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	<title>Nemo Blog &#187; Milazzo</title>
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	<description>Non vi sono sommari, solo interi capitoli.</description>
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  <title>Nemo Blog</title>
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		<title>Viaggiare per viaggiare</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 12:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Milazzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Faccio finta di viaggiare su un nastro di raso nero, qualche imbianchino paziente si è divertito a tratteggiarne la superficie. A centotrenta chilometri orari mi ritrovo a pensare che sarebbe bello, di tanto in tanto, vedere queste piccole strisce bianche prendere forme diverse, allontanarsi, perdersi e poi ritrovarsi, convergere al centro, costringere la mia automobile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faccio finta di viaggiare su un nastro di raso nero, qualche imbianchino paziente si è divertito a tratteggiarne la superficie. A centotrenta chilometri orari mi ritrovo a pensare che sarebbe bello, di tanto in tanto, vedere queste piccole strisce bianche prendere forme diverse, allontanarsi, perdersi e poi ritrovarsi, convergere al centro, costringere la mia automobile a seguirne i capricci e le predisposizioni. Ogni striscia bianca potrebbe essere una storia e, come tale, dipanarsi nel tempo e nello spazio, comprendere ogni mio singolo pensiero. Le mie parole invece rimbalzano sul tettuccio dell&#8217;automobile. Anche quando inizio a mormorare le note di un pezzo dei Pink Floyd, pezzo che una radio locale impazzita decide di mandare alle quattro del pomeriggio. Su quella partitura di asfalto e vernice bianca, le mie ruote scivolano veloci e non si fanno spaventare dai TIR, dalle manovre azzardate di impaurite vecchine alla guida di una Panda, dal sole in faccia. Più i Pink Floyd si inoltrano all&#8217;interno della canzone, più i miei pensieri si accavallano.</p>
<p><strong><em>Soundtrack:</em></strong> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=BZSWAkJ3h8E"><em>Shine on your crazy diamond</em>, <strong>Pink Floyd</strong></a></p>
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		<title>Pagine vuote</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 10:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Milazzo]]></category>

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		<description><![CDATA[© kenofhu «Le parole non possono scomparire. Devono essere qui, da qualche parte.» «Sono sparite, io non le trovo più. Non riesco a fare altro che lamentarmi di averle perse.» «Ma no, vedrai che torneranno. Staranno solo facendo un giro.» «Voglio sperare.» E restammo lì; io con un cumulo di pensieri indecifrabili e mai più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="lightbox[groupname]" href="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/07/561.jpg"><img src="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/07/561.jpg" alt="" width="450" height="450" /></a><br />
© <a href="http://www.flickr.com/photos/kenofhu/">kenofhu</a></p>
<p>«Le parole non possono scomparire. Devono essere qui, da qualche parte.»<br />
«Sono sparite, io non le trovo più. Non riesco a fare altro che lamentarmi di averle perse.»<br />
«Ma no, vedrai che torneranno. Staranno solo facendo un giro.»<br />
«Voglio sperare.»<br />
E restammo lì; io con un cumulo di pensieri indecifrabili e mai più ricostruibili, lei con le mani piene di oggetti inutili (un tascapane, un paio di pesche, un quaderno a quadretti, qualche moneta straniera, due o tre fermagli colorati, una vita passata ad aspettare di cominciare a viverla). Ci guardammo intorno e tutto ciò che riuscimmo a notare fu il movimento consistente delle fronde degli alberi. Si spostavano continuamente da una parte all&#8217;altra delle rovine, il sole ormai basso in altri momenti mi avrebbe permesso di esprimere qualcosa di sensato, di piacevole, financo di entusiasmante. Ma le mie parole mi avevano abbandonato, se n&#8217;erano andate durante la notte e avevo passato il giorno a dormire, quasi consapevole di questa nuova &#8211; <strong>ennesima</strong> &#8211; assenza.<br />
«Dimmi qualcosa.»<br />
«Non posso. Mi mancano.»<br />
«Allora non dire nulla e fammi sentire qualcosa.»<br />
