Archivi per la categoria ‘Pace del Mela’

Un’altra storia

martedì, 30 agosto 2011

Nella luce tiepida del settembre del 1946, un uomo è seduto al tavolo della propria cucina e ha in mano una penna. Davanti un foglio di carta. Alle spalle un tramonto. Scrive:

Questa è una lettera per celebrarti mentre mi passi accanto. Scrivo queste parole per non accontentarmi. Leggo libri per non annoiarmi. Cammino per non stancarmi. Quando leggerai queste parole, questa lettera smetterà di essere mia e sarà pronta per divenire tua. Le mie parole non sono mai state così tue come accadrà quando tu leggerai questa lettera, come accade adesso che stai leggendo. E così tu leggi e io parlo al presente, tu guardi e io – mentre scrivevo questa lettera – guardavo fuori dal balcone e il giardino si colorava di buio; qualche fiamma stanca si posava proprio in quel momento sui tempi dei miei verbi, sempre così distratti e così confusionari. Sai, a volte confondo gli avvenimenti e soprattutto metto il dopo prima del prima, non faccio caso a parole come domani o ieri. Mi asciugo i pensieri col polsino della camicia e continuo a scriverti, perché tu sarai bellissima mentre leggerai; sono capace fin da adesso di immaginare le tue ciglia curvarsi lentamente verso l’alto, tendermi un agguato e inchiodarmi alle mie responsabilità. Ché le mie parole saranno pure poche e poco organizzate, ma non ho altro che queste per farti capire che leggerai questa lettera e che sto provando cose difficilmente immaginabili mentre ti scrivo e mentre mi leggerai. Il tempo di ogni momento vive in funzione del tempo che verrà, di come sapremo ricordarlo e dargli l’acqua di cui necessita, di come saremo in grado di conservarlo.
Soprattutto perché saremo in grado di farlo.

