Tra sei anni mi ricorderò di te, del tuo affacciarti sul mio cortile triangolare; mi ricorderò delle tue parole sorprese, della tua faccia da bimbo ingenuo. La mia vita respira a fatica sotto una coperta di lana e dubbi, vorrei solo consapevolezza e invece non faccio altro che raccoglierti le mani dalla balaustra e chiedermi dove sto sbagliando, perché tu così bello non puoi sbagliare, tu no, io sì. Mi ricorderò di questo post-it rosa, della penna che trema ogni volta, dei miei respiri e dei miei alveoli grandi quanto le maglie di una rete per tonni; mi guardi allo specchio, sorridi e io penso che mi ricorderò anche di questo, del mio volerti strappare quel sorriso dalla faccia, non puoi sorridere, io posso (solo dopo, comunque), tu non puoi neanche pensare di poter sorridere, solo io posso essere felice nel constatare che tutto riprende vita.
Sei. Sei anni. Sei uomini. Sei letti sfatti. Sei come sei, essere, vivere, pulsare. Sei anni. Non un giorno, né un anno di più.
Sei anni fa ti sei affacciato sul mio cortile triangolare e hai sussurrato qualcosa a proposito della tua sorpresa nel vedere un cortile triangolare. Ogni convinzione era buona per essere scalzata da un dubbio; sei anni fa ti prendevo le mani tra le mie e mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato in te, perché avevo smesso da tempo di chiedermi cosa ci fosse di sbagliato in me. Annotavo il mio ciclo irregolare su un post-it che continuava a cadere dallo specchio del bagno; le mie preoccupazioni erano la tua gioia, tu volevi, io no, tu potevi volere, io neanche questo.
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Sei
venerdì, 22 aprile 2011Roma Club
venerdì, 15 aprile 2011Ci sarebbe quella vecchia storia del ragioniere che si improvvisa imbianchino per dare una mano d’aiuto alla signora del piano di sotto e così poi finire sul tavolo della cucina senza più distinguere la farina dalla vernice, il matrimonio dal tradimento, le lucciole dalle lanterne. Oppure quella vecchia storia del figlio della portinaia che – in un brutto pomeriggio di aprile – scopre che l’albero alla fine del pozzo luce è sbocciato, ha tirato fuori le foglie e i fiori. Ci sarebbe anche quella vecchia storia della ragazza madre che scopa ancora con il padre di suo figlio, il quale padre – ultimamente – è diventato marito di un’altra donna, ragazzo padre di un’ex e concubino della portinaia.
E poi ci sarei io.
Fotografo scarpe di sconosciute, mi diverto a trovare pezzi di puzzle che non finirò mai e non distinguo la farina dalla vernice, il matrimonio dal tradimento, le lucciole dalle lanterne.
You might as well live*
lunedì, 4 aprile 2011Avrei dovuto stringerti le mani prima di farle diventare fredde, ma le mie dita non funzionano bene; un dolore sordo le percorre, sanno fare tanto ma non sanno portare aiuto. Esistono cose che si rompono con fragore, un urlo ne annuncia la rottura e tutti accorrono per portare soccorso, incollare i pezzi più minuti e sorreggere le parti pericolanti. Accanto a queste distruzioni palesi e lievemente esibizioniste, vi sono invece cose che si rompono nel silenzio più totale. Non fanno rumore, nessuno se ne accorge, nessuno – soprattutto – può portare le proprie mani per aiutare.
Mi hai ricordato una disgrazia avvenuta in un paesino di montagna sommerso dalla neve. Una coltre bianca era stata spalmata con il coltello su quel paese e su quella tragedia, i soccorsi non riuscivano ad arrivare a causa di una valanga, la popolazione era tagliata fuori. Duecento metri di neve fresca; da una parte loro, dall’altra noi. Mi hai ricordato quella distanza piccola ma incolmabile. Le tue richieste d’aiuto hanno il suono delle voci di quegli abitanti, quelle quattro vocali e quella consonante arrivano qui attutite dalla neve e dall’acqua.
La stessa sostanza delle lacrime, le stesse lacrime che proprio ieri mi gloriavo di non versare da un bel po’.