E quel rudere fu l&#8217;occasione per farle cominciare a vivere la vita. Coprimmo i nostri occhi con un paio di bende turchesi (il colore giusto per farci trapassare lo sguardo dagli ultimi raggi del sole) e ci sdraiammo sull&#8217;erba in corrispondenza del transetto di questa cattedrale mai completata. D&#8217;un tratto, le chiesi <em>hai freddo?</em> posandole il braccio destro sul seno, come a circondarla. Lei mi rispose <em>no</em> con un bacio sul naso. E parlammo di tutto, le raccontai come avrebbe dovuto essere quella cattedrale se solo si fossero decisi a completarla finalmente, le dissi con le dita che non avrebbero più potuto farlo, che si sarebbe trattato di un <em>falso storico</em>.<br />
<em>Così come le mie parole; nel corso degli anni hanno costruito il mondo che mi circonda, ma non hanno finito. Hanno lasciato incompiuta la cattedrale della mia vita. E adesso avrò bisogno di tutti i colpi di reni possibili e immaginabili per viverla in maniera diversa. Nuova. Consistentemente impalpabile.</em></p>
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		<title>Renaissance Hotel</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 08:49:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Milazzo]]></category>

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		<description><![CDATA[«Sentili.» Accostavi l&#8217;orecchio al muro. Sentivi tutto. I timidi sussurri, così come le sfuriate più violente. Li sentivi amarsi nel buio e tessere trame, l&#8217;uno alle spalle dell&#8217;altro. «Non voglio più dormire qui», gli dicevi. Lui scrollava le spalle, non c&#8217;era altro posto dove andare. Tutta la città era piena di turisti, trovare una stanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Sentili.»<br />
Accostavi l&#8217;orecchio al muro.<br />
Sentivi tutto. I timidi sussurri, così come le sfuriate più violente. Li sentivi amarsi nel buio e tessere trame, l&#8217;uno alle spalle dell&#8217;altro.<br />
«Non voglio più dormire qui», gli dicevi.<br />
Lui scrollava le spalle, non c&#8217;era altro posto dove andare. Tutta la città era piena di turisti, trovare una stanza non era stato per niente facile. Allora accostavi di nuovo l&#8217;orecchio al muro, chiudevi l&#8217;occhio destro e con il sinistro vagavi nella vostra stanza. Lui alle prese con i bottoni di un cappotto scuro, le sue camicie sul letto, il tuo reggiseno in bilico sulla spalliera della sedia, gli spazzolini accoccolati sul bordo di un bicchiere consumato dal calcare. Forse ti montava dentro già da allora la voglia di scappare.<br />
«Fanno l&#8217;amore.»<br />
«Facciamolo anche noi», rispondeva lui con un sorriso timido.<br />
Tu ci vedevi solo stanchezza, in quel sorriso. Stanchezza e poca voglia.<br />
Mai fermarsi alle apparenze, soprattutto in amore. Lo avresti capito in una domenica d&#8217;aprile. E non l&#8217;avresti più dimenticato.<br />
«No, non ne ho voglia. Voglio uscire.»<br />
«Dove ti porto?», chiedeva lui con gli occhi spalancati per lo stupore.<br />
Tu ci vedevi solo opportunismo, in quegli occhi. Opportunismo e poca voglia.<br />
«Tu non mi porti proprio da nessuna parte. Non sono un pacco.»<br />
Lo vedevi dibattersi nella rete, e ti piaceva. Ti faceva sorridere, era buffo quando lo prendevi in contropiede.</p>
<p><em>E non c&#8217;è altro da dire; arriva sempre il momento in cui ti rendi conto che le parole non vanno più bene per una storia, che il senso di un racconto lo hai perduto strada facendo. Io, questi due, li lascerei dentro questa stanza d&#8217;albergo, al centro di una città straniera e alla periferia del mio mondo.</em></p>
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		<title>CarboniododiciIdrogenoventidueOssigenoundici</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 09:44:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Milazzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dillo pure che quello che ti preoccupa maggiormente, in questa timida prova d&#8217;estate, è trovare un verme dentro la ciliegia che stai mordendo. A parte il fatto che non sai neanche morderla, quella ciliegia. Prima i denti, ricorda. Poi, dopo aver divelto la buccia sottile con gli incisivi, appoggia le labbra al frutto. Falle aderire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dillo pure che quello che ti preoccupa maggiormente, in questa timida prova d&#8217;estate, è trovare un verme dentro la ciliegia che stai mordendo. A parte il fatto che non sai neanche morderla, quella ciliegia. Prima i denti, ricorda. Poi, dopo aver divelto la buccia sottile con gli incisivi, appoggia le labbra al frutto. Falle aderire perfettamente. Baciala, quella ciliegia. E poi fai finta di avere l&#8217;inizio di <em>lui</em> sulla punta delle labbra. Ma sì, l&#8217;inizio di lui, le sue labbra che aderiscono alle tue. Che fai, non tenti di morderle ancora? Di spremere quei frutti maturi e farne scaturire ogni pensiero, ogni dolcezza che diventa pensiero? <em>Adesso dimmi: stai pensando ancora al verme?