e scompaiono. Gli occhi si ricoprono di pelle e si diventa ciechi per sempre.
«È da quella cecità che si deve ripartire.»
Guardo una fotografia scattata dal satellite; è notte in Europa e le città si stiracchiano brillanti e immobili. I miei occhi sono attirati dalle luci. Sento le pupille dilatarsi mentre passano veloci sulle zone scure e il dolore si placa solo quando gli occhi approdano nelle zone più luminose. Mi soffermo su Parigi e immediatamente vengo attirato dall’oscurità che la circonda. Come una falena istupidita dalla pioggia. Sono bianca, cieca e mi allontano dall’odore della città per tuffarmi nella lussuria olfattiva regalatami dalla rugiada. I contadini vivono nel buio, condizioni imprescindibile per la conoscenza della terra e della luna. E io sbando da un’oscurità all’altra. Mi perdo in rumori che solo un cieco potrebbe apprezzare: un cane che abbaia, un bisbiglio dietro i vetri di una finestra, una goccia che cade per terra e immediatamente viene imitata dalle altre sue impazienti compagne, un uomo che ama una donna.
«È da quella cecità che si deve ripartire», disse mio nonno guardandomi attraverso.
Ho chiuso i miei occhi, sto aspettando che la pelle venga a coprirli.
Poi mi infilerò nello spazio tra le cose illuminate.
Ottantasette
mercoledì, 29 settembre 2010Ragazza, ti porto su un autobus notturno che taglia questa città come fosse una canzone di David Bowie in un noioso pomeriggio di marzo. Ti porto su un autobus per mostrarti le persone dietro un vetro, per regalarti una barriera di liquido solidificato. Un giorno potrai dire di avermi tenuto per mano mentre un passaggio di stato ti regalava gli occhi giusti per conoscere il mondo. Fuori da questo parallelepipedo di luce, Roma sonnecchia e ogni tanto concede svogliatamente qualche attimo migliore di sé prima di ripiegarsi malinconica sulle proprie pieghe. E, ragazza mia, ti chiedo uno sforzo di interpretazione per ogni coppia che vediamo. Ti chiedo di immaginarle sotto le lenzuola mentre si avvicinano e si allontanano ad libitum; solo così scoprirai che l’amore si trasferisce da un corpo all’altro in un gioco di rimandi, di compassioni, di bianchi e neri che cozzano, sfumano, velano tutti gli altri sentimenti che stanno sotto. Solo così l’amore esiste.
N.B.
martedì, 28 settembre 2010Sfatiamo subito il mito che mi vorrebbe seduto alla scrivania e intento a scrivere su questo blog solo quando sono triste. Oggi – tanto per fare un esempio – sono mediamente felice. Certo, il cielo sfoggia un grigio siberiano e la signora di sopra non ha ancora smesso di tossire dalle sei di stamattina (piuttosto mi sa che tocca andare a controllare, non sia mai che oltre alla fama di tristone dovesse aggiungersi anche quella di asociale), ma tutto sommato non mi lamento. Ho una tazzina di caffè caldo sulla scrivania (sì, rileggi la frase e assicurati di averla colta nella maniera più letterale possibile) e una strana voglia di studiare. Dunque non ci sarebbe alcun motivo valido per scrivere sul blog, se non fosse che ieri pomeriggio mi è capitata una cosa strana. Seduto sul sedile posteriore del 3, ascoltavo questa canzone e guardavo Roma scorrermi di fianco. Cosa c’è di strano, direte voi. Tutto, rispondo io, ma per capire dovreste conoscermi davvero e non solo tramite le parole che scrivo.




