Era il 1995. O forse il 1996, non ricordo bene.
Avevo comunque un’età indefinita, in quel piccolo marasma ormonale costituito dagli anni dell’adolescenza, così diversi tra loro eppure tutti così uguali. Era un giorno di fine inverno, tra il 1995 e 1996. (La frase non va bene neanche così, poiché o era un giorno di fine inverno del 1995 o era un giorno di fine inverno del 1996.)
Insomma, per farla breve, ero un giovane imbrufolito adolescente e passavo i miei pomeriggi solitari al cinema, che si trovava esattamente in una delle vie più vecchie della mia città. La mia vita era tutta condensata in poche centinaia di metri tra il palazzo delle Poste e il Duomo. In quella via trovavano posto il vecchio cinema (sala unica, senza aria condizionata, con scomodissime poltroncine di legno), il negozio di bomboniere e la tipografia (entrambi proprietà di mio nonno paterno), la bottega/tabacchi dove venivo riconosciuto quale “figghiu du dutturi” e omaggiato con sacchetti marroni contenenti ogni bendiddio (caramelle frizzanti, ovetti di cioccolato, gomme da masticare) e la casa di una vecchia zia di mia madre.
Una casa enorme, disposta su due piani, abitata unicamente da questa zia. Il piano di sotto era un luogo inaccessibile per me; l’odore di chiuso e il buio pesto la facevano da padroni e mi spingevano a guadagnare le scale per giungere in fretta al primo piano. La vita della zia aveva trovato il suo habitat in uno spazio costituito da una camera da letto, una sala da pranzo, un bagno e una cucina. In realtà, la sala da pranzo serviva solo da raccordo tra ingresso e cucina, altrimenti la zia ne avrebbe fatto volentieri a meno. La camera da letto aveva una di quelle porte-finestre con un balcone fittizio; una ventina di centimetri di profondità che si affacciavano sulla via della mia infanzia.
Il resto della casa era immerso nella più totale oscurità. Dalla sala da pranzo, tramite una porta a due ante e scendendo tre scalini, si giungeva in un grandissimo soggiorno, i cui confini ancora adesso stento a ricordare. Non tanto per la grandezza della stanza, quanto per il fatto che gli angoli dell’ambiente andavano a stingersi nella pece che avvolgeva quella parte di casa. Ricordo solo un paio di sedie, un comò incredibilmente grande e una bambola di porcellana. Sì, una bambola di porcellana era proprio quello che potevi aspettarti in un luogo del genere. E, secondo me, era messa lì appositamente per non farti proseguire nell’esplorazione della casa. Credo di non aver mai posato il piede sul terzo e ultimo scalino. Credo di essermi sempre fermato prima, impaurito da quella parte di casa resa inaccessibile da pochi elementi scenografici posizionati ad arte.
(Poi la zia morì qualche anno dopo, e io non entrai mai più in quella casa.)
Ma ricordo quel giorno di fine inverno (del 1995 o 1996, non importa più); la festa del Santo Patrono aveva allungato i propri tentacoli su tutta la città e la popolazione rispondeva riversandosi in massa nelle strade, comprando piccoli cartocci di cannellini, cercando la postazione migliore per veder passare la vara, scambiandosi convenevoli più o meno sinceri. Era ancora il tempo in cui ci si vestiva bene per l’occasione. E io ero innamorato perso di A.
Lei, ovviamente, non sapeva nulla. Aveva lunghi capelli scuri, occhi neri e profondi, e le sue mani erano già le mani di una donna. Solo l’inverno precedente (forse il giorno dell’Epifania, di quale anno non ricordo, inutile chiedere a questo punto) avevamo ballato guancia a guancia; io con la netta sensazione che qualcosa di importante stesse nascendo tra noi, lei con quella sorta di giocosa e infantile malizia tipica delle ragazzine di quell’età.
In quel giorno di fine inverno, invece, eravamo tutti nella stanza da letto della zia. Io probabilmente indossavo un cravattino rubato dal cassetto di mio padre. In fondo erano solo passati una trentina di anni da quando lui lo aveva acquistato per pochi soldi, e adesso quel pezzo di tessuto stava meglio appeso al mio collo. La zia era seduta vicino al balconcino, guardava le persone passare qualche metro più in basso e aspettava il passaggio della vara; teneva sul grembo un cestino di vimini pieno zeppo di petali di rosa, pronti per essere lanciati all’indirizzo del Santo. Mia cugina sgranocchiava grissini al fianco della zia e A., con quella che allora avrei definito “una mancanza di rispetto per il letto di una persona anziana”, stava sdraiata sul materasso, a pancia in giù. La gonna a grandi coste verticali si fermava prima del ginocchio e subito avevano inizio le calze che andavano di moda in quel periodo: le parigine. Spesse, scure, di lana, incredibilmente conturbanti. Rimaneva solo una piccolissima striscia di pelle nuda tra quei due capi d’abbigliamento. E lì cadeva il mio sguardo.
Ecco. Ieri, passando da quella via e guardando quel balcone, il mio pensiero si è subito concentrato su quei pochi centimetri di pelle nuda di A.; il mio primo amore, l’inizio di ogni timidezza.