</em> Se la risposta è <em>sì</em>, smetti di leggere. Non mi interessano le tue paure, io voglio le tue voglie. Se la risposta è <em>no</em>, benvenuta nel mio mondo, dove le cose si provano, dove si fanno tentativi, dove posso insegnarti come mordere una ciliegia e farla sanguinare, dove posso farti gustare la dolcezza di qualcosa che probabilmente non conosci.<br />
È tutta lì la vita, tra le misure da prendere e i salti nel buio.</p>
<p><strong><em>Soundtrack:</em></strong> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XQSxwzOngMU"><em>Tonight, Tonight</em>, <strong>Smashing Pumpkins</strong></a></p>
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		<title>Prove tecniche</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 19:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un telefono che squilla in una stanza vuota. Vediamo solo una finestra; la luce confortante di una domenica pomeriggio, si direbbe. Stacco. La mano del protagonista (una mano anonima, se non fosse per un piccolo graffio tra indice e pollice, in quell&#8217;angolo molliccio di carne appesa a malapena alla struttura ossea) afferra la cornetta e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un telefono che squilla in una stanza vuota. Vediamo solo una finestra; la luce confortante di una domenica pomeriggio, si direbbe.<br />
<em>Stacco.</em><br />
La mano del protagonista (una mano anonima, se non fosse per un piccolo graffio tra indice e pollice, in quell&#8217;angolo molliccio di carne appesa a malapena alla struttura ossea) afferra la cornetta e la alza. Si sente un clic.<br />
<em>Stacco.</em><br />
La telecamera indugia sul protagonista, sul suo collo, sulla barba vecchia di un giorno, sulle rughe agli angoli della bocca. Si sente la voce di una donna, dall&#8217;altro lato del telefono. (Poi magari un giorno mi dilungherò parecchio sul fascino che esercitano su di me le voci al telefono; soprattutto quando non ci sono io al telefono a rispondere e sento indistintamente qualcuno parlare, così, di rimando, come se non fosse importante e poi invece ti riguarda sempre. In un modo o nell&#8217;altro.)<br />
<em>Stacco.</em><br />
Lui risponde qualcosa, ma non lo capiamo. Bofonchia. Le labbra si aprono e lasciano venir fuori qualche suono poco articolato.<br />
<em>Stacco.</em><br />
Di nuovo la voce di lei. Stavolta chiara, cristallina.<br />
«Avevo chiamato per farmi sentire, perché so che allo sceneggiatore piace la mia voce da questo lato del telefono.»</p>
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		<title>Colpoditosse</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 09:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[© theflickerees Mi hai chiesto di raccontarti la mia vita. Chissà come mai, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata colpoditosse. Forse perché ti sei schiarita la voce al di là del vetro, prima di chiedermi una cosa così importante. Il vetro si è appannato e la tua domanda ci ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="lightbox[groupname]" href="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/04/551.png"><img src="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/04/551.png" alt="" width="450" height="450" /></a><br />
© <a href="http://theflickerees.deviantart.com/">theflickerees</a></p>
<p>Mi hai chiesto di raccontarti la mia vita. Chissà come mai, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata <em>colpoditosse</em>. Forse perché ti sei schiarita la voce al di là del vetro, prima di chiedermi una cosa così importante. Il vetro si è appannato e la tua domanda ci ha sbattuto contro. Non so perché siamo qui, in questa casa, a raccontarci cose vecchie, storie consunte, frammenti vissuti. Tu sei uscita in balcone per fumare una sigaretta e io sono rimasto nella stanza, al di là del vetro.<br />
Ho tossito, forse per effetto del fumo che &#8211; inevitabilmente &#8211; riesce a intrufolarsi in casa.<br />
