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L’homme qui amait les femmes

sabato, 29 gennaio 2011

«Ma cos’hanno tutte queste donne, cos’hanno in più di quelle che conosco? Ebbene, in più hanno proprio il fatto di essere delle sconosciute.»
Bertrand Morane

«Bertrand ha inseguito un’impossibile felicità nella quantità, nella moltitudine; perché abbiamo bisogno di cercare in tante persone ciò che la nostra educazione pretende di farci trovare in una sola.»
Geneviève Bigey

L’homme qui amait les femmes (1977), François Truffaut

Diciamo “mai più” e pensiamo “ancora”

venerdì, 28 gennaio 2011


© sivel

«L’intesa amorosa era perfetta.
Poteva forse essere protratta più a lungo;
ma non era forse stato tutto fulmineo,
in questo loro incontro?»
L’avventura di un lettore (1958), Italo Calvino

Quanto durano le cose che crediamo eterne?
E quanto possono essere eterne le cose che invece crediamo passeggere?
Mi alleno ogni giorno per non pensare già alle tue rughe quando guardo le tue mani. Mi chiedi perché ti metto in una lista, ma non sai che io so fare solo questo. So elencare, mettere una cosa dietro l’altra, inanellare persone e continuare costantemente a sentirmi solo; più la lista si allunga, più la mia percezione gioca brutti scherzi e mi toglie la voce, le mani, le penne e gli occhi.
E ho sempre come l’impressione di far parte di una comitiva di turisti in visita a un museo. Un quadro è conservato così male che tutti, dopo averlo guardato per una decina di secondi, seguono la guida nell’altra sala. Io invece rimango lì, attratto dall’imperfezione e mi sento come un restauratore senza più strumenti di lavoro se non l’ennesima lista. Da cancellare e rifare da capo.

Pictures

giovedì, 27 gennaio 2011

Hai mai trascorso una giornata di pioggia in provincia? Magari verso fine settembre o inizio ottobre? Le persone, improvvisamente stanche dell’estate, si rinchiudono in casa al cadere delle prime gocce, tirano fuori qualche gioco in scatola oppure le carte, stirano, mettono una matita tra i denti e cominciano a far di conto, la vacanza quest’anno ci è costata meno dell’anno scorso ma è anche vero che siamo stati a casa dei tuoi, cara. Fuori piove e tutti si comportano come se avessero a che fare con la neve, non escono per sbrigare compere come farebbero invece a dicembre inoltrato. La pioggia in provincia, verso fine settembre o inizio ottobre, svuota le strade; raccogliendo persone e relegandole ai margini della cordialità come fossero foglie, l’acqua trasforma il paesaggio urbano.
Leggeri marosi si abbattevano sulla pietra lavica delle nostre scogliere e tu, dietro il vetro del bar, tracciavi cuori con le dita mentre io tornavo dal bagno con i pantaloni un po’ gonfi a causa dei tuoi baci. Ora che ci penso, devo aver passato troppo tempo a rassettare cose che poi venivano inevitabilmente spazzate via dalla forza tua e di tutte quelle che son venute dopo. Parlo dei pantaloni, sì, ma anche dei sentimenti. La cannuccia gialla faceva da trait d’union tra le tue labbra e la gazzosa.
Erano i pomeriggi dell’amore, per me; i pomeriggi teneramente lascivi, quando pensi di non esser visto da nessuno e fai finta di non vedere nessuno. Metti al mondo un amore incerto che non riesce a tenersi sulle gambe e ciononostante non rinunci a mostrarlo. Poi arriveranno i pomeriggi del silenzio, quando sai di essere al centro dell’attenzione e non puoi far finta di non vedere gli altri che ti scrutano. Magari metti al mondo un amore perfetto, in grado di superare marosi e piogge metropolitane, però lo nascondi. Come si fa con i neonati da portare al pediatra.
Me la ricordo ancora, quella cabina fotografica. Mi ricordo quel pomeriggio di ottobre, le tue mani incerte ma implacabili, ricordo i flash, la tua bocca, i miei fai piano che nelle tue orecchie diventavano ti amo, e allora no, fermati, devo spiegarti, non ho detto ti amo, non saprei come si fa, non so come si fa. Scappavi via sotto la pioggia e un paio di minuti dopo avrei consegnato al mare il mio primo fallimento. In allegato, ampia documentazione fotografica.

