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In grani grossi

giovedì, 24 giugno 2010

C’è un motivo, se mi piace lo zucchero di canna.
Nasce nelle bustine marroni, cresce lì dentro al riparo da tutto e poi nuota felice da tutt’altra parte. Non è una vita così brutta, in fondo. Lo zucchero di canna, poi, ha una particolarità da non sottovalutare: lo si trova quasi sempre in grani grossi. Non è impalpabile, non si sfarina con particolare facilità e, soprattutto, non si scioglie del tutto.
Mi ricorda Mont Saint-Michel, la lingua di sabbia che sbuca prepotentemente dal mare (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo vuoto, è il mare a permettergli di sopravvivere). Il mio fondo di caffè lambisce le pareti della tazzina e lascia affiorare piccoli squarci del mio eroe culinario. Lo zucchero di canna si coagula, rimane compatto nelle asperità del liquido scurissimo dentro il quale viene gettato con prepotenza (io, in verità, lo accompagno sempre con dolcezza), ma non muore.
Mi ricorda due persone che si abbracciano, due persone che trovano una completezza in un’azione così evanescente quale può essere un abbraccio (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo pieno, in un’azione così concreta quale può essere un abbraccio).
Mi hai detto che lo zucchero di canna non ti piace.
Ma, quando me l’hai detto, non sapevi ancora di essere dentro una bustina marrone. E, in brevissimo tempo, sei immersa nel caffè. Quello che tua madre prepara per te ogni mattina, non sapendo di gettarti tra le mie braccia.
Ho perso dieci anni di vita in un solo attimo, dietro una colonna. Al riparo da tutto. Quando ho deciso di rubarti dieci anni di vita con un solo bacio strappato alla folla.

Dimmi un diminutivo che posso usare con te

venerdì, 4 giugno 2010

Le parole costano. Più passa il tempo, più il loro valore aumenta. Un “ti amo” sussurrato nei primi mesi di una relazione ha un costo infinitamente minore del “ti amo” gridato a squarciagola nel momento in cui ci si sta perdendo. E allora ho deciso. Io voglio conservare le mie parole, perché un domani potrei averne bisogno. Potrei aver bisogno di chiamare insistentemente qualcuno che non vuole sentirmi, potrei aver bisogno di mille parole per circoscrivere un sentimento, spiegare la mia posizione, valutare ogni mio desiderio. Dunque adesso dimmi un diminutivo che posso usare con te. Sceglilo tu, scrivilo su un pezzo di carta e allungamelo tra le tazzine di caffè sporche del tuo rossetto e delle mie labbra. Dimmi un diminutivo e quello sarà il tuo nome.

Ripetizioni

venerdì, 4 giugno 2010

Leggo storie passate, gesti oramai inusuali, piccole malinconie di ritorno, stupide manie di superstizione. Leggo tutto questo e penso che non ce lo meritiamo. Ogni storia nasce, cresce e muore. A volte gli si fa un funerale pomposo (che potrebbe arrivare a durare giorni e giorni, con i parenti che piangono gridando il nome del defunto e i bambini che non capiscono nulla ma sentono nell’aria la tristezza), altre volte una manciata di terra sulla bara è più che sufficiente. In fondo, non siamo stati mai vicini. E, come ogni morte, anche la morte di una storia si porta dietro non tanto la paura del presente (della rottura), quanto la disperazione per il futuro. Quando ogni gesto fatto insieme si rivelerà maledettamente difficile da riprodurre in solitaria. Fare l’amore, in primis. Ma anche lavare i piatti, con le anche che si toccano, la tua morbidezza a contatto con i miei pantaloncini estivi. In fondo, non siamo stati mai vicini. Perché poi, nei mesi a venire, farà male anche solo pensare al luogo in cui potresti trovarti. Con chi. Come. Sei felice. Io no. Tu lo sarai senz’altro, come puoi non essere felice se ti ho privato delle mie paure, delle mie ansie, dei miei inutili egocentrismi. Anche io potrei essere felice, sì. Se penso alle cose che ti sei portata via, per esempio. Le gelosie, le sfuriate, il controllo su tutto. Ogni storia nasce, cresce e muore.
Qualcuno mi ha chiesto un consiglio, stamattina. Un consiglio per dare un senso alla propria giornata. Ho fatto una lista di cose da fare, ma il succo era fai quello che ti piace, solo per un giorno e vedrai che ne varrà la pena.
Usare i ricordi per viverne di nuovi. Piacevoli, moderni e privi di rimpianti.