* Resume, Dorothy Parker
Una playlist di sensazioni
domenica, 3 aprile 2011Track 01. Era la coda di un treno, il sobbalzare di un bus, la scia di un aereo. Era ogni cosa in movimento, ogni cosa in grado di trascinarmi via, ogni cosa che strappa lacera e sfilaccia. Mi dicevi che un tempo questo genere di addio era la prassi, la vita si misurava negli spazi tra un arrivederci, un amore e un ciao. L’aria sapeva di brillantina, le valigie di naftalina e i vestiti di cassetto pulito. I treni sbuffavano molto più di oggi e non dovevi dimenticare un fazzoletto bianco. Partire era sì un po’ morire, ma era soprattutto un morire per vivere.
Track 02. Non mi sopporti quando ammazzo le parole e le privo della vocale finale. Provo a dirti che non lo faccio apposta. Non è vero, mi dici, lo fai in maniera consapevole ma ti voglio bene lo stesso. Ti dico che io invece non te ne voglio (ed è una bugia vecchia come il mondo che calpestiamo con le nostre all star) e aggiungo anche un vaffanculo, fatto scivolare via da una bocca baffuta.
Track 03. La signora del piano di sotto non si lamenta mai. Sposto il divano, i mobili, il letto. Sposto ogni cosa nella mia vita ma lei non si lamenta. La incontro una mattina di marzo; lei sale le scale, mi guarda e mi sorride. Io le passo accanto trasportando un borsone pieno di panni da buttare, la guardo e le sorrido. Questa abitudine dei vecchi di darti consigli senza alcun bisogno di sputare logore parole.
Bonus track. Solo tu sai che ho pianto, lì e in quel momento. Solo tu lo sai e c’è un motivo. A volte si dicono alcuni segreti per suggellare un tacito accordo.
Di rinoceronti e conigli
mercoledì, 30 marzo 2011Avevo un’amica che sapeva creare piccoli animali con la carta. Scartavi una caramella e lei dopo pochi minuti ti faceva trovare sul tavolino una giraffa. Piccola, luccicante, perfetta. Si chiamava Sara, la giraffa. E la mia amica si chiamava come lei. Sara amava leggere una vecchia poesia di Ungaretti e io stavo lì ad ascoltarla mentre fumavo le mie prime sigarette. Era estate, un’estate di quelle tumultuose. Pioveva tanto, e forte. E io amavo tanto, e parecchio forte. Così forte che un giorno Sara mi regalò un rinoceronte di carta. Piccolo, luccicante, perfetto. Si chiamava Saro, il rinoceronte. E Sara mi disse: Impara da lui, costruisciti una corazza apparentemente inespugnabile e poi falla a pezzi, crea piccoli spiragli nei punti vitali, tu non puoi continuare così, ti farai male. Fu lei a farsi male, invece. Consapevole della mia testardaggine, volle sperimentare cosa significava farmi perdere la testa, convinta di poter gestire la situazione. Uno sguardo incerto, un bacio sulla guancia più lungo del previsto. Io mi innamorai perdutamente di lei e non un animale di carta ricevetti in quelle lunghissime settimane nelle quali Sara si innamorò di me. Una sera piovve così tanto che nessuna nave riuscì a partire dall’isola e la mattina dopo trovai un coniglio di carta sul tavolo della veranda. Lungo l’orecchio destro un piccolo scartami, scritto con una bic blu. Ucciso il coniglio, solo poche righe per me:
Tu non diventerai mai forte come un rinoceronte, ciononostante sai come far male. Non mi resta che fuggire via. Ricordati però che non sempre avrai a che fare con piccoli conigli. Tua, Sara.
Le cose che sai di me
domenica, 20 marzo 2011Sottotitolo: E che, tutto sommato, vorresti non sapere.
Sai che scappo, che amo, che metto tutto in ordine sulla scrivania e che poi – in un raptus – accartoccio e butto via, sai che faccio finta di niente, sai che dimentico persino di mangiare, sai che disprezzo e poi passo di nascosto a comprare, che scherzo e poi sono serio, sai che faccio finta e basta, sai che non mi piace dare spiegazioni e ancor meno mi piace riceverne, sai che giudico e mi sottraggo al giudizio, sai che mi alleno mi schianto mi sfracello e poi sono pronto a ricominciare da capo, sai che sono nato con il mare negli occhi e il sale nel naso, sai che ho visto la neve per la prima volta quando avevo tre anni, sai che non mi manca nulla ma vado in cerca di qualcosa che un giorno possa mancarmi, improvvisamente, così come adesso mi manchi tu.
