È un novembre che assomiglia a un timido maggio o forse a un luglio un po’ in ritardo, con le borse sotto gli occhi e qualche spicciolo in tasca. È novembre fuori dalla finestra e dentro casa ci sono libri da finire, guide da sottolineare, mappe da guardare. Ogni tanto mi rifugio in un angolo della casa che nessuno conosce, osservo il vecchio atlante geografico e faccio scorrere le dita lungo la Ruta Nacional 40, una delle strade più famose del mondo, consapevole di non poterla percorrere per intero. In realtà non so ancora come arriverò fino a Ushuaia, ma poco importa. Mi ripeto che voglio viaggiare da solo, che non ho particolari paure, che se non si fa qualcosa di lievemente straordinario poi con che coraggio potrò fantasticare di ipotetici avventurosi racconti per piccoli ipotetici nipoti davanti ad altrettanto ipotetici caminetti? E così la matita è mia amica; sottolineo, cerchio, immagino e progetto.
Un viaggio lungo almeno dieci anni. In tutti questi anni ho sempre sentito nominare l’Argentina come fosse una seconda casa, un luogo dove poter mettere piede e sentire che le scarpe scricchiolano sulla terra come fosse terra siciliana. Così approfitto di questa nuova condizione di giovane laureato con un pezzo di carta in mano e prendo un aereo.
Atterrerò a Santiago del Cile e da lì, tramite la corriera, attraverserò il confine tra Cile e Argentina. Non si entra mai in un paese seguendo la via più semplice e veloce, a meno che tu non sia un turista. Questa è l’unica cosa che so del mio viaggio. Il resto sono solo appunti, idee, progetti, ma nulla di concreto. Le date non dovranno essere un problema e il tempo deciderà per me.
Parto tra poco meno di un mese.
Non mi dimentico del blog, anzi.
C’è anche un tumblr di fotografie, per questi 44 giorni in America del Sud.
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Ho messo il tuo cappello per farmi compagnia
giovedì, 3 novembre 2011Le cose che non riavremo indietro
venerdì, 9 settembre 2011Dev’essere il tempo che passa. Esistono cose che portano addosso il segno tangibile del tempo che passa.
Oggi ho scoperto che anche le cabine per le fototessere non sono più quelle di una volta. Dimenticate pure i pomeriggi invernali, quando in quattro o cinque vi infilavate dentro la cabina e lasciavate che l’obiettivo vi immortalasse in quattro diverse pose; quel pomeriggio di novembre quando Michele* era tornato da Londra con un pacchetto di sigarette alla menta e vi guardavo entrare a forza dentro la cabina mentre fuori pioveva e io fumavo nervosamente. Poi l’attesa, minuti di mani a coppa sulle bocche, di alito caldo, di battute sul cappello di Virginia e sui fianchi di Claudia. Infine le fototessere, quattro istantanee di tre amici sempre diversi. In una foto Michele mordeva il lobo di Claudia, in un’altra Virginia fumava e la foto era chiarissima e sfocata.
Dimenticate tutto questo.
Adesso la cabina ti fa accomodare, ti intima di infilare la banconota nella fessura, ti dice di premere il pulsante verde quando sei pronto, scatta asetticamente quattro foto e ti chiede di scegliere la migliore, quella in cui non hai gli occhi sgranati o una smorfia sul viso. Tu scegli, la cabina stampa in meno di dieci secondi un numero imprecisato di fotografie identiche. Alcune un po’ più grandi, altre più piccole. Per tutti gli usi. Tutte uguali.
Se hai scelto la fotografia sbagliata, te la tieni. In un pratico formato per passaporto e carta d’identità.
D’altronde Michele e le sue amiche adesso, molto probabilmente, avranno una reflex.
* No, Michele non è un mio amico. Succede una cosa strana quando devo decidere il nome di un personaggio di un racconto. Penso a Michele. Non conosco nessun Michele.
Big Bang
domenica, 21 agosto 2011Ho sedici anni e sto correndo a casa.
Ho sedici anni, un paio di libri nuovi sotto l’ascella e sto correndo a casa. La pastina nel mio piatto avrà ormai la consistenza dell’universo prima del Big Bang. Mio padre, invece, avrà la stessa forza generatrice nelle mani chiuse a pugno e nelle corde vocali.
Ho un paio di libri nuovi, comprati da Daniele. Lui va in libreria li compra e me li porta, non ci guadagna nulla e sceglie per me.
