Archivi per la categoria ‘Roma’

Heimlich

martedì, 11 ottobre 2011

«Perché con te è come se avessi del cibo sul fuoco, che se mi allontano tutto brucerà e rimarrò digiuno.»
Se mi allontano, Ratafiamm

Mi piacciono le nostre mani quando si incontrano sulla tua nuca. Per un attimo penso che forse ti sto facendo male, non so dosare la forza e la tua mano viene fin lì per dirmi di andarci più piano, per farmi sapere che non ti va bene così, così no. E invece le nostre mani semplicemente si cercano, camminano vicino ai muri fatti di pelle lì lungo la guancia dove cresce la peluria più sottile, poi svoltano l’angolo delle orecchie e -sbam- cozzano, si sparpagliano, le dita si aprono e si abbracciano, le nocche fanno a gara per toccare i polpastrelli dell’altro.
Mentre ti bacio mi dico che forse vorrei vedere ciò che succede dall’esterno, trovarmi buffo mentre mi arrampico sul tuo viso e scoprirti più bionda, osservare le mie dita mulinare in quel campo di grano e scoprirti più mia. Ma, in fondo, mi va bene anche così.
C’è una cosa che ho imparato e che ho deciso di rigirarmi tra le mani: non si va lontano senza un obiettivo, foss’anche una semplice passeggiata lungo le sponde armate del Tevere o la promessa di un affitto scontato e un po’ retorico. Non si va lontano quando si decide di non essere disposti a camminare, quando involontariamente si fa di tutto per evitare i cambiamenti, quando ci si incaponisce a vivere i giorni nel modo più sbagliato ma così teatralmente – e vigliaccamente – perfetto.
Avevo un personaggio che mi stava inghiottendo e tu sei la manovra di Heimlich che mi aiuta a venirne fuori, che mi spinge lungo l’esofago in cerca di aria e libertà.

Questi pomeriggi tristi che non hanno voglia di finire

lunedì, 11 luglio 2011

Il calvario ha inizio con una nota a caso, con un dito indice che cade su un tasto del pianoforte. Il suono si propaga, attraversa il legno, si schianta sul pavimento e continua la sua personale maratona verso le mie orecchie. Ti sento da qui, ragazza. Ti sento suonare mentre leggo Calvino. Penso che non dovremmo conoscerci così, io e te. Penso che dovremmo farlo come tutti gli altri; in discoteca, magari, oppure tra le note assordanti di un rumorosissimo concerto, nel fango di un’arena o nei corridoi di un’università, nella normalità di un bar durante l’aperitivo o nel cesso di un pub dopo aver bevuto troppa birra. Invece no, a quanto pare ci conosceremo così; io che ti ascolto suonare e tu che non mi vedi mentre lascio cadere il libro sul petto e chiudo gli occhi.
C’è sempre un momento preciso in una storia, il momento in cui ti rendi conto che la persona che hai di fronte è reale e – soprattutto – che ha deciso di vivere il proprio tempo insieme a te. Un’amica mi ha detto di averlo capito mentre stava scattando una fotografia al proprio ragazzo. Lui non dev’essersi accorto di nulla. A me è capitato alla guida, tra una vecchia canzone e l’edizione del giornale radio delle 20. Ero solo. Quando accadrà con te? Accadrà con te? E a te quando accadrà?
C’è sempre un momento preciso in una storia, il momento in cui lei si rende conto che tu sei reale e che hai deciso di vivere il tuo tempo insieme a lei. Quel momento presenterà quasi sempre le stesse identiche caratteristiche del momento in cui tuo figlio dirà finalmente papà: tu non ci sarai.
Tu non ci sarai, perderai quel momento, non la guarderai negli occhi in quel frangente e perderai il suo sguardo. Magari a te sarà già capitato, magari tu avrai già vissuto quel momento ma non sarai mai sicuro di lei. La guarderai ogni mattina, sperando sia quella giusta. E non troverai nulla. O meglio, troverai affetto, amore anche. Ma non quello sguardo lì.
Accadrà la stessa cosa a lei; ti guarderà ogni mattina, sperando sia quella giusta. Ma non troverà quello sguardo.
La perderai come hai perso quel momento.
Non premerlo quel tasto, la prossima volta. Lascia cadere l’indice sul legno muto. Non farmi sentire nulla. Fammi finire questo libro di Calvino.