Parigine

mercoledì, 11 agosto 2010

Era il 1995. O forse il 1996, non ricordo bene.
Avevo comunque un’età indefinita, in quel piccolo marasma ormonale costituito dagli anni dell’adolescenza, così diversi tra loro eppure tutti così uguali. Era un giorno di fine inverno, tra il 1995 e 1996. (La frase non va bene neanche così, poiché o era un giorno di fine inverno del 1995 o era un giorno di fine inverno del 1996.)
Insomma, per farla breve, ero un giovane imbrufolito adolescente e passavo i miei pomeriggi solitari al cinema, che si trovava esattamente in una delle vie più vecchie della mia città. La mia vita era tutta condensata in poche centinaia di metri tra il palazzo delle Poste e il Duomo. In quella via trovavano posto il vecchio cinema (sala unica, senza aria condizionata, con scomodissime poltroncine di legno), il negozio di bomboniere e la tipografia (entrambi proprietà di mio nonno paterno), la bottega/tabacchi dove venivo riconosciuto quale “figghiu du dutturi” e omaggiato con sacchetti marroni contenenti ogni bendiddio (caramelle frizzanti, ovetti di cioccolato, gomme da masticare) e la casa di una vecchia zia di mia madre.
Una casa enorme, disposta su due piani, abitata unicamente da questa zia. Il piano di sotto era un luogo inaccessibile per me; l’odore di chiuso e il buio pesto la facevano da padroni e mi spingevano a guadagnare le scale per giungere in fretta al primo piano. La vita della zia aveva trovato il suo habitat in uno spazio costituito da una camera da letto, una sala da pranzo, un bagno e una cucina. In realtà, la sala da pranzo serviva solo da raccordo tra ingresso e cucina, altrimenti la zia ne avrebbe fatto volentieri a meno. La camera da letto aveva una di quelle porte-finestre con un balcone fittizio; una ventina di centimetri di profondità che si affacciavano sulla via della mia infanzia.
Il resto della casa era immerso nella più totale oscurità. Dalla sala da pranzo, tramite una porta a due ante e scendendo tre scalini, si giungeva in un grandissimo soggiorno, i cui confini ancora adesso stento a ricordare. Non tanto per la grandezza della stanza, quanto per il fatto che gli angoli dell’ambiente andavano a stingersi nella pece che avvolgeva quella parte di casa. Ricordo solo un paio di sedie, un comò incredibilmente grande e una bambola di porcellana. Sì, una bambola di porcellana era proprio quello che potevi aspettarti in un luogo del genere. E, secondo me, era messa lì appositamente per non farti proseguire nell’esplorazione della casa. Credo di non aver mai posato il piede sul terzo e ultimo scalino. Credo di essermi sempre fermato prima, impaurito da quella parte di casa resa inaccessibile da pochi elementi scenografici posizionati ad arte.
(Poi la zia morì qualche anno dopo, e io non entrai mai più in quella casa.)
Ma ricordo quel giorno di fine inverno (del 1995 o 1996, non importa più); la festa del Santo Patrono aveva allungato i propri tentacoli su tutta la città e la popolazione rispondeva riversandosi in massa nelle strade, comprando piccoli cartocci di cannellini, cercando la postazione migliore per veder passare la vara, scambiandosi convenevoli più o meno sinceri. Era ancora il tempo in cui ci si vestiva bene per l’occasione. E io ero innamorato perso di A.
Lei, ovviamente, non sapeva nulla. Aveva lunghi capelli scuri, occhi neri e profondi, e le sue mani erano già le mani di una donna. Solo l’inverno precedente (forse il giorno dell’Epifania, di quale anno non ricordo, inutile chiedere a questo punto) avevamo ballato guancia a guancia; io con la netta sensazione che qualcosa di importante stesse nascendo tra noi, lei con quella sorta di giocosa e infantile malizia tipica delle ragazzine di quell’età.
In quel giorno di fine inverno, invece, eravamo tutti nella stanza da letto della zia. Io probabilmente indossavo un cravattino rubato dal cassetto di mio padre. In fondo erano solo passati una trentina di anni da quando lui lo aveva acquistato per pochi soldi, e adesso quel pezzo di tessuto stava meglio appeso al mio collo. La zia era seduta vicino al balconcino, guardava le persone passare qualche metro più in basso e aspettava il passaggio della vara; teneva sul grembo un cestino di vimini pieno zeppo di petali di rosa, pronti per essere lanciati all’indirizzo del Santo. Mia cugina sgranocchiava grissini al fianco della zia e A., con quella che allora avrei definito “una mancanza di rispetto per il letto di una persona anziana”, stava sdraiata sul materasso, a pancia in giù. La gonna a grandi coste verticali si fermava prima del ginocchio e subito avevano inizio le calze che andavano di moda in quel periodo: le parigine. Spesse, scure, di lana, incredibilmente conturbanti. Rimaneva solo una piccolissima striscia di pelle nuda tra quei due capi d’abbigliamento. E lì cadeva il mio sguardo.
Ecco. Ieri, passando da quella via e guardando quel balcone, il mio pensiero si è subito concentrato su quei pochi centimetri di pelle nuda di A.; il mio primo amore, l’inizio di ogni timidezza.

Lievemente alle basi:

domenica, 8 agosto 2010

- qualche pagina de “Il conformista” di Alberto Moravia;
- qualche scena di “Blow Up” di Michelangelo Antonioni;
- vecchi cataloghi di moda anni Novanta;
- la desolazione di una zona industriale;
- un paio di occhiali;
- lo sguardo lucido di una modella sorpresa a piangere dietro le quinte di un set;
- altri elementi che permetterebbero a un estraneo di conoscermi almeno un po’.

Dico solo che…

domenica, 17 agosto 2008

… avrei voluto tenerti ancora qui.

Muse

martedì, 5 agosto 2008


© dr-feelgood

Premo il pulsante sulla radio.