Sto correndo e sfreccio velocemente sotto finestre illuminate, è buio già da un pezzo, il buio siciliano fatto di odore di mare mischiato a profumo di legna secca nel caminetto. Le mie scarpe da tennis sfrigolano sull’asfalto. Corro sulla strada, corro incontro alle automobili, lo faccio per evitare le persone che passeggiano sotto gli alberi.
Penso alla mia pastinaBigBang, alle mani di mio padre, al silenzio inutile che mi accompagna in questa corsa. Il cuore è solo un muscolo che pompa e fa rumore, una massa di tessuto muscolare e pericardio che scandisce il mio scalpicciare veloce su queste mattonelle quadrate. Solo il silenzio di mia madre riesce a contrastare il silenzioso ticchettio di questa corsa.
Mio padre si incazzerà, tirerà giù qualche piatto di pastinaBigBang, la pastina rimarrà compatta mentre la porcellana si sbriciolerà. Sembrerà un Big Bang mal riuscito, un evento epocale che non riesce ad andare oltre le prime impressioni; come quando aspetti qualcosa e poi non succede nulla o – peggio – succede solo a metà.
Mia madre, durante la creazione del caos da parte di mio padre, non dirà nulla. Lei sa sempre come va a finire. Si limiterà a raccogliere i cocci da terra, mi guarderà e senza dire nulla mi rimprovererà e mi assolverà, mi dirà dove sei stato? con gli occhi, vorrà essere sicura che va tutto bene? con le mani e poi si rimetterà a sedere.
Il mio cuore batte ancora a ritmo della corsa, ho sedici anni e l’unica preoccupazione, la sera, è tornare a casa in orario. Non importa se non ho finito i compiti per l’indomani, non importa se ho fatto a pugni nel vicolo dietro casa, non importa se sto imparando ad amare.
Quando la pastina è nel piatto, io devo essere a tavola. Prima del Big Bang, prima del rumore dei miei piedi sull’asfalto, prima del film in TV, prima dei film in TV che quando ero piccolo iniziavano alle 20, poi alle 20e30, poi alle 21, adesso non fanno più alcun film in TV, sarà per questo che non torno mai per cena.
Sarà per questo che non corro più, affaticandomi l’adolescenza.
Sarà per questo che non mangio più pastina.
Sarà per questo che quel Big Bang di ogni sera non tornerà più.
Le liste, tu non le sai fare
venerdì, 10 giugno 2011Allora gioco ad associare una canzone ben precisa a un’estate sempre più evanescente:
1. Estate 2001
L’estate della maturità alle spalle, del divertiti adesso perché poi è tutta salita; l’estate che mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire che tu non eri quella giusta per me, la maledetta estate che mi ha ingannato e che – a distanza di dieci anni – odio con tutto me stesso perché lei non aveva capito un cazzo e invece tu eri quella giusta per me. Te l’ho detto dopo anni e mi hai detto mi dispiace, sto per sposarmi.
2. Estate 2002
Un paio di cuffie salate, un catamarano di ritorno da isole dove non facevamo altro che bere e fumare, piedi nudi e pareo, un’estate lontana millenni e non solo anni. Partivo con lo zaino pieno di cibo e CD, una valigia con bottiglie di salsa e pacchi di pasta. Tu non c’eri, eravamo solo maschi e non vi volevamo tra i piedi (salvo cercare vostre simili battendo l’isola palmo a palmo). Una breve sosta al tabacchino prima di partire e un’altra al cassonetto prima di rientrare in casa.
3. Estate 2003

Mademoiselle Boyfriend – Baustelle
L’estate è arrivata dopo di te. Ed è stata struggente, inutile, vuota. Bevevo bacardi seduto su giostre costruite per bambini e ogni tanto ti seguivo fino a casa, per vedere chi c’era stato dopo di me. Nessuno. O forse eri troppo brava a nascondermelo.
4. Estate 2004
L’estate della messaggistica istantanea, delle telefonate sul balcone di una casa in montagna, di una macchina piena di borse e valigie. La prima vacanza veramente mia. Tu c’eri, ma avevi questo cattivissimo vizio di vivermi lontano; ti scrivevo e ricevevo risposta, ti chiamavo e mi parlavi, ti volevo lì con me e tu non c’eri.
5. Estate 2005
L’estate delle torte allo yogurt, di te che stavi con me, con il mio amico e con l’amico del mio amico. Contemporaneamente. All’insaputa di tutti, ovviamente. L’estate della discoteca sulla spiaggia, della casa sul mare e delle sigarette al lume di candela in quella terrazza che non era nostra.