Le differenze

sabato, 22 gennaio 2011


© reey whaar

Sussurrai qualcosa.
Lei mi sentì, forse capì, di sicuro reagì.
Mi prese la testa tra le mani e mi racconto di lui, di come fosse entrato nella sua vita e di come poi, di colpo, ne fosse uscito. Mi spiegò che non è facile incontrare la persona giusta e che invece è fin troppo semplice perderla perché il nutrimento dei dubbi non finirà mai, finché questo cielo resterà in piedi e questa terra si rigenererà. Mi mossi impercettibilmente e lei strinse la presa, mi guardò negli occhi e smise di nascondermi le cose; le sue parole mi salirono lungo le gote come lacrime recalcitranti e non riuscii a fare a meno di pensare che nei mesi precedenti avrei dovuto allenare le mie orecchie per insegnare loro a difendersi. Come non sanguinare, come fare male senza farsi male, come prendere la rincorsa ma saltare da fermi.
Mi spiegò la differenza tra restare e rimanere.
Non riuscii a capirla. Lei mi fece un esempio.
«Siete due. Lui è rimasto, tu invece resti qui.»

Quelli che stanno scappando

venerdì, 14 gennaio 2011

Ho rivisto Mediterraneo di Salvatores, qualche giorno fa. Per l’ennesima volta la frase che chiude il film mi ha afferrato per la gola, trascinato per quattro lunghe rampe di scale e portato in riva al mare. Con una valigia, una borsa piena di libri e fotocamere, due panini e una bottiglia d’acqua. Ogni volta penso sempre la stessa identica cosa, e cioè che non sarebbe un viaggio come si deve qualora non mi costringesse ad attraversare un braccio di mare. È mattina presto, non ho voglia di mettere qualcosa sotto i denti. La luce si infila in ogni pertugio di questa grossa nave dipinta di bianco (il pavimento rosso e le linee blu). Sarà per questo che le navi sono bianche, i muri devono portare la luce fin nelle viscere metalliche. Cerco ogni volta il luogo più deserto, dove posso godermi l’aria di mare e la traversata senza occhi indiscreti. Sì, io incontro il mare così come incontro una donna; tiro metaforiche tendine e lascio fuori il mondo intero. Non mi volto indietro, non guardo mai la città seduta sulla sabbia, preferisco concentrarmi sulla città con la corona di montagne. Me ne sono accorto qualche mese fa, durante l’ennesimo viaggio; Messina devo affrontarla al ritorno, quando comincio a pregustare i pochi chilometri che mi separano da quello straccio di terra che mi ha visto nascere. Quando parto, Messina non voglio guardarla. Sarà per questo che la nave su cui salgo non ha né poppa né prua; è fatta per regalarmi l’impressione di non appartenere né alla Sicilia né al Continente, per convincermi di essere sempre in fuga, sempre con lo sguardo rivolto alla motivazione del mio scappare.

Mentre

domenica, 19 dicembre 2010

Il mio post sotto l’albero. Lo trovate anche qui, insieme agli altri.