Una mosca

domenica, 30 maggio 2010


Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977), Luis Buñuel

Certo, potrebbe essere colpa degli strascichi di un inverno avaro di attenzioni ma pieno di avvenimenti. In fondo quel freddo me lo sento ancora addosso; avevo comprato un cappotto nuovo per l’occasione, facevo le smorfie davanti allo specchio mentre lo provavo. Mi serviva per andare lontano e non tornare mai più, secondo i miei sogni. Ma i sogni non coincidono mai con i progetti.
Potrebbe anche essere colpa di una primavera tutto sommato inesistente, evanescente, così tropicale nel clima e così indifferente davanti a ciò che (non) mi stava accadendo. Quel sole l’ho visto apparire la mattina e sparire il pomeriggio, surclassato da nuvole nere e gocce pesanti. Non avevo comprato nulla per l’occasione, mi aggiravo tra le bancarelle di Porta Portese con una cravatta nella mano e la macchina fotografica nella borsa.
E forse sarà colpa di quest’inizio d’estate se ancora mi capita di pensare. Non a qualcuno, non a qualcosa. A un’idea, forse. Ma le idee sono anche peggio dei sogni e dei progetti, ti portano lontano con la mente e poi ti inchiodano alla sedia quando decidi di seguirle.

Le cose che avrei voluto dirti e non ti ho detto mai

venerdì, 28 maggio 2010

La musica classica non va ascoltata con un paio di cuffie comprate al supermercato. Soprattutto se si tratta di cuffie rosse. Questo lo so. Questo lo sapevi anche tu quando io facevo finta di nulla e ascoltavo, mi riempivo le orecchie di quella musica così perfetta eppure così grezza, resa quasi fastidiosa dall’inefficienza di quelle cuffie rosse.
Ti guardavo far scivolare il vino bianco tra le pareti del bicchiere, ti guardavo e tu mi sorridevi. E il rumore di fondo degli strumenti a riposo… io mi dedicavo anima e corpo a quel rumore di fondo. Il violoncellista stava fermo, non aveva alcuna nota da suonare mentre i violini strillavano acuti e alti sopra la partitura. Ma io sentivo il violoncellista; sentivo la sua lingua passare delicatamente sulle labbra, la sua fronte inumidirsi, le sue dita sgranchirsi. Sentivo tutto, di lui. Quando cominciava a suonare le sue note, io passavo a un altro musicista muto.
Questo accadeva mentre tu mi parlavi di un tappeto. Lo volevi scuro, spesso, quasi un piccolo materasso. Io ti sognavo sdraiata su quel tappeto, ti vedevo lì sopra con la gonna rannicchiata sul tuo grembo e le calze pronte per essere sfilate, afferrate e lanciate lontano.
Poi ho capito che stavo sentendo tutto con le cuffie rosse del supermercato, che stavo vedendo tutto attraverso un vetro animato; che ti avrei avuta, sì, ma sarebbe durato troppo poco. Persino per me.

Un’amica di vecchia data

venerdì, 23 aprile 2010


© nekominn

Il punto è che non potrai mai sapere la luce che troverai in questo posto alle ventunoequarantatrè. Sì, le ventunoequarantatrè precise. Così come non potrai mai conoscere la sensazione che ti prenderà alla gola quando varcherai la porta di casa, in una freddissima sera d’inverno. Avrò un pugno di mirtilli tra le mani, il loro dolcissimo sangue scuro scorrerà lungo i miei avambracci, solcherà ogni singola vena e tingerà di un blu violaceo i miei fianchi.
Probabilmente mi dirai qualcosa come:
« Lo sapevo che avevi il sangue blu. »
Io riderò e poi piangerò, ti dirò che quel sangue così scuro è conseguenza dell’avermi lasciata sola per troppo tempo, in una casa troppo buia o troppo luminosa (in ogni caso, sempre troppo).
« … perché Reykjavik è così, cazzo, e tu lo sapevi! »
Ogni mia accusa ti troverà sempre serena e imperturbabile. Piangerai solo per qualche secondo e poi sorriderai, a me. Per me.
Per me che vivo tra quattro mura, spremo mirtilli e canto vecchie canzoni inglesi, l’ultimo filo che mi porto dietro dall’Europa. E quel filo, in questi mesi, l’ho utilizzato per imbastire discorsi interrotti, polaroid a pezzi e suoni disgregati. Arrivava tutto da fuori, io aprivo le minuscole finestre e lasciavo entrare un giorno una foglia, il giorno successivo una palla persa da chissà chi, il giorno dopo ancora qualche altro oggetto lanciato chissà da dove. Poi richiudevo quei pertugi e scrivevo. La punta della piuma volata in casa in un venerdì d’ottobre veniva immersa delicatamente nel succo di mirtilli. Queste quattro mura crescevano in altezza, le mie parole sporcavano letteralmente le pareti della mia disperazione e io rimanevo lì in silenzio, svuotata.
Ma tu sapevi tutto.
Sapevi anche di questa stupida bicicletta accartocciata che sono costretta a portarmi sotto il culo.
Mi porti fuori, adesso?