6. Estate 2006

For the price of a cup of tea – Belle and Sebastian
L’estate atletica, l’estate sempre in pantaloncini a battere un pallone per terra e tentare di fare un canestro, infilarmi tra le gambe di quelli alti e fregare tutto e tutti. Tu eri solo un’idea da accarezzare, una giornata a Cefalù, un timido inizio per una storia che si sarebbe infilata tra le nostre gambe e sarebbe scappata in fretta per mettere a segno canestri altrove. L’estate del gesso alla gamba, non a caso. L’estate dell’ultimo esame.
7. Estate 2007
L’estate di un’altra isola, tu c’eri stata ed eri passata in fretta (lo credevo, quantomeno). Adesso però c’erano lei e l’altra; io ero così indeciso. Finì con la mia lingua intrecciata a quella di lei, mentre io volevo l’altra che ci faceva i complimenti per come stavamo bene insieme.
8. Estate 2008
L’estate delle torte buonissime, della fotografia, di una città che non era mia ma lo diventava grazie a te. L’estate di Creta, della voglia di portarti con me. Arancini e granite, vederti scendere dalla nave e venirti incontro e portarti a casa.
9. Estate 2009

Josephine – Magnolia Electric Co.
Nascosto in macchina, guardavo quella livida estate correre via. Molti libri, poche emozioni, solo sensazioni. Tu non c’eri più ed era solo colpa mia.
10. Estate 2010
L’estate di una Sicilia apparecchiata per te, senza trucchi né inganni. L’estate dei compleanni sulla spiaggia, delle corse per veder passare i treni sul lungomare. L’estate dove ho imparato a essere me stesso, purtroppo e per fortuna.
11. Estate 2011
Questa canzone la scegli tu.
Pettegolezzi
sabato, 30 aprile 2011A quei tempi vivevo senza pensarci troppo su. Schivavo pozzanghere di temporale e tu mi ridevi a fianco. Le colline francesi erano facili da attraversare, con una mano sul volante e l’altra sul tuo ginocchio sinistro. Ci fermavamo a dormire dove capitava, veniva la notte e mettevamo punto all’ennesima giornata insieme semplicemente facendo all’amore. La tua pelle era bianca come la vernice della mia automobile. La mattina seguente era tutto un fare colazione e tenerci per mano, conoscere vecchi contadini e soffiarci dal naso lo zucchero a velo. Il pomeriggio ti lasciavo in camera, a riposare; scendevo fino al fiume, fumavo un paio di sigarette, sbirciavo le gambe delle ragazze sdraiate sulle due rive e poi tornavo da te. Di nuovo in strada, di nuovo la pioggia; le foglie turbinavano sulla superficie dell’asfalto e non riuscivo a distinguere dove finisse la danza di gioia e cominciasse l’oscurità autunnale. A quei tempi vivevamo senza pensarci troppo su, spingevo sull’acceleratore e tu mi ridevi a fianco. Mi stringevi il braccio destro e mi incitavi, ancora ancora.
Un sasso, forse.
Un fosso, sicuramente. La macchina distrutta.
E noi due su una corriera, sommersi dalle persone. Tu mi prendevi la guancia con la mano e mi sussurravi all’orecchio le tue fantasie più sfrenate, io arrossivo e ti dicevo basta, poi ridevo e trovavo ancora zucchero a velo da soffiar via dal tuo naso.
Dizionario dei giorni felici (dalla M alla Q)
lunedì, 21 febbraio 2011mòrso prov. mors: = lat. MÒRSUS per *MÒRDSUS da MÒRDERE.
L’atto del mordere; La puntura degli insetti; Il segno e la ferita lasciata dal morso; La quantità di cibo che si spicca in una volta coi denti; L’arnese di ferro che si pone in bocca ai cavalli per frenarli.
Deriv. Morsèllo; Morsétto; Morsíno; Morsúra = rodimento interno. Cfr. Muso.
I giorni felici si accompagnano ai morsi più profondi; l’hai imparato una sera di dicembre, quando le nostre scarpe di tela non riuscivano a tenere fuori la pioggia; un morso è sigillo per persone pigre, cicatrice di una voglia che ho avuto; i miei denti nella tua carne hanno lasciato uno spazio vuoto, la tua pelle ha ceduto e al microscopio adesso si vede solo un grand canyon, un avvallamento di voglie passate che aspettano ancora i desideri futuri di altri che verranno a imprimere i propri sorrisi nella carne viva della tua vita.
núsca prov. nosca fibbia; ant. fr. nusche, nosche: = b. lat. NÚSCA, NÒSCA dall’a. a. ted. NUSCA, med. NUSCHE fibbia, fermaglio [affine all'ant. irl. nasc anello, nusgaim lego, piego], dalla stessa radice di nastilo, nestilo legaccio (cfr. Nastro e Nesso).