Arrivo a casa della nonna. Fa molto caldo e l’aria sa di sale. Nel mio Paese, da quando sono nato, comandano i militari. L’ho sentito dire alla nonna alla cena di Natale dell’anno scorso. Poi, mentre i grandi bevevano il sidro, io sono passato nello studio del nonno, ho cercato il grosso vocabolario e ho scoperto il significato di militare. Ho aggrottato le sopracciglia e, mentre che c’ero, anche la fronte. Papà mi ha visto tornare in stanza e ha aggrottato anche lui sopracciglia e fronte. Gli ho voluto bene in quel momento.
Mamma ieri sera, mentre eravamo sulla corriera, ha detto che quest’anno ce ne liberiamo. Parlava dei militari, forse. Dico questo perché poi, mentre io guardavo fuori dal finestrino sporco, ha aggiunto “quei maledetti vecchi porci se ne andranno con le buone o con le cattive” (metto le virgolette perché qualche mese fa ho scoperto che devo utilizzarle quando riporto esattamente le parole usate da un’altra persona).
Ho sette anni e sono qui a casa della nonna per le vacanze di natale. Nonna abita in una casa vicino al mare. Dev’essere per questo motivo che mamma ha messo il costume in valigia. Dove abitiamo noi non c’è il mare e io ringrazio sempre mamma per farmi vivere lontano dal mare. Dico questo perché una sera di qualche mese fa, mentre facevo finta di dormire e invece leggevo di nascosto sotto le coperte e mentre papà era lontano da casa per un lavoro già da qualche mese, ho sentito mamma singhiozzare (dev’essere il verbo giusto, altrimenti lo correggo dopo) e ripetere qualcosa che aveva a che fare con vuelos, mar e muerte. Papà non è più tornato a casa, da allora. Il lavoro deve averlo impegnato troppo. Io ogni tanto aggrotto le sopracciglia e la fronte, e penso a lui.
Appena arrivati a casa della nonna, il sole sta sorgendo. Nonna apre la porta di casa, mi infila una mano tra i capelli e li scompiglia un po’. Mentre mamma è di là a tirare fuori i vestiti dalla valigia, nonna mi fa sedere a tavola e mi mette davanti una tazza di latte caldo e un pacco di biscotti al burro. In un angolo della cucina c’è un abete di plastica, nonna deve averci spolverato sopra un intero pacco di farina. Fa caldo e non ho tanta voglia di bere il latte bollente, ma so che nonna ci rimarrebbe male. Lei viene dall’Italia e mi ha sempre raccontato che la mattina del ventiquattro dicembre suo padre (e cioè il mio bisnonno, credo) la metteva a sedere al tavolo della cucina e le metteva davanti una tazza di latte caldo e un pacco di biscotti al burro. E dunque tocca anche a me.
Prima di bere, però, mi affaccio alla finestra spalancata e guardo le prime persone dirigersi a mare. Il vento è caldo, il mare è azzurro, il sole è ancora basso ma brucia già la pelle. Il vetro della finestra è tappezzato di batuffoli di cotone attaccati con la colla. Forse nonna voleva dare l’impressione della neve che cade, ma devo dire che il risultato lascia un po’ a desiderare. Bevo il mio latte bollente e mangio qualche biscotto mentre sorrido con la bocca larga in direzione della nonna. Forse nonna pensa che la sto ringraziando, ma in realtà sorrido perché così almeno non mi brucio la bocca e la lingua. Dopo i primi sorsi sento sempre più caldo e sono costretto a togliermi la maglietta, mentre mamma entra in cucina e mi dice di mettere il costume perché si va in spiaggia. La nonna non vuole sentire ragioni. Ho fatto colazione e devo aspettare almeno due ore prima di fare il bagno. Io la ringrazio, mentre mamma dice che se ne occuperà lei e così si va in spiaggia.
Siamo costretti a passare attraverso gli sguardi truci di alcuni militari, io aggrotto le sopracciglia e la fronte e passo oltre. Mamma stringe la borsa da mare con il braccio e passa oltre anche lei. La sabbia brucia, il sole brucia e io non ho alcuna voglia di immergermi in quell’acqua che mi ricorda sempre la sera in cui ho sentito mamma singhiozzare e ripetere qualcosa che aveva a che fare con vuelos, mar e muerte.
Pomeriggio lo passo a casa di nonna, mentre mamma nell’altra stanza incarta regali che non riesco a sbirciare. Nonna mi porta una fetta di panettone e un’altra tazza di latte caldo. Io non sorrido, lo faccio solo dopo aver bevuto il primo sorso. In più, stavolta, soffio sulla superficie bianca. Nonna mette un vecchio disco di canzoni natalizie, accende le luci natalizie e sposta l’abete natalizio vicino alla finestra. La guardo appoggiarsi al davanzale della finestra, guardare il tramonto e nei suoi occhi dev’esserci la neve vera, quella di un posto che chiamano Appennini e che io non ho mai visto. Così come il nonno, sparito anche lui.
Poi arriva il momento della cena, nonna ha cucinato tagliolini in brodo, zuppa di lenticchie, stufato di carne. Mangiamo, ci bruciamo la lingua. Io indosso un paio di pantaloncini cortissimi e una canottiera, sono a piedi nudi. Anche mamma e nonna hanno le braccia scoperte ma indossano scarpe da sera bellissime. Soffiamo sui cucchiai prima di portarli alla bocca, le bottiglie d’acqua grondano (dev’essere il verbo giusto, altrimenti lo correggo dopo) e le candele rosse vengono spente dopo pochi minuti. Fuori il vento continua a essere caldo, mentre nonna prende dal frigorifero una bottiglia di sidro e posa sul tavolo due bicchieri. Per lei e per mamma. Chiedo se posso aprire i regali, mamma sorride e dice di sì mentre nonna scuote un po’ la testa. Non è ancora mezzanotte, forse. Ma non importa, non dice nulla e io esco dalla cucina.
Chiudo lo spesso portone di casa e mi fiondo in strada, attraverso sulle strisce, i militari mi fermano. Parlano di qualcosa che ha a che fare con coprire il fuoco, li sento parlare di altre cose che non capisco, poi uno dei due (il più scemo, forse) dice che è la notte di Natale e cosa mai potrebbe combinare un bambino della mia età in riva al mare? Mi lasciano passare tra i borbottii del militare più intelligente.
Il mare si sente soltanto, non si vede. È questo a darmi sicurezza, forse. Resto lì ad ascoltare, poi lentamente getto i miei regali in mare. Li guardo volare in alto e poi schiantarsi sull’acqua. Li guardo sparire tra le tenebre e subito dopo sento il rumore inconfondibile dell’acqua che si apre.
Capisco vuelos, capisco mar e capisco muerte.
Urlo al mare che può tenersi i miei regali, ma deve tornarmi indietro il mio papà. Gli urlo che è difettoso, aggrotta spesso le sopracciglia e la fronte, è un papà difettoso, hai capito?, non te ne fai niente, devi tornarmelo indietro.
Mamma mi trova la mattina dopo, addormentato tra i miei regali.
Con un pessimo senso per gli affari, il mare me li ha restituiti.