Ho tossito e allora tu mi hai chiesto di parlarti del <em>colpoditosse</em>, come lo sapessi che ci stavo pensando già da una trentina di secondi. E allora ti ho raccontato di quella volta che ero nella mia cameretta, avevo nove o forse dieci anni, una tuta rossa con le toppe, piedi scalzi, capelli biondissimi e arruffati. Io ero nella mia cameretta e mia madre era in bagno, mio padre no, mio padre forse era al lavoro o forse in campagna. Insomma, a un tratto ho sentito nitidamente mia madre tossire. Non una tosse normale, non una tosse che ti fa dire <em>ora le passa, stai tranquillo che le passa</em>. Una tosse brutta, avrei detto qualche giorno dopo ai miei amici d&#8217;infanzia. Una tosse che fa star male.<br />
E ricordo i miei piedi nudi sul pavimento di casa, le piastrelle beige e arancioni, prima posi il destro sul beige, poi eviti accuratamente di posare anche il sinistro sul beige, il sinistro va posato sull&#8217;arancione. Perché i colori forti vanno a sinistra, quelli deboli a destra. I miei piedi nudi su quel pavimento freddissimo. Non ricordo di preciso il mese. Forse primavera, forse l&#8217;inizio dell&#8217;autunno. Forse un sabato mattina. La sentivo tossire e dentro di me la paura montava, come la panna, gli albumi, come i mattoncini lego. Il percorso dalla mia cameretta alla porta del bagno mi sembra lunghissimo adesso, figurarsi da piccoli.<br />
Poi il legno, le mie mani sul legno, il mio anello di plastica &#8211; che avrebbe dovuto donarmi il potere del fuoco &#8211; sul legno. Scuro. Lei tossiva, io mi disperavo. <em>Mamma, tutto bene?</em> Solo un <em>sì</em> strozzato dal movimento convulso dei polmoni. O forse era un <em>no</em>? Non è che si capiva benissimo. <em>Mamma, era un sì o un no?</em> Silenzio. <em>Mamma, devo sfondare la porta?</em> Lei non rispondeva, e io non attendevo alcuna risposta. Cominciavo a picchiare la porta, gridando, piangendo, disperandomi sempre più. Davo spallate, mi procuravo lividi. Mia madre tossiva. Io rimbalzavo su quell&#8217;ostacolo come un ossesso, riuscivo solo a calibrare i miei sforzi per farmi più male possibile, convinto che maggior dolore per me avrebbe significato maggior danno per la porta.<br />
E poi, sembri volermi chiedere al di là del vetro.<br />
E poi non ricordo nulla. Mia madre non è morta. Io ho ancora il segno di una cicatrice sulla mano, un piccolo lembo di pelle che si è sollevato a contatto con la maniglia. Un pugno andato a finire nel posto sbagliato.</p>
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		<title>Inserto immaginario</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 18:54:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte sei stata l&#8217;equivalente sentimentale del tizio che, mentre sorpassi qualcuno in autostrada, ti tortura con gli abbaglianti. Ho sognato più volte di frenare di botto, incurante dell&#8217;incidente semi-mortale che avrei potuto provocare. Ma adesso ho sviluppato una tecnica nuova. Non sto qui a spiegarvela, ma funziona parecchio. Nessuno finisce all&#8217;ospedale. Freni solo tu [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte sei stata l&#8217;equivalente sentimentale del tizio che, mentre sorpassi qualcuno in autostrada, ti tortura con gli abbaglianti. Ho sognato più volte di frenare di botto, incurante dell&#8217;incidente semi-mortale che avrei potuto provocare. Ma adesso ho sviluppato una tecnica nuova. Non sto qui a spiegarvela, ma funziona parecchio. Nessuno finisce all&#8217;ospedale. Freni solo tu e io proseguo tranquillo lungo la mia strada, mi fermo all&#8217;autogrill e bevo un caffè.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Freddo</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 09:58:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si dice che Michelangelo nel 1505, per scolpire il suo Mosè, abbia passato otto lunghi mesi a Carrara. Il tutto per scegliere i materiali più belli, contrattare sul prezzo e spedirli a Roma. Muli, navi, rulli, slitte; tutto era utile per far giungere in Piazza San Pietro i marmi e le pietre migliori per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/01/535.png" rel="lightbox[groupname]" title=""><img src="http://www.nemoblog.org/wp-content/uploads/2010/01/535.png" width="450" height="571" alt="" /></a></p>