Collana, Vezzo, Monile. (Voce antica portata probabilmente dai Franchi o dai Longobardi).
Sarà piccola bigiotteria, sarà plastica placcata d’argento, saranno collane deboli e poco resistenti, saranno gioielli finti, sarà paccottiglia da bancarella, sarà l’unica cosa che indosserai, sarà l’ultimo giorno in cui lo farai.
oramài comp. da ÓRA e MAI e denota Tempo presente con riguardo del passato, e talora del futuro; e vale Adesso, Da ora innanzi.
Ti guardo; so chi sei, so chi eri, so chi sarai; so che ora equivale a mai, so che questo giorno finisce a mezzanotte e non finisce mai, so che da adesso in poi questo posto mi ricorderà di noi; ti insegno una parola che è fatta di tutto e niente; oramai mi odi e so per certo che c’è di peggio.
pòrto rum. prov. fr. cat. port. port; sp. puerto: = lat. PÒRTUS quasi *PÒRITUS, specie di participio passato parallelo al gr. POREYTÒS che da passaggio, che tiene a PÒROS passaggio, e quindi congenere a porthmòs il traghetto, il varco, pòrthmion il valico, il porto, porthmeýs navalestro, dalla stessa base di PER-ÀÔ io trapasso, PEÍR-Ô io passo [cfr. zend. peretu ponte, hu-peretu guadoso]: propr. entrata, uscita, è così detto perché offre sicuro passaggio o ingresso dal mare alla terra.
Luogo sulle coste del mare, dove questo si addentra nella terra e offre ricovero ai bastimenti.
Deriv. Portolàno; Portuóso = fornito di porti; Angi-porto. Cfr. Importuno e Opportuno.
Il tuo equipaggio incontrerà uomini in grado di essere città, di offrire a te e alla tua ciurma un riparo, banchetti generosi e ripide mura dietro le quali difendersi; poi ci sono uomini come me, che non sanno far altro che improvvisarsi porto, un braccio di legno proteso sul mare, un ripido scoglio difficile da difendere eppure fondamentale per permettere le piccole riparazioni; sarò utile eppure inospitale, necessario ma non indispensabile; una mattina salperai dopo aver curato le ferite della tua imbarcazione oppure ti inoltrerai nell’entroterra, portando con te il ricordo delle partite a carte nel silenzio complice che solo un riparo dal mare grosso può darti; le stelle alla sera, il rumore dell’acqua cheta; essere porto opportuno, essere porto importuno.
quarantèna forma varia di Quarantina dal lat. QUADRAGÍNTA quaranta [fr. quarante], mediante il fr. QUARANTAINE = b. lat. QUARANTÀNEA, QUARANTÀNA. Altri dal b. lat. QUADRAGINTÀRIA, che però avrebbe dato Quarantaria.
Soggiorno, anticamente di giorni quaranta, che i viaggiatori, non che le mercanzie, provenienti da paesi infetti da malattie contagiose, sono costretti a fare in un lazzeretto o a bordo delle navi, prima di comunicare cogli abitanti del paese o del porto, dov’essi vogliono sbarcare.
Legavo la cravatta alla maniglia della porta, poi chiudevo a chiave; il nostro amore aveva bisogno di quaranta giorni prima di comunicare con gli altri; il deserto scarseggia di oasi ma ti cambia per sempre.
