Il mio post sotto l’albero. Lo trovate anche qui, insieme agli altri.
Arrivo a casa della nonna. Fa molto caldo e l’aria sa di sale. Nel mio Paese, da quando sono nato, comandano i militari. L’ho sentito dire alla nonna alla cena di Natale dell’anno scorso. Poi, mentre i grandi bevevano il sidro, io sono passato nello studio del nonno, ho cercato il grosso vocabolario e ho scoperto il significato di militare. Ho aggrottato le sopracciglia e, mentre che c’ero, anche la fronte. Papà mi ha visto tornare in stanza e ha aggrottato anche lui sopracciglia e fronte. Gli ho voluto bene in quel momento.
Mamma ieri sera, mentre eravamo sulla corriera, ha detto che quest’anno ce ne liberiamo. Parlava dei militari, forse. Dico questo perché poi, mentre io guardavo fuori dal finestrino sporco, ha aggiunto “quei maledetti vecchi porci se ne andranno con le buone o con le cattive” (metto le virgolette perché qualche mese fa ho scoperto che devo utilizzarle quando riporto esattamente le parole usate da un’altra persona).
Ho sette anni e sono qui a casa della nonna per le vacanze di natale. Nonna abita in una casa vicino al mare. Dev’essere per questo motivo che mamma ha messo il costume in valigia. Dove abitiamo noi non c’è il mare e io ringrazio sempre mamma per farmi vivere lontano dal mare. Dico questo perché una sera di qualche mese fa, mentre facevo finta di dormire e invece leggevo di nascosto sotto le coperte e mentre papà era lontano da casa per un lavoro già da qualche mese, ho sentito mamma singhiozzare (dev’essere il verbo giusto, altrimenti lo correggo dopo) e ripetere qualcosa che aveva a che fare con vuelos, mar e muerte. Papà non è più tornato a casa, da allora. Il lavoro deve averlo impegnato troppo. Io ogni tanto aggrotto le sopracciglia e la fronte, e penso a lui.
Appena arrivati a casa della nonna, il sole sta sorgendo. Nonna apre la porta di casa, mi infila una mano tra i capelli e li scompiglia un po’. Mentre mamma è di là a tirare fuori i vestiti dalla valigia, nonna mi fa sedere a tavola e mi mette davanti una tazza di latte caldo e un pacco di biscotti al burro. In un angolo della cucina c’è un abete di plastica, nonna deve averci spolverato sopra un intero pacco di farina. Fa caldo e non ho tanta voglia di bere il latte bollente, ma so che nonna ci rimarrebbe male. Lei viene dall’Italia e mi ha sempre raccontato che la mattina del ventiquattro dicembre suo padre (e cioè il mio bisnonno, credo) la metteva a sedere al tavolo della cucina e le metteva davanti una tazza di latte caldo e un pacco di biscotti al burro. E dunque tocca anche a me.
Prima di bere, però, mi affaccio alla finestra spalancata e guardo le prime persone dirigersi a mare. Il vento è caldo, il mare è azzurro, il sole è ancora basso ma brucia già la pelle. Il vetro della finestra è tappezzato di batuffoli di cotone attaccati con la colla. Forse nonna voleva dare l’impressione della neve che cade, ma devo dire che il risultato lascia un po’ a desiderare. Bevo il mio latte bollente e mangio qualche biscotto mentre sorrido con la bocca larga in direzione della nonna. Forse nonna pensa che la sto ringraziando, ma in realtà sorrido perché così almeno non mi brucio la bocca e la lingua. Dopo i primi sorsi sento sempre più caldo e sono costretto a togliermi la maglietta, mentre mamma entra in cucina e mi dice di mettere il costume perché si va in spiaggia. La nonna non vuole sentire ragioni. Ho fatto colazione e devo aspettare almeno due ore prima di fare il bagno. Io la ringrazio, mentre mamma dice che se ne occuperà lei e così si va in spiaggia.
Siamo costretti a passare attraverso gli sguardi truci di alcuni militari, io aggrotto le sopracciglia e la fronte e passo oltre. Mamma stringe la borsa da mare con il braccio e passa oltre anche lei. La sabbia brucia, il sole brucia e io non ho alcuna voglia di immergermi in quell’acqua che mi ricorda sempre la sera in cui ho sentito mamma singhiozzare e ripetere qualcosa che aveva a che fare con vuelos, mar e muerte.
Pomeriggio lo passo a casa di nonna, mentre mamma nell’altra stanza incarta regali che non riesco a sbirciare. Nonna mi porta una fetta di panettone e un’altra tazza di latte caldo. Io non sorrido, lo faccio solo dopo aver bevuto il primo sorso. In più, stavolta, soffio sulla superficie bianca. Nonna mette un vecchio disco di canzoni natalizie, accende le luci natalizie e sposta l’abete natalizio vicino alla finestra. La guardo appoggiarsi al davanzale della finestra, guardare il tramonto e nei suoi occhi dev’esserci la neve vera, quella di un posto che chiamano Appennini e che io non ho mai visto. Così come il nonno, sparito anche lui.
Poi arriva il momento della cena, nonna ha cucinato tagliolini in brodo, zuppa di lenticchie, stufato di carne. Mangiamo, ci bruciamo la lingua. Io indosso un paio di pantaloncini cortissimi e una canottiera, sono a piedi nudi. Anche mamma e nonna hanno le braccia scoperte ma indossano scarpe da sera bellissime. Soffiamo sui cucchiai prima di portarli alla bocca, le bottiglie d’acqua grondano (dev’essere il verbo giusto, altrimenti lo correggo dopo) e le candele rosse vengono spente dopo pochi minuti. Fuori il vento continua a essere caldo, mentre nonna prende dal frigorifero una bottiglia di sidro e posa sul tavolo due bicchieri. Per lei e per mamma. Chiedo se posso aprire i regali, mamma sorride e dice di sì mentre nonna scuote un po’ la testa. Non è ancora mezzanotte, forse. Ma non importa, non dice nulla e io esco dalla cucina.
Chiudo lo spesso portone di casa e mi fiondo in strada, attraverso sulle strisce, i militari mi fermano. Parlano di qualcosa che ha a che fare con coprire il fuoco, li sento parlare di altre cose che non capisco, poi uno dei due (il più scemo, forse) dice che è la notte di Natale e cosa mai potrebbe combinare un bambino della mia età in riva al mare? Mi lasciano passare tra i borbottii del militare più intelligente.
Il mare si sente soltanto, non si vede. È questo a darmi sicurezza, forse. Resto lì ad ascoltare, poi lentamente getto i miei regali in mare. Li guardo volare in alto e poi schiantarsi sull’acqua. Li guardo sparire tra le tenebre e subito dopo sento il rumore inconfondibile dell’acqua che si apre.
Capisco vuelos, capisco mar e capisco muerte.
Urlo al mare che può tenersi i miei regali, ma deve tornarmi indietro il mio papà. Gli urlo che è difettoso, aggrotta spesso le sopracciglia e la fronte, è un papà difettoso, hai capito?, non te ne fai niente, devi tornarmelo indietro.
Mamma mi trova la mattina dopo, addormentato tra i miei regali.
Con un pessimo senso per gli affari, il mare me li ha restituiti.