L.

martedì, 21 giugno 2011

Al centro della Sicilia – nel centro esatto, sì – vive un altro me. Non ha carne né ossa, ma i pensieri spesso si raggrumano e gli concedono brevi attimi di vita fisica. Di solito accade nei gesti di una ragazza che non mi ha dimenticato, di una ragazza che non mi ha mai posseduto. Al centro della Sicilia vive il mio pensiero; in tutti questi anni non hai fatto altro che costruirgli un mondo ideale, vero? Inconsapevolmente, magari.
E così ci sono giorni nei quali mi capita di sentire il profumo del grano maturo, alla fermata del bus. Una mano mi sfiora i capelli imbionditi dal sole e ti vedo lì, ragazza mia, tra le spighe di grano e le traiettorie delle libellule, tra la terra spaccata dal calore e l’odore d’erba secca. Ti vedo lì con lo sguardo rivolto al nord e con le mani immerse nel giallo.
Ti ho sfiorato senza mai incontrarti tante di quelle volte che temo di poter vivere solo nel tuo pensiero.
E mi va benissimo così.

L’inchiostro simpatico

lunedì, 20 giugno 2011

«Riconosco per mio solo ciò che ho scritto con inchiostro simpatico.»
Gesualdo Bufalino

Mi piace pensare che ciò che non scrivo venga scritto da altre persone in altri momenti. Con altre parole, probabilmente. Ed è per questo motivo che oramai, qui, le mie parole non sono le uniche ad aggirarsi inquiete, seppure irregimentate in file ordinatissime. Ci sono le parole di Ipathia, parole che sono abituate a stare distese sui prati, sui tasti di un pianoforte e tra le pieghe della borsa di un postino. Ci saranno (presto, molto presto) le parole di Egle, parole che devono necessariamente avvolgersi in sciarpe pesanti; parole bagnate, avvezze all’umidità, quell’umidità particolare di un cappotto messo ad asciugare davanti al fuoco di un caminetto.
Detto questo, buona lettura e buon ascolto.

Arriverà

domenica, 19 giugno 2011

Annunciata da un fruscio di tessuti autunnali, una foglia è caduta dall’albero davanti alla mia finestra, grazie al vento ha percorso quei pochi metri che la separano dalla mia stanza, poi è caduta sul pavimento, è stata trascinata dalla brezza fino ai miei piedi, mi sfiora il tallone, mi dice guardami, per puro caso sono qui davanti a te, io la guardo, la raccolgo, la metto in un cassetto e aspetto le sue compagne. È solo un anno che va, non temere, arriverà un altro inverno.

Lettera di futuro amore

domenica, 29 maggio 2011


© wonderlandadventures

A nulla vale pensare che avrei voluto crescerti con le canzoni di Guccini, con l’aria da maccheronico capitalismo dei primissimi anni Ottanta, con la stupida voglia di essere sempre se stessi senza per questo rinunciare all’omologazione di giubbotti jeans con le toppe finte messe lì direttamente in fabbrica. Io parlo un’altra lingua e tu non mi capisci, non ho accompagnato i tuoi primi versi con occhiate di rimprovero, non ti ho fatto trovare la casa disseminata di post-it con il nome delle cose; non ho scelto il tuo, di nome. Sei cresciuta lontano da me, in un’ambiente che ha impresso le proprie dita sulla tua plastilina. A nulla vale pensare che avrei voluto vederti crescere, sentire il tuo seno farsi grande tra le mie mani come in un time-lapse vivido e reale. I miei ricordi dovrebbero essere i tuoi, non la pallida eco di una storia che ogni volta assume connotati diversi e si arricchisce di particolari generati solo dalle mie parole. A nulla vale pensare che avrei voluto crescerti in casa mia, tra i miei libri, la mia raccolta di film. Un giorno ti sfiorerò le gambe e le troverò bellissime, ma saranno solo un abbozzo di quelle che avrei fatto crescere sotto la tua cintola se solo avessi potuto decidere la posizione millimetrica dei muscoli e dei pori sulla pelle.
Torna indietro, amore mio, torna nella pancia di tua madre e dimmi Vieni adesso, sono pronta per amarti.