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Il nodo
domenica, 20 febbraio 2011Era una domenica mattina. D’altronde – non si sa bene perché e tutto sommato non importa – le cose belle succedono sempre di domenica mattina. Ricordo il pizzicore della schiuma da barba, le piastrelle del bagno ancora offuscate dal vapore acqueo, i tuoi polsi sulle mie clavicole. Stavo imparando come fare il nodo alla cravatta e lo stavo imparando dalle tue mani. Mi avevi messo a sedere sopra la lavatrice e avevi spostato il grande specchio. Era una domenica mattina d’aprile. D’altronde – si continua a non sapere bene perché e tutto sommato continua a non importare a nessuno – le cose belle succedono sempre nelle mattine delle domeniche d’aprile. Ogni tanto perdevo la concentrazione e i miei occhi si spostavano sul grosso pennello che usavi per spalmare la schiuma da barba sul viso, poi nei tuoi occhi e infine sulle tue dita che annodavano la cravatta. Eri giovane, i tuoi baffi erano ancora castani e i tuoi occhi sempre azzurri. Indossavi una canottiera bianca e la medaglietta d’oro mostrava a stento la scritta più di ieri, meno di domani. L’ultimo gesto era il più delicato; il nodo doveva stringere leggermente e, per farlo, era obbligatorio afferrare il lembo più piccolo e tenerlo fermo con la mano sinistra mentre con la destra dovevi far scorrere il nodo più in alto, verso il pomo d’Adamo. Io sgranavo gli occhi e guardavo estasiato, poi scioglievo il nodo con foga e provavo da solo. Sbagliavo, stringevo troppo, accorciavo la cravatta e ridevo infastidito. Tu mi guardavi attraverso lo specchio, sorridevi e ricominciavi da capo a spiegarmi tutto. Forse già allora avevi capito che non m’interessava imparare come radermi e che le cravatte mi avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Dizionario dei giorni felici (dalla F alla L)
martedì, 15 febbraio 2011fúga prov. fug|u|a; fr. fugue [efuite]; cat. sp. e port. fuga: = lat. FÚGA [gr. PHYGÈ] da FÚG-ERE fuggire. L’atto di fuggire; ed anche Direzione o Parte, donde una cosa fugge o passa via; Il succedersi non interrotto di atti o di cose consimili.
« Fuga » è anche termine di musica, ed è un Genere di composizione, in cui la frase si ripiglia più volte e s’intreccia. I Tedeschi in questo senso speciale dicono Fuge, che vogliono derivi da FÚGEN aggiustare, adattare, osservando come esso sia una adattazione di parti secondo il contrappunto più complicato. Tuttavia a favore della origine italiana occorre dire, che i motivi fra loro somiglianti offrono col loro intimo avvicendarsi la sensazione di corrersi dietro in giro.
« Fuga di stanze » vale Serie o quantità di stanze, che sieno fra loro sulla medesima dirittura e con usci di comunicazione, che si succedono sulla stessa linea.
Deriv. Fugàce [rum. fugaciu, sp. e port. fugaz] onde Fugacità; Fugàre; Fóga (=fougue).
Certo, si tratta sempre di una fuga, comunque la si voglia intendere; le nostre storie non sono altro che fughe, ci si ripiglia più volte e ci si intreccia; qualcuno si affeziona alla fuga, altri prediligono una fuga di stanze, una serie di fughe, una porta dopo l’altra senza soluzione di continuità; spalancare una porta, entrare in una stanza respirandone l’aria, poi aprire un’altra porta e cambiare ancora; di casa in casa, di giardino in giardino; fuggire per costruire porte da prendere a spallate.
giudízio e giudício rum. judet; prov. judicis, juzizis, juzis; fr. jugement [=*judicamèntum]; cat. judici, juhii; sp. juicio; port. juizo: = lat. JUDÍCIUM da JÚDEX[-ICIS] giudice.
Sentenza pronunziata dal giudice; indi Il complesso delle forme per pronunziarla, ossia il Processo; e poi il Magistrato stesso che la pronunzia. In generale Sentenza su qualsiasi cosa; Parere, Opinione; Prognostico; L’atto della mente che afferma o nega una cosa; Facoltà intellettiva di vedere la convenienza per soggetto e predicato; quindi Senno, Prudenza.
Deriv. Giudiciàle-ziàle; Giudiziàrio-ciàrio; Giudizióso = fatto con saviezza, con discernimento; Che ha senno, prudenza, discernimento.
I giorni felici finiranno, i giorni felici finiscono sempre; quando una parola giunge a precedere l’aggettivo felice, prima o poi finirà; i giorni verranno giudicati, appaiati, messi in fila e fucilati; verranno fabbricati mucchi di munizioni di giudizi e ogni giudizio si infilerà nella carne di un giorno e ne spolperà l’essenza; ogni proiettile lascerà una traccia impercettibile sulla superficie del giorno ma riuscirà a farne crollare la struttura interna, i muscoli collasseranno, il sangue si propagherà e i giorni divorzieranno da un aggettivo per sposarsi con un altro: colpevole.
herpes lat. hĕrpete(m), nom. hĕrpes, gr. hérpēs, v. hérpein strisciare, perché malattia che striscia e si diffonde sulla pelle.