<p><em>Si dice che Michelangelo nel 1505, per scolpire il suo Mosè, abbia passato otto lunghi mesi a Carrara. Il tutto per scegliere i materiali più belli, contrattare sul prezzo e spedirli a Roma. Muli, navi, rulli, slitte; tutto era utile per far giungere in Piazza San Pietro i marmi e le pietre migliori per la realizzazione di una delle opere più ardite del genio umano. La definizione che ho appena dato stride a contatto con le parole dello stesso Michelangelo, che arrivò a considerare la sua opera come &#8220;la tragedia della mia vita&#8221;.</em></p>
<p><strong>E&#8230;</strong></p>
<p>Niente. Questo post risale a settembre del 2008. Mi piace l&#8217;introduzione, mi piace soprattutto l&#8217;<em>escamotage</em> finto-intellettuale che mi permette di confessare una cosa. Io, quando sono triste, quando ho qualche problema, quando semplicemente ho bisogno di afferrarmi per i capelli e tirarmi su&#8230; beh, io prendo la metro, scendo a Cavour, salgo i gradini e poi rimango qualche ora a contatto con il Mosè di Michelangelo. Quando esco dalla chiesa, sistematicamente piove. Foss&#8217;anche estate. Piove. Piove che Dio la manda.<br />
E ogni volta, sorridendo, penso alla funzione catartica di quelle gocce.</p>
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		<title>C&#8217;est par coïncidence que</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 18:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho dimenticato di festeggiare a dovere il terzo compleanno di questo blog, nato in un freddo 30 dicembre in terra francese. Lontano da casa, lontano da tutti, in viaggio per dimenticare. Avevo con me un borsone pieno di maglioni e libri, una sacca con un paio di sci e lunghe sciarpe per difendermi dal freddo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho dimenticato di festeggiare a dovere il terzo compleanno di questo blog, nato in un freddo 30 dicembre in terra francese. Lontano da casa, lontano da tutti, in viaggio per dimenticare. Avevo con me un borsone pieno di maglioni e libri, una sacca con un paio di sci e lunghe sciarpe per difendermi dal freddo. Avevo in testa una persona ma nessuno da abbracciare. Cenavo con crêpes alla nutella e Guinnes. Capelli più lunghi e matite tra i boccoli. Poi sono tornato. E ora&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Alba</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 20:03:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nemo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho trovato il mio obiettivo per i prossimi giorni. Dilazionare il tempo e ritardare il mio vero primo gennaio duemiladieci. Sì, certo, la simpatia per questo nuovo anno con i suoi numeri così magistralmente allineati e accoppiati c&#8217;è, inutile negarlo. Però io non voglio sia oggi il primo giorno di questo nuovo anno, voglio poter [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho trovato il mio obiettivo per i prossimi giorni. Dilazionare il tempo e ritardare il mio vero primo gennaio duemiladieci. Sì, certo, la simpatia per questo nuovo anno con i suoi numeri così magistralmente allineati e accoppiati c&#8217;è, inutile negarlo. Però io non voglio sia oggi il primo giorno di questo nuovo anno, voglio poter decidere di svegliarmi tra un paio di settimane e dire <em>sì, il mio nuovo anno comincia adesso, qui, in questo posto, sotto queste coperte, con questo profumo nell&#8217;aria, con questi vetri appannati</em>.<br />
Vorrei poter affermare con sufficiente certezza di essere padrone della mia vita, di essere in grado di portarla dove più mi fa comodo, senza per questo ritenermi così indispensabile o così decisivo. Vorrei potermi sbalordire per le sorprese che arriveranno, per quegli attimi che &#8211; in un attimo, appunto &#8211; sono in grado di imprimere una forza tale all&#8217;esistenza di un essere umano da farla sbandare, controsterzare, tentare di recuperare e, infine, continuare la corsa su un&#8217;altra strada.<br />
Questo duemiladieci sarà bianco. Non so cosa voglia dire di preciso, ma se dovessi assegnare un colore a questo nuovo anno, si tratterebbe decisamente del bianco.<br />
Probabile richiamo alla purezza di una pagina ancora non intaccata dall&#8217;inchiostro? Può darsi.<br />
D&#8217;altronde, cosa c&#8217;è di più banale e, nel contempo, più efficace della metafora della pagina bianca? Niente, temo. E niente sarà, almeno per i primi giorni di questo duemiladieci. Dopo, si vedrà.</p>
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