Per Sofia, che ha giocato con me.

La battaglia delle sorbe #2

venerdì, 19 marzo 2010


© miss-deathwish

(… continua da qui)

Dietro il cespuglio, l’erba si faceva più fitta e alta. Le mie scarpe di tela sprofondavano nel terreno morbido e umido, l’aria era carica di un odore fortissimo che non riuscivo a distinguere bene. Conoscevo l’odore dell’erba secca che brucia, l’odore del diserbante, l’odore delle pesche cadute dagli alberi e lasciate lì a marcire. Conoscevo molti odori ma quello no. E un po’ ci rimasi male, non potevo farmi strada nel mondo senza conoscerne tutti gli odori.
Il sentiero che stavo seguendo si inerpicava leggermente tra due pareti di argilla, in fondo un enorme carrubo sembrava sbarrarmi la strada. D’un tratto capì di essere già stato lì, qualche estate prima, forse nell’estate dell’89 o in quella del ’90. Anzi no, sicuramente ero stato in quel posto nel 1989, poiché nel 1990 la grande Battaglia Invernale del Carrubo aveva messo la parola fine al dominio di mio cugino su quel territorio. I temibili fratelli Schepisi avevano osato affrontare mio cugino e, durante la notte, avevano ammazzato un paio di conigli bianchi e li avevano appesi per le zampe posteriori ai rami del Carrubo, residenza invernale del mio comandante in capo. Ciò aveva scatenato l’ira del mio idolo, non tanto per la fine orribile dei conigli, quanto per il fatto che i temibili fratelli Schepisi avevano pitturato sul corpo delle povere bestiole quattro strisce verticali. Nere. Nessun juventino avrebbe lasciato impunito un simile misfatto.
Ma la battaglia volse al peggio quando, nella foga della vittoria ormai in pugno, mio cugino (il quale, per l’occasione, si era avvalso del valoroso aiuto di altri due cugini un po’ più grandi di noi) scese dal carrubo con la cerbottana in mano e cominciò a rincorrere i fratelli Schepisi, convinto ormai di trovarsi virtualmente sul carro del vincitore. Mai errore militare fu pagato a così caro prezzo. I temibili fratelli, fuggendo verso la dimora della propria famiglia, sguinzagliarono i tre mastini napoletani che costrinsero mio cugino e i suoi due pavidi aiutanti a una rovinosa ritirata tra i campi di ortiche. Il dominio del Carrubo era ormai perduto per sempre; a me, recluta settenne addetta al rancio e al ruolo di sentinella sull’uscio di casa, era proibito ogni riferimento a quel san Martino di fuoco.
Evidentemente, adesso, a mia insaputa, mio cugino era riuscito a riconquistare il territorio perduto, fonte di ogni malinconia. E la malinconia era anche la mia, perché fu lì – nell’estate del 1989 – che Vincenzina mi mostrò per la prima volta il suo fiorellino.

(continua qui…)

Le cose che accadono senza fare rumore

giovedì, 18 marzo 2010


© maewe

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[Legge Roi]

Corrono mesi tra la rottura del manico di una tazza e il momento in cui quest’ultima ti cade dalle mani.
Una sera, nell’angolo più buio di una credenza che sa di pangrattato e asili nido, una crepa compare sulla superficie bianca di finissima porcellana. La crepa si fa strada, silenziosamente. Circonda il manico, lo isola dal resto della tazza. E basta. Si ferma lì, ha compiuto la propria opera e non deve far altro che aspettare.
Questa è una cosa che accade senza fare rumore, per esempio.

Corrono mesi tra la rottura di un rapporto e il momento in cui quest’ultimo ti cade dalle mani.
Una sera, nell’angolo più luminoso di una stanza che sa di ormoni e detenuti in libera uscita, un dubbio compare sulla superficie epidermica increspata da invisibili rughe. Il dubbio si fa strada, silenziosamente. Circonda uno dei due amanti, lo isola dall’altro. E basta. Si ferma lì, ha compiuto la propria opera e non deve far altro che aspettare.
Questa è un’altra cosa che accade senza fare rumore, per esempio.

E io, queste cose che accadono senza fare rumore, le odio.
Così come odio le gocce di gelato che cadono sui pantaloni, il congelatore che si guasta e comincia a piangere, le amicizie che si perdono con il passare degli anni, la pioggia che arriva in una giornata di primavera, le lacrime di chi riesce a piangere in silenzio, le grida di chi riesce a urlare senza lasciare uscire alcun suono.
Le grida di chi riesce a urlare senza lasciare uscire alcun suono.