ON.
Le gomme gracidano per qualche istante sul ghiaino, poi mordono la terra con caparbietà e si lasciano dietro qualche sbuffo di polvere. Una di quelle tracce invisibili tanto desiderate dai criminali; una di quelle tracce che vorresti lasciare da qualche parte, aspettare che qualcuno più intelligente degli altri se ne accorga e ti dia la caccia. Un po’ come quando stai in silenzio ma vuoi dire mille cose, come quando le parole non bastano più e l’unico modo per fare baccano, per farsi sentire, è ammutolirsi. Sigillarsi nelle labbra più serrate.
Ci sono tante cose che non vanno qui.
Gli atteggiamenti, tanto per fare un esempio. E questo diventa un motivo più che sufficiente per scappare, per gettarsi alle spalle secoli di omertà, curvare con il culo incollato al sedile e sentirsi provvisoriamente liberi. Anche le strade non vanno qui. Ma le affronti, le rendi docili, le fai intenerire con la tua guida spericolata e azzardata.
Un istante prima, una placida lucertola si insinua tra le piccole pietre della stradina (divisa, come tutti i sentieri di campagna d’Italia, da una sottile striscia di erba secca). Un istante dopo, il rombo del motore segue lo schiamazzo delle ruote su quelle stesse pietre. Capita che abbassi tutti i finestrini prima di partire e poi ti sporgi pericolosamente da quello lato guida e cominci a gridare a squarciagola. Le pecore ti guardano passare e sentono solo un velocissimo yaaooouuuuu. Poi tutto torna normale. La quiete della campagna siciliana inghiotte le cose peggio di quanto facciano la notte e l’oscurità.
Poi blocchi le ruote, l’automobile si inclina un po’ e tutto tace.
Scendi dalla vettura e il pubbirazzu ti si appiccica con dolcezza alla pelle sudata.
Inspiri ed espiri.
E questo profumo di erba secca, misto a quello degli olivi, dei limoni, della terra bagnata da qualche contadino, del fumo di sterpaglie messe a bruciare, questo profumo – dicevo – non riuscirai mai a dimenticarlo, neanche se lo volessi. I Muse suonano ancora. Risali in macchina e spegni la radio. Ora solo cicale e grilli fanno da contrappunto sonoro a questa Sicilia.

Post scritto per Un piccolo passo

Imperscrutabile verrà…

venerdì, 28 dicembre 2007


© lonelydxb

… il tuo pensiero,
per dissotterrare lembi di vita mai nascosti definitivamente;
… il mio odio,
per condire frammenti di viso con indicibile disprezzo;
… la tua sincera devozione,
per sbranare ancora un po’ di ciò che resta della mia malattia;
… il mio affanno,
per celebrare l’immutabile destino che inevitabilmente spadroneggia;
… la tua fuga,
per sancire ancora una volta la mia parvenza di potere;
… la nostra fine,
per ingabbiare ogni prospettiva.

Sullo scrivere un blog

giovedì, 30 agosto 2007

nemo0000
© antonionemoamato

Gli eventi degli ultimi giorni mi hanno posto inquietanti interrogativi circa lo scrivere un blog. Cosa significhi per me credo di averlo spiegato già in altri post, cosa significa per gli altri lo so dai vostri commenti, dal vostro entrarci quotidianamente, dal vostro interesse. Ma questo blog, un po’ come un figlio, mi ha creato problemi o mi ha reso felice. La mia scelta di renderlo, sotto certi versi, “pubblico” mi ha esposto e mi ha reso vulnerabile agli attacchi di chi, più o meno velatamente, ha sempre cercato di dare un senso a ciò che scrivo. Un senso che, inevitabilmente, non corrisponde che raramente al mio senso, perchè i miei occhi non sono i vostri occhi. Qualcuno ha affermato che ingigantisco sempre le cose, le rendo più appetibili, più entusiasmanti da leggere; io credo invece che il mio problema principale siano le parole. Mi piace giocarci e spesso le frasi diventano iperboliche, assumono significati ancora più ampi di quelli già stabiliti, si colorano di sfumature ancora più contrastate di quelle che avrei voluto dargli. C’è da qualche parte un contro-blog, un posto dove scrivo ciò che qui non posso scrivere (per vari motivi); lì, sotto uno pseudonimo, paradossalmente sono me stesso. E’ anche vero, però, che ciò che manca qui lo si trova lì, ma ciò che c’è qui lì non lo si trova. Due blog paralleli che si completano solo sotto i miei occhi, sebbene io continui a ritenere questo il mio vero blog, quello più importante perchè è quello in cui si attua il motivo principale dello scrivere un blog: che qualcuno lo legga, ci sbatta la testa, tenti di conoscermi tramite le mie parole.

