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	<title>Nemo Blog &#187; Roma</title>
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	<description>Non vi sono sommari, solo interi capitoli.</description>
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  <title>Nemo Blog</title>
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		<title>In grani grossi</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 20:51:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un motivo, se mi piace lo zucchero di canna. Nasce nelle bustine marroni, cresce lì dentro al riparo da tutto e poi nuota felice da tutt&#8217;altra parte. Non è una vita così brutta, in fondo. Lo zucchero di canna, poi, ha una particolarità da non sottovalutare: lo si trova quasi sempre in grani grossi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un motivo, se mi piace lo zucchero di canna.<br />
Nasce nelle bustine marroni, cresce lì dentro al riparo da tutto e poi nuota felice da tutt&#8217;altra parte. Non è una vita così brutta, in fondo. Lo zucchero di canna, poi, ha una particolarità da non sottovalutare: lo si trova quasi sempre in grani grossi. Non è impalpabile, non si sfarina con particolare facilità e, soprattutto, non si scioglie del tutto.<br />
Mi ricorda Mont Saint-Michel, la lingua di sabbia che sbuca prepotentemente dal mare (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo vuoto, è il mare a permettergli di sopravvivere). Il mio fondo di caffè lambisce le pareti della tazzina e lascia affiorare piccoli squarci del mio eroe culinario. Lo zucchero di canna si coagula, rimane compatto nelle asperità del liquido scurissimo dentro il quale viene gettato con prepotenza (io, in verità, lo accompagno sempre con dolcezza), ma non muore.<br />
Mi ricorda due persone che si abbracciano, due persone che trovano una <em>completezza</em> in un&#8217;azione così evanescente quale può essere un abbraccio (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo pieno, in un&#8217;azione così concreta quale può essere un abbraccio).<br />
Mi hai detto che lo zucchero di canna non ti piace.<br />
Ma, quando me l&#8217;hai detto, non sapevi ancora di essere dentro una bustina marrone. E, in brevissimo tempo, sei immersa nel caffè. Quello che tua madre prepara per te ogni mattina, non sapendo di gettarti tra le mie braccia.<br />
Ho perso dieci anni di vita in un solo attimo, dietro una colonna. Al riparo da tutto. Quando ho deciso di rubarti dieci anni di vita con un solo bacio strappato alla folla.</p>
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		<title>Dimmi un diminutivo che posso usare con te</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 21:29:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le parole costano. Più passa il tempo, più il loro valore aumenta. Un &#8220;ti amo&#8221; sussurrato nei primi mesi di una relazione ha un costo infinitamente minore del &#8220;ti amo&#8221; gridato a squarciagola nel momento in cui ci si sta perdendo. E allora ho deciso. Io voglio conservare le mie parole, perché un domani potrei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole costano. Più passa il tempo, più il loro valore aumenta. Un &#8220;ti amo&#8221; sussurrato nei primi mesi di una relazione ha un costo infinitamente minore del &#8220;ti amo&#8221; gridato a squarciagola nel momento in cui ci si sta perdendo. E allora ho deciso. Io voglio conservare le mie parole, perché un domani potrei averne bisogno. Potrei aver bisogno di chiamare insistentemente qualcuno che non vuole sentirmi, potrei aver bisogno di mille parole per circoscrivere un sentimento, spiegare la mia posizione, valutare ogni mio desiderio. Dunque adesso dimmi un diminutivo che posso usare con te. Sceglilo tu, scrivilo su un pezzo di carta e allungamelo tra le tazzine di caffè sporche del tuo rossetto e delle mie labbra. Dimmi un diminutivo e quello sarà il tuo nome.</p>
