À bout de souffle (1960), Jean-Luc Godard
« New York Herald Tribune! New York Herald Tribune! »
La vedo attraversare la strada. I giornali sotto il braccio e la maglietta gialla. Come i suoi capelli corti. La inseguo per pochi metri e poi lascio sia la mia voce a raggiungerla.
« Vieni con me a Roma? »
Lei si volta. Forse è contenta di vedermi, forse no. Ma non lascia nulla al caso. Neanche io lo faccio mai.
« È da pazzi, ma ti amo. Volevo vedere se fossi stato contento di vederti di nuovo. »
Ecco, l’ultima frase sembra quasi una giustificazione. E non è da me. Cosa mi fa, cosa diavolo mi fa.
« Dove sei stato? Montecarlo? »
Non era questa la tua domanda, Patricia. So per certo che non si tratta della domanda giusta, della domanda che si è affacciata nella tua testa nel momento in cui mi hai sentito alle spalle. Ma ti rispondo, Patricia, certo che ti rispondo. La mia giacca un po’ a spiovente forse ti farà ridere, ma ho corso per tutta la Francia su una macchina rubata per venire qui.
« No, Marsiglia. C’era un affare da controllare. Ho provato a chiamarti, lunedì. »
« Ero fuori città, lunedì. »
Accendo la mia ennesima sigaretta e tu ti volti un po’. Ancora quella voce stridula, quando alzi la voce e dici:
« New York Herald Tribune! »
Non sei fatta per questo mestiere. La tua voce non è fatta per alzare la voce e dire New York Herald Tribune. Le tue dita finiscono e comincia la carta inchiostrata. Hai le dita nere e vorrei privarti un po’ di quel nero lucido.
« Ne prendo uno. »
« Gentile da parte tua. »
La tua spalla destra strofina contro la mia giacca. E poi mi dici:
« Cosa ci fai qui? Pensavo odiassi Parigi. »
« No, ma ho avuto nemici qui. »
« Così tu sei in pericolo? »
« Sì. Verrai a Roma con me? »
« Per far che? »
Ecco che si apre una breccia, Patricia. Stai capitolando. Ma non mi va di vincere facile.
« Vedremo. »
« No, ho molte cose da fare qui. »
Bugia, Patricia. Solenne bugia. I tuoi occhi dicono altro e io non posso fare finta di non capire. Mi giro un po’, ti indico la strada con le dita e poi in una frazione di secondo ti chiedo:
« Stai salendo o scendendo lungo gli Champs? »
« Cosa sono gli Champs? »
Adoro quando mi chiedi cose ovvie, quando le tue labbra parlano e i tuoi occhi guardano.
« Gli Champs Elysées. Devo essere tra poco in Avenue George V. »
Continui a guardarmi, come se non capissi. E poi diventi improvvisamente sbrigativa.
« Ok, ci vediamo dopo. »
No, non ci vediamo dopo. Io ti voglio adesso. La maglietta gialla è lì per me e il tuo seno allarga leggermente le lettere di quel titolo così famoso.
« Dai, cammina con me. »
« Fino all’angolo. »
Accendo un’altra sigaretta con quella vecchia ancora in vita. À bout de souffle sembrano dire le mie spalle, aperte e stanche come una A, mentre le tue sembrano la T vispa, penetrante dell’Herald Tribune.
« New York Herald Tribune! »
« Riprenditelo, non c’è l’oroscopo! »
« Cos’è l’oroscopo? »
« L’oroscopo è il futuro. Io voglio conoscere il futuro. Tu no? »
« Certo. »
Credo di non poter fare a meno del momento in cui dici certo.
« New York Herald Tribune. »
Il mio profilo, suvvia. Fuori dalla finzione cinematografica, possiedo il profilo più invidiato del mondo. La sigaretta mi cade dalle labbra, senza schiantarsi a terra. Così come il mio sguardo; cade sul tuo collo, sul tuo seno sotto quella coperta gialla. Te ne accorgi, ovviamente. Stupido io a pensare il contrario.
« Qual è il problema? »
« Nessuno, ti stavo solo guardando. »
Silenzio.
« Sei arrabbiato con me perché me ne sono andata senza salutarti. »
« No, ero furioso perché ero triste. Era bello svegliarsi con una ragazza a fianco. »
« Stai in città? »
« Sì, devo vedere un uomo che mi deve dei soldi. E poi devo vedere te. »
Ecco la mossa giusta, frase perfetta declamata con il tono dello spavaldo, mano che si posa sulla tua spalla destra. Non resisterai, lo so. Non potrai farlo.
« No, non devi. »
Mi sposti la mano da lì e mi guardi negli occhi. Io non capisco.
« Perché? »
« Ci sono ragazze molto più carine di me, qui. »
Classica mossa, Patricia. So contrattaccare in questi casi.
« No. È strano, ho dormito con due ragazze dopo di te. È stato un disastro. »
Mi guardi alzando le sopracciglia e mi accorgo di aver parlato un po’ troppo velocemente, ma la coperta era troppo corta.
« Cos’è un disastro? »
« Loro erano veramente carine, ma è stato un disastro. Ero depresso. Verrai con me a Roma? Sono stufo della Francia. »
« Non posso, Michel. Devo laurearmi alla Sorbona o i miei genitori non mi manderanno più soldi. »
« Io ho i soldi. »
« Abbiamo passato solo tre notti insieme! »
« No, cinque. Perché non porti il reggiseno? »
« Non parlare così! »
« Ok, scusa! Che ore sono? Ci vediamo dopo? »
« Non dopo. Stanotte, se vuoi. »
« Dove? »
« Qui. »












