Dizionario dei giorni felici (dalla R alla V)
sabato, 12 marzo 2011ribàlta da RIBALTÀRE dar la volta.
Strumento rurale da voltare la terra.
Asse o tavola girevole su pernietti, che si adatta lungo la batteria de’muri di un teatro, che si alza quando nella scena deve comparire notte, essendo appunto ordinata a impedire che la luce si getti sul palco; Piano girevole della scrivania; Sportello che apre e chiude la botola.
Avevo la premura di regalarti l’oscurità ogni qualvolta i miei occhi instancabili incontravano i tuoi allo stremo delle forze; spalancavo la ribalta e prenotavo un posto in prima fila, il teatro sapeva di cipria e dopobarba, sprimacciavo i guanti tra le mani e spostavo lo sguardo sul palco finché non ti vedevo sbucare dal sipario rosso.
saccomànno prov. sacaman; sp. sacomano: = b. lat. SACCOMÀNNUS, dal germanico: med. alt. ted. SACKMANN uomo dal sacco: e quindi propr. Chi andava dietro agli eserciti portando i bagagli, e probab. dopo la battaglia a raccogliere le spoglie del nemico: e poi que’soldati che erano mandati a foraggiare.
Ora |passando dall’agente all’atto| si usa comunemente per Saccheggio |med. alt. ted. sackman machen far saccheggio|.
Deriv. Saccamannàre (voce ant.); Saccomanneggiàre = saccheggiare.
Prendetelo, quell’uomo ha rubato i nostri giorni felici, li tiene in quel sacco; acciuffatelo, che non si azzardi a rivenderli a nessuno; la fatica ci portava via le vene delle braccia, l’alito delle nostre bocche e lo stillicidio del sangue che passava dall’atrio al ventricolo; quell’uomo era lì, pronto a rubare vene, alito, sangue, ricordi, felicità; adesso – ne sono certo – scaraventerà i nostri giorni felici sul tavolo lurido di qualche bancarella, li smembrerà e ne rivenderà ogni pezzo a un compratore diverso; i nostri giorni felici vivranno mediocrità e meschinità di giorni anonimi.
termòmetro dal gr. THERMÓS caldo e MÈTRON misura.
Strumento proprio a misurare la temperatura dell’aria, di un fluido in cui trovasi immerso, o di un altro corpo che vien posto a contatto di esso.
All’inizio erano solo brividi di freddo, un dolore indolente alla coda dell’occhio, le dita intorpidite; poi la febbre arrivava, spazzava via i residui dei malanni precedenti e si impossessava di te; stavolta c’ero io con te, a tenerti la mano, a passarti il termometro, ad accarezzarti le gote infiammate e a prendermi cura della tua fronte madida; erano giorni felici anche quelli passati accanto alla tua febbre, perché quella linea rossa arrivata così in alto mi faceva ben sperare per te, volevo rimanessi febbricitante, volevo dipendessi totalmente e imprescindibilmente da me; ma arrivò la guarigione e un’altra febbre ti portò via.
unísono dal lat. ÚNUS uno e SÒNUS suono.
Che dà lo stesso suono, le stesse vibrazioni; come sost. Accordo di più voci, di più strumenti musicali, e fig. degli animi: onde « Essere all’unisono » = Andare d’accordo.
Ed è forse il paradigma dell’ineluttabilità, quello che facciamo finta di non conoscere; le nostre due voci all’unisono, i nostri strumenti all’unisono; ma le voci sono fatte da corde e così anche gli strumenti; le corde si spezzano, si lacerano, si allentano e si sfibrano; i giorni felici sono fatti di voci all’unisono, si va d’accordo, ci si specchia nelle rotondità dell’altro; ed è forse il paradigma dell’ineluttabilità, quello che non vogliamo provare sulle nostre corde.
vàglia da VALÉRE esser forte, aver pregio.
Detto di persone Pregio; detto di cose Prezzo.