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		<title>Ripetizioni</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 07:19:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggo storie passate, gesti oramai inusuali, piccole malinconie di ritorno, stupide manie di superstizione. Leggo tutto questo e penso che non ce lo meritiamo. Ogni storia nasce, cresce e muore. A volte gli si fa un funerale pomposo (che potrebbe arrivare a durare giorni e giorni, con i parenti che piangono gridando il nome del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo storie passate, gesti oramai inusuali, piccole malinconie di ritorno, stupide manie di superstizione. Leggo tutto questo e penso che non ce lo meritiamo. Ogni storia nasce, cresce e muore. A volte gli si fa un funerale pomposo (che potrebbe arrivare a durare giorni e giorni, con i parenti che piangono gridando il nome del defunto e i bambini che non capiscono nulla ma sentono nell&#8217;aria la tristezza), altre volte una manciata di terra sulla bara è più che sufficiente. In fondo, non siamo stati mai vicini. E, come ogni morte, anche la morte di una storia si porta dietro non tanto la paura del presente (della rottura), quanto la disperazione per il futuro. Quando ogni gesto fatto insieme si rivelerà maledettamente difficile da riprodurre in solitaria. Fare l&#8217;amore, in primis. Ma anche lavare i piatti, con le anche che si toccano, la tua morbidezza a contatto con i miei pantaloncini estivi. In fondo, non siamo stati mai vicini. Perché poi, nei mesi a venire, farà male anche solo pensare al luogo in cui potresti trovarti. Con chi. Come. Sei felice. Io no. Tu lo sarai senz&#8217;altro, come puoi non essere felice se ti ho privato delle mie paure, delle mie ansie, dei miei inutili egocentrismi. Anche io potrei essere felice, sì. Se penso alle cose che ti sei portata via, per esempio. Le gelosie, le sfuriate, il controllo su tutto. Ogni storia nasce, cresce e muore.<br />
Qualcuno mi ha chiesto un consiglio, stamattina. Un consiglio per dare un senso alla propria giornata. Ho fatto una lista di cose da fare, ma il succo era <em>fai quello che ti piace, solo per un giorno e vedrai che ne varrà la pena</em>.<br />
Usare i ricordi per viverne di nuovi. Piacevoli, moderni e privi di rimpianti.</p>
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		<title>Una mosca</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 20:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Quell&#8217;oscuro oggetto del desiderio (1977), Luis Buñuel Certo, potrebbe essere colpa degli strascichi di un inverno avaro di attenzioni ma pieno di avvenimenti. In fondo quel freddo me lo sento ancora addosso; avevo comprato un cappotto nuovo per l&#8217;occasione, facevo le smorfie davanti allo specchio mentre lo provavo. Mi serviva per andare lontano e non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="450" height="364"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/RWkHk0p54hM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/RWkHk0p54hM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="450" height="364"></embed></object><br />
<em>Quell&#8217;oscuro oggetto del desiderio</em> (1977), <strong>Luis Buñuel</strong></p>
<p>Certo, potrebbe essere colpa degli strascichi di un inverno avaro di attenzioni ma pieno di avvenimenti. In fondo quel freddo me lo sento ancora addosso; avevo comprato un cappotto nuovo per l&#8217;occasione, facevo le smorfie davanti allo specchio mentre lo provavo. Mi serviva per andare lontano e non tornare mai più, secondo i miei sogni. Ma i sogni non coincidono mai con i progetti.<br />
Potrebbe anche essere colpa di una primavera tutto sommato inesistente, evanescente, così tropicale nel clima e così indifferente davanti a ciò che (non) mi stava accadendo. Quel sole l&#8217;ho visto apparire la mattina e sparire il pomeriggio, surclassato da nuvole nere e gocce pesanti. Non avevo comprato nulla per l&#8217;occasione, mi aggiravo tra le bancarelle di Porta Portese con una cravatta nella mano e la macchina fotografica nella borsa.<br />
E forse sarà colpa di quest&#8217;inizio d&#8217;estate se ancora mi capita di pensare. Non a qualcuno, non a qualcosa. A un&#8217;idea, forse. Ma le idee sono anche peggio dei sogni e dei progetti, ti portano lontano con la mente e poi ti inchiodano alla sedia quando decidi di seguirle.</p>