Caracollare

lunedì, 6 dicembre 2010

«[...] il verbo amare non è un verbo sicuro,
manca di precisione e di obiettività.»
(Trilogia della città di K., Agota Kristof)

Non elimino più i ricordi.
Ne faccio piccoli cartocci e li infilo sotto i mobili. Li lascio lì a prendere polvere; qualcuno viene sgranocchiato da insetti avidi di carta, altri subiscono gli spifferi del tempo e le finestre aperte li spaventano oltremodo. Ho ricordi molto fragili e ricordi forti, li vedo camminare a braccetto, i piccoli con i grandi, i forti proteggere i deboli. Me ne accorgo la notte, quando loro credono di non essere osservati. Vengon fuori da sotto i mobili e si aggirano per la stanza. Ogni ricordo lascia una traccia: a volte trovo un libro sulla scrivania, un libro che ero sicuro di aver sistemato nella libreria alcuni mesi prima. Altre volte, invece, i ricordi si fanno vivi tramite le persone, di solito succede di notte. I ricordi però sono parecchio bravi a comparire insieme alle parole, ne basta una manciata per lasciare che un ricordo smetta di accartocciarsi. Lo vedi stiracchiarsi come meglio può e rendersi presentabile.
Prima di scaricarti un pugno in pieno viso.
E cominci a caracollare.

Esilio

domenica, 5 dicembre 2010

«Piove ancora?»
Me lo domandi senza enfasi e senza staccare gli occhi dal libro che stai leggendo.
«Cosa leggi?»
«Non si risponde a una domanda con un’altra domanda.»
Martello con le dita sugli infissi bianchi, sbuffo un po’ e rispondo.
«Piove ancora. Cosa leggi?»
«Ha intenzione di smettere?»
«No. Piove da dieci giorni. Cosa leggi?»
Alzi gli occhi dal libro e mi guardi di sfuggita.
«Una roba sulle cerimonie dell’ovvietà quotidiana.»
«C’è un paragrafo sulle tue domande disinteressate, allora?»
«Mi stai prendendo in giro?»
«Non ti piacerebbe stare in esilio?»
Mi guardi spazientita. Metti un dito tra le pagine, chiudi il libro e cominci a guardarti allo specchio.
«Perché dovrebbe piacermi?»
«Almeno si avrebbe un motivo per vagheggiare un ritorno qui, un motivo per amare questo Paese.»
«A te piacerebbe essere felice in un altro Paese?»
Questa volta l’hai chiesto con cattiveria, non come quel giorno in cui stavo per uscire di casa per comprare i biglietti di sola andata per l’Inghilterra. Quella volta eri stata delicata, speranzosa, quasi euforica.
«Noi non saremo felici mai, Edda. Ed è questa la misura e la palpabilità del nostro esilio.»

20.43

sabato, 27 novembre 2010

Questo è un buon modo per costruire una pace per una guerra che non c’è mai stata.
Dicevi così. Ed era d’inverno, quando il freddo sbatteva il grugno sui vetri della finestra e tentava di infilarsi tra le pieghe del legno marcio di infissi d’altri tempi. La mia logica, ultimamente, deve farsi strada tra i pericoli di un’esistenza sempre vissuta nella mediocrità, nel banale quanto accattivante scimmiottamento dell’aurea via di mezzo.
Non te l’ho detto ma, quando sono venuta da te, ti ho visto molto stanco. E mi hai fatto paura.
Che il mio futuro possa perdonarmi, perché io ho smesso già da tempo di farlo.

Il pianto della scavatrice

lunedì, 22 novembre 2010

[...]

Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano da bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognuno, era il mondo.

[...]

Il pianto della scavatrice, Pier Paolo Pasolini