In partenza

martedì, 28 agosto 2007

nemo0000
© antonionemoamato

Ancora pochi giorni nella mia terra natìa, poi sarò di nuovo nella capitale, pronto ad affrontare le prossime settimane con un misto di paura ed eccitazione. Odio i resoconti, il tirare le somme e l’affannosa ricerca di una perfezione, ma se proprio non posso esimermi da tutto ciò, potrei tranquillamente dire che questa strana estate rimarrà piacevolmente impressa nella mia mente e tra le pieghe dei miei ricordi. Mi porto addosso il profumo del mio mare, l’imprescindibile sensazione di trovarmi adeguato ed inadeguato, allo stesso tempo; e poi la chitarra, le nuove amicizie, e quelle vecchie, rassicuranti come alberi centenari o come muri maestri. Mi porto dentro tutti gli incontri che, in un modo o nell’altro, non ho potuto fare. E nella valigia porto anche tanti rullini, tanti scatti, tanti libri. Mi mancherà quest’amaca, questa sensazione di solitudine che mi prende quando la sera scende e mi trovo in campagna da solo, mi mancheranno le mille premure delle persone intorno a me. Ma sono pronto a ributtarmi nel caos di una metropoli, nelle centinaia di volti che mi guarderanno per pochi attimi e poi scivoleranno via, nell’armonia delle amicizie romane (tanto più forti quanto più si è distanti da casa). Tempo di bilanci, ma anche tempo di aprire i nuovi registri contabili. Come ogni anno (e come ogni settembre), per me inizia una nuova vita.

Il terzo occhio di Shiva

martedì, 28 agosto 2007

“Una leggenda del Mahābhārata racconta come Shiva giunse ad avere tre occhi. Un giorno la bella Figlia-della-montagna (Pārvatī) arrivò dietro a Shiva e, per gioco, pose le proprie mani davanti agli occhi del dio. Immediatamente il mondo fu immerso nell’oscurità e tutta la vita sembrò sospesa. Gli esseri tremarono per lo spavento. Siccome gli occhi del padrone dell’universo erano chiusi, la luce del mondo era estinta. Ecco allora che apparve un terzo occhio, come un sole, al centro della sua fronte, e l’oscurità sparì.”
(Alain Daniēlou – Miti e dèi dell’India)

Tu

domenica, 19 agosto 2007

nemo0000

La luce entra silenziosa dai buchini della tapparella mentre qualche cicala fa sentire il suo canto sopra gli alberi di questa immensa campagna. Sto vivendo delle giornate serene, da una settimana circa. Passo le mattine a studiare ed i pomeriggi in compagnia di lei. Poi una doccia veloce e di nuovo insieme, fino all’una, alle due o alle tre di notte. E’ tutto così particolare che mi sembra quasi di vivere in un sogno. Avevo fatto le valigie e stavo quasi per congedarmi dall’amore, sconfitto, deluso ed amareggiato. E invece quelle valigie sono ancora dietro la porta perchè “qualcuno” mi ha convinto che non si può scappare per sempre da ciò che cerchiamo disperatamente; perchè comunque, dopo esser andato via con le mie valigie, mi sarei guardato indietro e avrei provato una fitta di rimorso, di rimpianto, di disillusione. Invece mi trovo ancora qui, a mordere, a sognare, a cercare di non parlare, di non spiegare per forza tutto con le parole; sono qui a meravigliarmi, a piacermi, ad osservarla muoversi insieme a me. E mi sento diverso quando in macchina, mentre guido, sento le sue braccia stringermi e la sua testa poggiarsi delicatamente sulla mia spalla. Mi stupiscono le coincidenze, il nostro esistere solo per noi stessi, la nostra perfetta alchimia sin dal primo istante, da quando notai il suo sguardo su di me. Sto vivendo. E sto bene dove sto. Per tutto questo non ho che da ringraziare una sola persona… di cuore.