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		<title>Le cose che avrei voluto dirti e non ti ho detto mai</title>
		<link>http://www.nemoblog.org/2010/05/28/le-cose-che-avrei-voluto-dirti-e-non-ti-ho-detto-mai/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 21:29:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La musica classica non va ascoltata con un paio di cuffie comprate al supermercato. Soprattutto se si tratta di cuffie rosse. Questo lo so. Questo lo sapevi anche tu quando io facevo finta di nulla e ascoltavo, mi riempivo le orecchie di quella musica così perfetta eppure così grezza, resa quasi fastidiosa dall&#8217;inefficienza di quelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La musica classica non va ascoltata con un paio di cuffie comprate al supermercato. Soprattutto se si tratta di cuffie rosse. Questo lo so. Questo lo sapevi anche tu quando io facevo finta di nulla e ascoltavo, mi riempivo le orecchie di quella musica così perfetta eppure così grezza, resa quasi fastidiosa dall&#8217;inefficienza di quelle cuffie rosse.<br />
Ti guardavo far scivolare il vino bianco tra le pareti del bicchiere, ti guardavo e tu mi sorridevi. E il rumore di fondo degli strumenti a riposo&#8230; io mi dedicavo anima e corpo a quel rumore di fondo. Il violoncellista stava fermo, non aveva alcuna nota da suonare mentre i violini strillavano acuti e alti sopra la partitura. Ma io sentivo il violoncellista; sentivo la sua lingua passare delicatamente sulle labbra, la sua fronte inumidirsi, le sue dita sgranchirsi. Sentivo tutto, di lui. Quando cominciava a suonare le sue note, io passavo a un altro musicista muto.<br />
Questo accadeva mentre tu mi parlavi di un tappeto. Lo volevi scuro, spesso, quasi un piccolo materasso. Io ti sognavo sdraiata su quel tappeto, ti vedevo lì sopra con la gonna rannicchiata sul tuo grembo e le calze pronte per essere sfilate, afferrate e lanciate lontano.<br />
Poi ho capito che stavo sentendo tutto con le cuffie rosse del supermercato, che stavo vedendo tutto attraverso un vetro animato; che ti avrei avuta, sì, ma sarebbe durato troppo poco. Persino per me.</p>
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		<title>Un&#8217;amica di vecchia data</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 14:38:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[© nekominn Il punto è che non potrai mai sapere la luce che troverai in questo posto alle ventunoequarantatrè. Sì, le ventunoequarantatrè precise. Così come non potrai mai conoscere la sensazione che ti prenderà alla gola quando varcherai la porta di casa, in una freddissima sera d&#8217;inverno. Avrò un pugno di mirtilli tra le mani, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="lightbox[groupname]" href="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/04/552.png"><img src="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/04/552.png" alt="" width="450" height="273" /></a><br />
© <a href="http://www.flickr.com/photos/tanktv/">nekominn</a></p>
<p>Il punto è che non potrai mai sapere la luce che troverai in questo posto alle <em>ventunoequarantatrè</em>. Sì, le <em>ventunoequarantatrè</em> precise. Così come non potrai mai conoscere la sensazione che ti prenderà alla gola quando varcherai la porta di casa, in una freddissima sera d&#8217;inverno. Avrò un pugno di mirtilli tra le mani, il loro dolcissimo sangue scuro scorrerà lungo i miei avambracci, solcherà ogni singola vena e tingerà di un blu violaceo i miei fianchi.<br />
Probabilmente mi dirai qualcosa come:<br />
« Lo sapevo che avevi il sangue blu. »<br />
Io riderò e poi piangerò, ti dirò che quel sangue così scuro è conseguenza dell&#8217;avermi lasciata sola per troppo tempo, in una casa troppo buia o troppo luminosa (in ogni caso, sempre <em>troppo</em>).<br />
« &#8230; perché Reykjavik è così, cazzo, e tu lo sapevi! »<br />
Ogni mia accusa ti troverà sempre serena e imperturbabile. Piangerai solo per qualche secondo e poi sorriderai, a me. Per me.<br />