Bande son

Tre, diciannove o cinquecentosettantuno?

mercoledì, 25 maggio 2011


© alesstar

Tu sicuramente non lo sai, ma lunedì mi hai aiutato a venirne fuori. Un po’ come quell’anziana signora che nel frattempo mi suggeriva la parola giusta per completare l’ultimo cruciverba. Avevi le labbra di Sophia Loren e gli occhi riflettevano i pilastri della tangenziale, e i volti di chi aspetta da almeno dieci minuti. Il mio viaggio dura sempre troppo poco, così scelgo subito di chi innamorarmi non appena metto piede sul bus. Quel giorno tu eri lì, tenevi le mani sul grembo e ogni tanto aggiustavi il lembo di stoffa che ti accarezzava le ginocchia. Probabilmente non lo saprai mai, ma lunedì sono andato a dormire pensando a te.

Certo, non dev’essere facile capirmi fino in fondo quando dico così, ma martedì mi hai aiutato ad andare avanti. L’anziana signora non c’era più, la Settimana Enigmistica si trovava in uno dei cestini di Piazza Vittorio e – dopo un rapido sguardo – anche le labbra di Sophia Loren avevano preso il volo, insieme con gli occhi e le mani della ragazza del lunedì. Martedì c’eri tu, grossi boccoli biondi, pelle chiarissima, sul tuo mento l’imprevedibile risultato della croccantezza della pizza bianca. Ogni briciola, un punto. Ogni punto, una voglia da esaudire. Ecco, forse tu non ci crederai, ma martedì ho cenato pensando a te.

Oggi ho cambiato itinerario, ho sparigliato le carte sul tavolo e ho deciso di affaticarmi gli occhi camminando nel sole. Questa città sa essere sottile, quando si tratta di stupirti. Un timido profumo di lavanda si fa strada dal balcone all’angolo, riesce a contrastare lo smog, se ne frega del passo carrabile e si deposita lento sulla treccia di capelli rossi che mi passa velocemente accanto. Guardo ipnotizzato la treccia ballare sulla schiena seminuda e subito dopo penso agli occhi che non ho visto.

Ci sarà sempre qualcosa da lasciarsi dietro, è inevitabile.
Mentre per me si tratta di una catena di fallimenti, questa ragazza corre spedita all’incontro con il mio solito bus lasciandosi alle spalle la mia curiosità, i miei occhi avidi dei suoi e le mie teorie sul potere taumaturgico delle coincidenze.