In commercio Obbligazione scritta di pagare una somma di danaro a una data scadenza |nel qual significato è di genere mascolino|: detto anche Vaglia cambiario.
Abbiamo speso troppo tempo a calcolare il prezzo del nostro tempo insieme.
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Dizionario dei giorni felici (dalla A alla E)
sabato, 12 febbraio 2011attenzióne lat. ATTENTIÒNE(M) da ATTÈNTUS, p. p. di ATTÈNDERE, por mente, osservare, porre cura (v. Attendere). — L’atto con cui la mente si rivolge ad un oggetto.
Guardavo la strada, mettevo il mio corpo tra il tuo e l’asfalto, ti facevo un cenno, conoscevo quelle strade e ti trattavo come una bambina, non sai quanto corrono qui e non fanno caso ai semafori; controllavo le ciocche dei tuoi capelli e mi preoccupavo di tenerle sempre in ordine, mi voltavo se non ti sentivo alle mie spalle.
bàcio prov. bais; sp. beso; port. beijo; a cui fanno riscontro lo sp. bezo, port. beiço (rum. buzà) labbro: dal lat. BÀSIUM voce di oscura etimologia e di irregolare processo e che taluno avvicina al gr. BÀZO parlo, BASKO, BASKAÍNO mormoro, i quali con PHÀSKO dico portano alla rad. di PHEMÍ o PHAMÍ parlo (v. Fama). — Appressare le labbra e comprimerle a chicchessia, per aprirle quindi aspirando con qualche forza, in segno di amore o riverenza.
Parlavo alle tue labbra, mormoravo alla tua bocca, sussurravo alla tua lingua, tutto era bacio e ogni bacio era parola, mormorìo, sussurro; parlavamo tramite i baci, uno frettoloso per dirci non adesso, più tardi, uno lungo e profondo per sussurrarci l’amore di cui avevamo bisogno, uno bagnato e incerto per mormorare addio.
coràggio prov. coratges; sp. coraje; fr. courage; port. coragem: dall’ant. CORÀGGIO [==* CORÀTICUM] per cuore. — Forza d’animo, la quale fa che l’uomo non si sbigottisca nei pericoli, o affronti consideratamente rischi, ovvero non si abbatta per dolori fisici o morali, sopporti gl’infortuni e simili.
Averne tanto e accorgersi improvvisamente che le scorte non durano in eterno e che anzi si fanno fuori in fretta.
distaccàre Formato come AT-TACCÀRE, ma preposta la partic. DIS, che ha senso contrario od opposto a *TACCÀRE non usato, che ha il significato di agganciare (v. Attaccare). — Levare checchessia dal luogo o dalla cosa ov’è attaccato: comunem. Staccare, ma nell’uso denota alquanto più di difficoltà o di diligenza nell’azione; per metaf. Rimuovere alcuno da una cosa, da una persona per cui egli è appassionato. — Nella miliz. Separar dall’esercito o da un corpo di esso un certo numero di soldati e mandarlo altrove per qualche particolar fazione o per guarnigione.
Stavo attento quando compravo un nuovo album, avevo sempre bisogno di qualcuno accanto che mi aiutasse ad attaccare le figurine senza fare errori; se sbagli, la carta si stropiccia, diventa appiccicosa e a volte si strappa; mia madre mi diceva questo album è come un cuore, fai sempre in modo di attaccare i sentimenti nel modo giusto altrimenti lo distruggerai.
eccezióne dal lat. EXCEPTIÒNEM da EXCÈPTUS, p. p. di EXCÍPERE escludere (v. Eccepire). — L’atto o l’effetto dell’escludere; Limitazione, Restrizione.
Ti consideravo un’eccezione e non avevo ancora controllato il dizionario dei giorni felici; altrimenti, giuro, non l’avrei fatto.
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Non è febbraio, questo
giovedì, 10 febbraio 2011La ragazzaconitacchi sta tornando adesso a casa.
È stanca, il rumore è meno sostenuto del solito e lievemente cadenzato.
Un passo tira l’altro. E più passi tirano via il sipario di questa serata.