Per me che vivo tra quattro mura, spremo mirtilli e canto vecchie canzoni inglesi, l&#8217;ultimo filo che mi porto dietro dall&#8217;Europa. E quel filo, in questi mesi, l&#8217;ho utilizzato per imbastire discorsi interrotti, polaroid a pezzi e suoni disgregati. Arrivava tutto da fuori, io aprivo le minuscole finestre e lasciavo entrare un giorno una foglia, il giorno successivo una palla persa da chissà chi, il giorno dopo ancora qualche altro oggetto lanciato chissà da dove. Poi richiudevo quei pertugi e scrivevo. La punta della piuma volata in casa in un venerdì d&#8217;ottobre veniva immersa delicatamente nel succo di mirtilli. Queste quattro mura crescevano in altezza, le mie parole sporcavano <strong>letteralmente</strong> le pareti della mia disperazione e io rimanevo lì in silenzio, svuotata.<br />
Ma tu sapevi tutto.<br />
Sapevi anche di questa stupida bicicletta accartocciata che sono costretta a portarmi sotto il culo.<br />
<em><strong>Mi porti fuori, adesso?</strong></em></p>
<p><em>Per <a href="http://squilitumblr.tumblr.com/">Sofia</a>, che ha <a href="http://micronemo.tumblr.com/post/475537114/facciamo-un-gioco">giocato</a> con me.</em></p>
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		<title>La battaglia delle sorbe #2</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 16:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[© miss-deathwish (&#8230; continua da qui) Dietro il cespuglio, l&#8217;erba si faceva più fitta e alta. Le mie scarpe di tela sprofondavano nel terreno morbido e umido, l&#8217;aria era carica di un odore fortissimo che non riuscivo a distinguere bene. Conoscevo l&#8217;odore dell&#8217;erba secca che brucia, l&#8217;odore del diserbante, l&#8217;odore delle pesche cadute dagli alberi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="lightbox[groupname]" href="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/03/549.png"><img src="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/03/549.png" alt="" width="450" height="566" /></a><br />
© <a href="http://miss-deathwish.deviantart.com/art/so-many-stars-115418460">miss-deathwish</a></p>
<p><em>(&#8230; continua da <a href="http://www.nemoblog.org/2010/03/13/la-battaglia-delle-sorbe/">qui</a>)</em></p>
<p>Dietro il cespuglio, l&#8217;erba si faceva più fitta e alta. Le mie scarpe di tela sprofondavano nel terreno morbido e umido, l&#8217;aria era carica di un odore fortissimo che non riuscivo a distinguere bene. Conoscevo l&#8217;odore dell&#8217;erba secca che brucia, l&#8217;odore del diserbante, l&#8217;odore delle pesche cadute dagli alberi e lasciate lì a marcire. Conoscevo molti odori ma quello no. E un po&#8217; ci rimasi male, non potevo farmi strada nel mondo senza conoscerne tutti gli odori.<br />
Il sentiero che stavo seguendo si inerpicava leggermente tra due pareti di argilla, in fondo un enorme carrubo sembrava sbarrarmi la strada. D&#8217;un tratto capì di essere già stato lì, qualche estate prima, forse nell&#8217;estate dell&#8217;89 o in quella del &#8217;90. Anzi no, sicuramente ero stato in quel posto nel 1989, poiché nel 1990 la grande Battaglia Invernale del Carrubo aveva messo la parola fine al dominio di mio cugino su quel territorio. I temibili fratelli Schepisi avevano osato affrontare mio cugino e, durante la notte, avevano ammazzato un paio di conigli bianchi e li avevano appesi per le zampe posteriori ai rami del Carrubo, residenza invernale del mio comandante in capo. Ciò aveva scatenato l&#8217;ira del mio idolo, non tanto per la fine orribile dei conigli, quanto per il fatto che i temibili fratelli Schepisi avevano pitturato sul corpo delle povere bestiole quattro strisce verticali. Nere. Nessun juventino avrebbe lasciato impunito un simile misfatto.<br />
Ma la battaglia volse al peggio quando, nella foga della vittoria ormai in pugno, mio cugino (il quale, per l&#8217;occasione, si era avvalso del valoroso aiuto di altri due cugini un po&#8217; più grandi di noi) scese dal carrubo con la cerbottana in mano e cominciò a rincorrere i fratelli Schepisi, convinto ormai di trovarsi virtualmente sul carro del vincitore. Mai errore militare fu pagato a così caro prezzo. I temibili fratelli, fuggendo verso la dimora della propria famiglia, sguinzagliarono i tre mastini napoletani che costrinsero mio cugino e i suoi due pavidi aiutanti a una rovinosa ritirata tra i campi di ortiche. Il dominio del Carrubo era ormai perduto per sempre; a me, recluta settenne addetta al rancio e al ruolo di sentinella sull&#8217;uscio di casa, era proibito ogni riferimento a quel san Martino di fuoco.<br />