Il sentiero della ragazza che sapeva di cannella

mercoledì, 18 maggio 2011

Scendevamo alla spicciolata, due o tre per volta. Il sentiero serpeggiava lungo la costa e si inerpicava a ridosso della merlatura formata dagli scogli. Nelle notti di luna piena le torce diventavano inutili e Michele riusciva a distinguere i fiori e gli aromi. Io rimanevo sempre un po’ indietro, in disparte. Luisa, invece, stava sempre nel primo gruppo e sentivo le sue risate ciottolare giù dal sentiero, verso il mare. Io ancora non sapevo di amarla, d’altronde – quando una ragazza è sicura del tuo amore – gioca sempre a far finta che tutto sommato non importi più di tanto. V’era questo gioco tra noi, imitare le cicale non bastava più, e dunque io lanciavo in aria i timidi lamenti di un gatto in calore e lei, più in alto di me, rispondeva con la sorda indifferenza di un barbagianni. Tutto ciò finché non arrivavamo alla casa sul mare. Trenta metri a strapiombo sui flutti misteriosi, tre stanze da letto, una cucina che sapeva di gamberoni arrosto e cernie sotto sale, una cantina strabordante vino bianco, lenzuola azzurre, enormi finestre vista cielo livido. Lì passavamo intere serate sui divani, parlavamo di Hegel e Lucio Battisti, fumavamo di tutto e tutto assumeva la consistenza del fumo. In bocca le nostre parole si mischiavano al vino e venivano fuori strisciando come coccodrilli in un caldo sabato di primavera californiana. Luisa sapeva ancora di cannella, per me. Era il sapore della conquista, secondo Michele. Io lo guardavo, pensando alla sua passione per i fiori, al suo cercare incessantemente i luoghi dove nascevano quelli più rari. “Un giorno Luisa non saprà più di cannella, l’avrai in mano e chiudendo gli occhi non la riconoscerai”, mi disse Michele.
“Cosa sono per te?”, mi chiese una domenica. Il mio braccio cominciava a formicolare dolcemente sotto la sua nuca e nugoli di moscerini si dirigevano avidi verso la sponda del fiume. Avrei voluto dirle la verità, raccontarle di quel sapore che ero riuscito a leccare prima di averla e che poi avevo perso irrimediabilmente. La strinsi tra le braccia, non dissi nulla, le alzai il mento e la baciai. Fu in quel momento che cominciai a mentire per non soffrire, a far soffrire pur di non dire la verità che pensavo avrebbe portato a una sofferenza maggiore.

Anche le stronze piangono

martedì, 10 maggio 2011

Onestamente non ricordo, mi pare ci fossero i Beatles nell’aria. Io guardavo la strada. Porta Maggiore, Santa Croce in Gerusalemme, San Giovanni in Laterano; un sacco di chiese con nomi di santi e un posto con il nome di un furgone a noleggio. Tu eri riuscita a trovare posto sul bus, mentre io cercavo di mantenere l’equilibrio tra una giunonica donna di colore e uno smilzo impiegatuccio comunale con la forfora a fior di giacca e gli occhiali muniti di elastico. La musica parlava di una stronza che dice a Paul di non aver più alcun bisogno di lui; Paul si dispera, piange e quasi muore, poi si avviluppa in una lunghissima serie di promesse. Riuscivo a vedere i tuoi occhi tra le braccia della gente, tra borse cariche di libri, giacche che sapevano di naftalina, bracciali colorati e due o tre pagine di giornale. Sorridevano. Le modelle sulle pagine del giornale, intendo. Sorridevano loro e sorridevano anche i colori dei bracciali, le giacche da uomo, le borse stanche, le braccia della gente. Tutto a causa di un biglietto tra le tue mani. Due, tre minuti passati così, a guardarti sorridere. Poi, mentre Paul schiariva la voce per l’ultima supplica (believe me when I tell you I’ll never do you no harm), tu sollevavi il mento lentamente. Avevi negli occhi le scuse più banali degli ultimi anni, nell’angolo formato dalle labbra un principio di indifferenza verso le nostre vite e sul petto l’indizio inequivocabile di un battito mai partito e mai arrivato.

Bande son

Via Cavour

domenica, 8 maggio 2011

Era come aspettarsi invano, noi due. Io mi sporgevo sempre dalla stessa balaustra e non provavo che capogiri mentre attendevo il tuo arrivo. Tu camminavi lenta sull’asfalto appena bagnato e perciò fumante estate e domeniche di sambuca nei bicchieri verdi come le pietre trasparenti. Io scendevo le scale e facevo finta di trovarmi lì per caso, di trovarti lì per caso; un cenno con il cappello, la tua gonna svolazzante. Un pianoforte cercava la nota giusta e, in quell’attimo carico di speranze scampate al macero, io allargavo le narici poco prima di passarti accanto. In quel profumo, in quell’intuizione di profumo, c’erano i figli che non avremmo mai avuto, i pomeriggi in riva al fiume, i balli fatti insieme e quelli controllati con la coda dell’occhio, il tuo sorriso in cambio delle mie dita sulla tua fronte, i tuoi capelli e il tuo naso. Passavi e rimanevo fermo per qualche istante. Poi guardavo gli altri uomini, e decine di narici ancora aperte, ancora sognanti. Vivevi cento vite e neanche lo sapevi.