Mi dico che un senso, tutto ciò, deve averlo. E l’unica risposta possibile, in questi casi, è una lista. Nei giorni più difficili, quando un concetto proprio non riesce a entrarmi in testa, quando i conti non tornano e le scadenze si materializzano sotto forma di lettere, email e telefoni che squillano, nei giorni più difficili – dicevo – c’è bisogno di fissare obiettivi e punti che hanno un disperato bisogno di diventare punti fermi (se con la colla, la sparachiodi o la mollica umida, non importa):
10. Ogni pensiero, adesso, non fa altro che riportarmi alla mente una vecchia canzone che parlava di pioggia, Roma e stare male.
9. Mi sento grande quando qualcuno viene a pranzo da me.
8. Ho imparato a tirar fuori le mie idee, a gestirle. Negli anni ho imparato a lasciarle in pace mentre prendono forma e – non appena si son rese quantomeno presentabili – riavviare loro un ciuffo ribelle e spingerle sul palcoscenico.
7. Primavera, non ti odio. Però non farmi troppo male.
6. Il mio divano è rosso, ho pulito la stanza per voi, ho strofinato il panno sul vetro delle finestre e ho anche usato uno spray anti-polvere che non mi convinceva fino in fondo e che, poco prima del vostro arrivo, aveva trasformato la mia scrivania in un addobbo natalizio pieno di bolle bianche.
5. Sto vivendo gli ultimi capitoli di uno dei romanzi che accompagnano la mia vita. Questo è ambientato a Roma e il protagonista è uno studente che ci sta mettendo più del previsto a laurearsi. Il libro ha tutto ciò che serve a un romanzo d’appendice: esce a puntate, serve a incrementare le vendite del quotidiano, ha una trama scontata e largamente prevedibile, è confusionario e presenta numerosi personaggi, si può dividere facilmente in diversi sottogeneri.
4. Martedì ho pensato alle mie prime chiavi di casa, trovate sulla scrivania il giorno in cui ho compiuto quattordici anni.
3. Via del Governo Vecchio è la mia nuova casa. Ci sono arrivato grazie a lei, non ho ancora contribuito all’economia di quella via ma lo farò molto presto, lo so.
2. Mi piacerebbe avere ogni giorno un motivo per partire e andare via. Te lo voglio dire tra un pezzo di pizza e una crocchetta unta, ma so che tu non saresti d’accordo per niente.
1. Diciamo no ai treni, alle stazioni, ai binari lunghi decine e decine di metri, alle colonne sempre troppo distanti e sempre troppo sottili, al fischietto del capotreno, al lettore mp3 che sceglie per noi senza alcuna pietà, alle frasi sussurrate dietro un vetro e regalate allo schermo di un cellulare.
Soundtrack: La Crise, Yann Tiersen
Mi chiederò di te, fermo a un semaforo
domenica, 30 gennaio 2011Tu dammi la schiena, fammi contare i difetti che premono sotto la pelle, lasciami capire la direzione dei tuoi muscoli, il verso delle tue vene. Sai, a volte penso di odiarti; succede sempre verso le sei di mattina, quando ormai ti sei staccata da me e dormi su un fianco. Io ho la schiena schiacciata sul materasso e gli occhi sbarrati. Guardo il soffitto, un lampadario polveroso e una piccola macchia di umidità. Penso di odiarti perché mi vizi come un bambino, mi regali tutto di te senza tenere in considerazione che un giorno mi concederai soltanto la schiena e nulla più. Quel giorno dovrò contare le vertebre con gli occhi e dovrò farlo in fretta perché presto sarai inghiottita da altri ricordi, altre mani, altre schiene. Mi chiederò di te, fermo a un semaforo. Stringerò i pugni in tasca e non userò mai più l’indice destro per toccare altre vertebre. Quel dito lo conserverò per te: l’indice per la purezza e la semplicità.
Mi darete la schiena e per ognuna avrò un dito diverso. Il pollice per l’innocenza e l’ingenuità, il medio per la passione e la volgarità, l’anulare per l’eleganza e la sincerità e il mignolo per completezza e diversità. E poi di nuovo con l’altra mano. Ricomincerò da capo e avrò di nuovo bisogno di te, perché l’indice sinistro non vorrò usarlo con nessun’altra.
Tu dammi la schiena, al resto penso io.
Lei ha scattato, io ho scritto.
Le sue (bellissime) fotografie solitamente sono molto più colorate; la ringrazio per la piacevole eccezione.