Evidentemente, adesso, a mia insaputa, mio cugino era riuscito a riconquistare il territorio perduto, fonte di ogni malinconia. E la malinconia era anche la mia, perché fu lì &#8211; nell&#8217;estate del 1989 &#8211; che Vincenzina mi mostrò per la prima volta il suo <em>fiorellino</em>.</p>
<p><em>(continua&#8230;)</em></p>
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		<title>Le cose che accadono senza fare rumore</title>
		<link>http://www.nemoblog.org/2010/03/18/le-cose-che-accadono-senza-fare-rumore/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 18:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[© maewe [Legge Roi] Corrono mesi tra la rottura del manico di una tazza e il momento in cui quest&#8217;ultima ti cade dalle mani. Una sera, nell&#8217;angolo più buio di una credenza che sa di pangrattato e asili nido, una crepa compare sulla superficie bianca di finissima porcellana. La crepa si fa strada, silenziosamente. Circonda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="lightbox[groupname]" href="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/03/548.png"><img src="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/03/548.png" alt="" width="450" height="298" /></a><br />
© <a href="http://www.flickr.com/photos/maewe/">maewe</a></p>
<p><strong>[Legge <a href="http://roiability.blogspot.com/">Roi</a>]</strong></p>
<p>Corrono mesi tra la rottura del manico di una tazza e il momento in cui quest&#8217;ultima ti cade dalle mani.<br />
Una sera, nell&#8217;angolo più buio di una credenza che sa di pangrattato e asili nido, una crepa compare sulla superficie bianca di finissima porcellana. La crepa si fa strada, silenziosamente. Circonda il manico, lo isola dal resto della tazza. E basta. Si ferma lì, ha compiuto la propria opera e non deve far altro che aspettare.<br />
Questa è una cosa che accade senza fare rumore, per esempio.</p>
<p>Corrono mesi tra la rottura di un rapporto e il momento in cui quest&#8217;ultimo ti cade dalle mani.<br />
Una sera, nell&#8217;angolo più luminoso di una stanza che sa di ormoni e detenuti in libera uscita, un dubbio compare sulla superficie epidermica increspata da invisibili rughe. Il dubbio si fa strada, silenziosamente. Circonda uno dei due amanti, lo isola dall&#8217;altro. E basta. Si ferma lì, ha compiuto la propria opera e non deve far altro che aspettare.<br />
Questa è un&#8217;altra cosa che accade senza fare rumore, per esempio.</p>
<p>E io, queste cose che accadono senza fare rumore, le odio.<br />
Così come odio le gocce di gelato che cadono sui pantaloni, il congelatore che si guasta e comincia a piangere, le amicizie che si perdono con il passare degli anni, la pioggia che arriva in una giornata di primavera, le lacrime di chi riesce a piangere in silenzio, le grida di chi riesce a urlare senza lasciare uscire alcun suono.<br />
<strong>Le grida di chi riesce a urlare senza lasciare uscire alcun suono.</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>New York Herald Tribune!</title>
		<link>http://www.nemoblog.org/2010/03/17/new-york-herald-tribune/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:26:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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<em>À bout de souffle</em> (1960), <strong>Jean-Luc Godard</strong></p>
<p>« <em>New York Herald Tribune! New York Herald Tribune!</em> »<br />
La vedo attraversare la strada. I giornali sotto il braccio e la maglietta gialla. Come i suoi capelli corti. La inseguo per pochi metri e poi lascio sia la mia voce a raggiungerla.<br />
« Vieni con me a Roma? »<br />
Lei si volta. Forse è contenta di vedermi, forse no. Ma non lascia nulla al caso. Neanche io lo faccio mai.<br />
« È da pazzi, ma ti amo. Volevo vedere se fossi stato contento di vederti di nuovo. »<br />
Ecco, l’ultima frase sembra quasi una giustificazione. E non è da me. Cosa mi fa, cosa diavolo mi fa.<br />
« Dove sei stato? Montecarlo? »<br />
Non era questa la tua domanda, Patricia. So per certo che non si tratta della domanda giusta, della domanda che si è affacciata nella tua testa nel momento in cui mi hai sentito alle spalle. Ma ti rispondo, Patricia, certo che ti rispondo. La mia giacca un po’ a spiovente forse ti farà ridere, ma ho corso per tutta la Francia su una macchina rubata per venire qui.<br />
« No, Marsiglia. C&#8217;era un affare da controllare. Ho provato a chiamarti, lunedì. »<br />
« Ero fuori città, lunedì. »<br />
Accendo la mia ennesima sigaretta e tu ti volti un po’. Ancora quella voce stridula, quando alzi la voce e dici:<br />
« <em>New York Herald Tribune!</em> »<br />
Non sei fatta per questo mestiere. La tua voce non è fatta per alzare la voce e dire <em>New York Herald Tribune</em>. Le tue dita finiscono e comincia la carta inchiostrata. Hai le dita nere e vorrei privarti un po’ di quel nero lucido.<br />
« Ne prendo uno. »<br />
« Gentile da parte tua. »<br />
La tua spalla destra strofina contro la mia giacca. E poi mi dici:<br />
« Cosa ci fai qui? Pensavo odiassi Parigi. »<br />
« No, ma ho avuto nemici qui. »<br />
« Così tu sei in pericolo? »<br />
« Sì. Verrai a Roma con me? »<br />
« Per far che? »<br />
Ecco che si apre una breccia, Patricia. Stai capitolando. Ma non mi va di vincere facile.<br />
« Vedremo. »<br />
« No, ho molte cose da fare qui. »<br />
Bugia, Patricia. Solenne bugia. I tuoi occhi dicono altro e io non posso fare finta di non capire. Mi giro un po’, ti indico la strada con le dita e poi in una frazione di secondo ti chiedo:<br />
« Stai salendo o scendendo lungo gli <em>Champs</em>? »<br />
« Cosa sono gli <em>Champs</em>? »<br />
Adoro quando mi chiedi cose ovvie, quando le tue labbra parlano e i tuoi occhi guardano.<br />
« Gli Champs Elysées. Devo essere tra poco in Avenue George V. »<br />
Continui a guardarmi, come se non capissi. E poi diventi improvvisamente sbrigativa.<br />
« Ok, ci vediamo dopo. »<br />
No, non ci vediamo dopo. Io ti voglio adesso. La maglietta gialla è lì per me e il tuo seno allarga leggermente le lettere di quel titolo così famoso.<br />
« Dai, cammina con me. »<br />
« Fino all&#8217;angolo. »<br />
Accendo un’altra sigaretta con quella vecchia ancora in vita. <em>À bout de souffle</em> sembrano dire le mie spalle, aperte e stanche come una A, mentre le tue sembrano la  T vispa, penetrante dell&#8217;<em>Herald Tribune</em>.<br />
« <em>New York Herald Tribune!</em> »<br />
« Riprenditelo, non c&#8217;è l&#8217;oroscopo! »<br />
« Cos&#8217;è l&#8217;oroscopo? »<br />
« L&#8217;oroscopo è il futuro. Io voglio conoscere il futuro. Tu no? »<br />
« Certo. »<br />
Credo di non poter fare a meno del momento in cui dici <em>certo</em>.<br />
« New York Herald Tribune. »<br />
Il mio profilo, suvvia. Fuori dalla finzione cinematografica, possiedo il profilo più invidiato del mondo. La sigaretta mi cade dalle labbra, senza schiantarsi a terra. Così come il mio sguardo; cade sul tuo collo, sul tuo seno sotto quella coperta gialla. Te ne accorgi, ovviamente. Stupido io a pensare il contrario.<br />
« Qual è il problema? »<br />
« Nessuno, ti stavo solo guardando. »<br />
Silenzio.<br />
« Sei arrabbiato con me perché me ne sono andata senza salutarti. »<br />
« No, ero furioso perché ero triste. Era bello svegliarsi con una ragazza a fianco. »<br />
« Stai in città? »<br />
« Sì, devo vedere un uomo che mi deve dei soldi. E poi devo vedere te. »<br />
Ecco la mossa giusta, frase perfetta declamata con il tono dello spavaldo, mano che si posa sulla tua spalla destra. Non resisterai, lo so. Non potrai farlo.<br />
« No, non devi. »<br />
Mi sposti la mano da lì e mi guardi negli occhi. Io non capisco.<br />
« Perché? »<br />
« Ci sono ragazze molto più carine di me, qui. »<br />
Classica mossa, Patricia. So contrattaccare in questi casi.<br />
« No. È strano, ho dormito con due ragazze dopo di te. È stato un disastro. »<br />
Mi guardi alzando le sopracciglia e mi accorgo di aver parlato un po’ troppo velocemente, ma la coperta era troppo corta.<br />
« Cos&#8217;è un disastro? »<br />
« Loro erano veramente carine, ma è stato un disastro. Ero depresso. Verrai con me a Roma? Sono stufo della Francia. »<br />
« Non posso, Michel. Devo laurearmi alla Sorbona o i miei genitori non mi manderanno più soldi. »<br />
« Io ho i soldi. »<br />
« Abbiamo passato solo tre notti insieme! »<br />
« No, cinque. Perché non porti il reggiseno? »<br />
« Non parlare così! »<br />
« Ok, scusa! Che ore sono? Ci vediamo dopo? »<br />
« Non dopo. Stanotte, se vuoi. »<br />
« Dove? »<br />
« Qui. »</p>
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		<title>La battaglia delle sorbe</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 15:10:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[© styush « Il tuo mondo finisce lì » disse mio cugino indicando il frutteto più a sud. E io lì &#8211; lì dove finisce il mondo, intendo &#8211; c&#8217;ero stato parecchie volte. Avevo il mio deposito di armi batteriologiche e forse inconsciamente sapevo già che lì si sarebbe combattuta la battaglia di una vita. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="lightbox[groupname]" href="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/03/546.png"><img src="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/03/546.png" alt="" width="450" height="450" /></a><br />
© <a href="http://Styush.deviantart.com/art/Ethel-106980249">styush</a></p>
<p>« Il tuo mondo finisce lì » disse mio cugino indicando il frutteto più a sud.<br />
E io lì &#8211; lì dove finisce il mondo, intendo &#8211; c&#8217;ero stato parecchie volte. Avevo il mio deposito di armi batteriologiche e forse inconsciamente sapevo già che lì si sarebbe combattuta la battaglia di una vita. Mio cugino non era mai stato nel mio territorio di confine poiché il suo <em>limes</em> era molto più a valle, lui combatteva una guerra secolare con i gatti randagi e le cornacchie scontrose. Le mie battaglie invece mi vedevano contrapposto a legioni di formiche e innocenti topi di campagna.<br />
« Ma potrò venire ogni tanto fin laggiù per darti una mano? » chiesi ingenuamente.<br />
« Tu devi essere scemo » tagliò corto lui, prendendo il suo arco e scendendo dalla terrazza.<br />
Provai a infilarmi tra le sue gambe per implorarlo ma poi mi dissi che il mio rango di valoroso combattente non prevedeva tali bassezze e che avrei dovuto dimostrare il mio coraggio sul campo anziché nell&#8217;affronto al mio idolo incontrastato. Saltai gli ultimi scalini con abile mossa e passai indifferente accanto alle mie cugine che confezionavano stupidi amuleti con palline di vetro.<br />
<em>Il mio mondo finisce qui. Il mio mondo finisce qui. Il mio mondo finisce qui.</em><br />
Seduto sotto il mandorlo non riuscivo a capire cosa fosse quella voglia di oltrepassare il limite impostomi. Voglio dire, che cosa stupida, mi ha detto <em>non allontanarti</em> e io ho voglia di allontanarmi. E poi perché, ogni volta che qualcuno decide per te, la prospettiva di quel che c&#8217;è <em>oltre</em> quel cespuglio ti affascina in una maniera tale da spingerti a scoprirlo?<br />
Guardavo il cespuglio (dannati limiti, hanno sempre qualcosa che li nasconde ai tuoi occhi) e immaginavo un mondo nuovo là dietro, sebbene dalla terrazza il panorama fosse sempre lo stesso. Alberi d&#8217;ulivo a perdita d&#8217;occhio. In fondo, quasi vicino alla casa invernale, la raffineria. Ma quella era una certezza, un giorno avrei portato la mia guerra fin lì.<br />
« A tavolaaa! »<br />
S&#8217;udì il richiamo del rancio ma io raccolsi la mia cerbottana (mio padre non avrebbe mai dovuto insegnarci a costruire rudimentali flauti con il bambù, opportune modifiche mi avevano permesso di trasformare un oggetto innocuo in un&#8217;arma di distruzione e morte) e le palline di farina indurita, misi la ghirba al collo, il coltellino svizzero nella tasca dei pantaloncini gialli e mi incamminai. Oltre il cespuglio.</p>
<p><em>(continua <a href="http://www.nemoblog.org/2010/03/19/la-battaglia-delle-sorbe-2/">qui</a>&#8230;)</em></p>
<p><strong>Soundtrack</strong><br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=-BeDFpO-7rk"><em>Mercoledì</em>, <strong>Marta Sui Tubi</strong></a></p>
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