Una delle numerose affezioni cutanee, di origine virale, caratterizzata dalla formazione di grappoli di vescicole acquose su una base infiammatoria.
Sin. Fuoco di Sant’Antonio.
Non nominarmi, non farlo mai o diventerò pericoloso; il mio nome è grumo di affetto, il mio nome sa fare male e sa incendiare.
innaspàre [=ANNASPÀRE] Avvolgere il filo nell’ÀSPO o NÀSPO per formare la matassa; metaf. Armeggiare, Non sapere quel che uno fa; e anche Dimenare le zampe davanti, detto di cani, cavalli e simili, come fanno tali quadrupedi quando nuotano.
Deriv. Innaspatúra.
Il primo gesto è un pronunciamento, intenzione vivida di cominciare; poi tutto si aggroviglia, i gesti si accavallano, l’intenzione iniziale non corrisponde mai alle conseguenze; ti ho fatto male con la voglia di farti bene, ti ho fatto bene proprio perché so come fare male.
lòtta rum. lupta; prov. lucha, locha, loita; ant. fr. luite, mod. lutte; cat. luyta, lluyta; sp. lucha; port. luta: = lat. LÚC-TA, che il Pott molto felicemente riferisce alla stessa radice del gr. lyg-òô piego, avvinco, lyg-ízô piego, attorco ed anche lotto, lygismòs piegatura e nella ginnastica destri movimenti (della persona), coi quali si cerca di abbattere l’avversario; propriam. combattimento che si fa avvinghiando con le braccia il corpo dell’avversario (v. Legare). Il Bailly invece sulle orme del Curtius riferisce questa voce alla radice del sscr. RUG’ATI rompe|re|, convertita la R in L, come se ne hanno altri esempi nel passaggio dal sanscrito ad altre lingue (v. Lugubre e Lutto).
Sorta di esercizio nel quale due cercano per forza o per destrezza di abbattersi l’un l’altro, prendendosi corpo a corpo, quasi intrecciandosi insieme; per estens. Qualsivoglia combattimento; fig. Travaglio, Contrasto, Disputa e simili.
Deriv. Lottàre, onde Lottatóre-tríce.
Un letto è un campo di battaglia, in un letto si comincia e in un letto si finisce; in un letto sei nata tu e io non c’ero, altrimenti avrei fatto la lotta con te, ti avrei abituata fin da subito alla vita, ti avrei fatto capire che le tue ossa erano molli e indefinite e lo sarebbero state ancora per molti anni; a volte non si vuole abbattere l’avversario ma solo abbracciarlo per abbattersi insieme.
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Sarà per questo
domenica, 9 gennaio 2011Mi hanno chiesto di lasciarti andare e lo hanno fatto implorandomi, pregandomi in tutti i modi di farlo con forza. Mi hanno chiesto di sbattere la porta, di andarmene senza voltarmi, di costruire un amor proprio basato su scalini che corrono veloci sotto le suole delle mie scarpe. Mi hanno chiesto di bruciare lettere, infangare già labili ricordi, ridurre a brandelli ogni emozione provata. Lo hanno fatto urlandomi contro le accuse peggiori travestite da verità di comodo. In un primo momento li ho ascoltati, ho preso ogni parola, l’ho rigirata tra le mani, l’ho pesata con una bilancia di plastica comprata in un negozio gestito da cinesi e poi ne ho registrato il peso in un’agenda comprata in una grossa libreria romana. Adesso ho un’agenda piena di consigli soppesati, una voglia di partire che non sto qui a raccontarti e un treno che mi porterà anche da te prima di andar via. Non ho mai ascoltato chi dice di volere la mia felicità, ho sempre dato retta a chi – con la voce rotta dal pianto – mi ha sempre detto “scusa, non voglio farti stare male ma non posso fare altrimenti”.
Le case
lunedì, 1 novembre 2010Ti ho vista spergiurare che lo seguirai
nel vento e nella neve, per lui morirai.
Ma il mio ruolo è il pensiero malvagio
che ti porta via con se.
Il mio ruolo, Afterhours
Il primo giorno corto d’inverno mi coglie impreparato. Fa buio prima adesso, ma l’insegna verde della farmacia è beffarda nel riportare un laconico ventiquattro gradi Celsius. Indosso una giacca leggera sulla camicia e lascio che le falde mi sbattano sui fianchi, trascinate dal vento. Cammino lungo le strade di una città che non riconosco più, le persone mi sembrano nuove comparse dopo un cambio di gestione del teatro e i luoghi hanno perso il proprio fascino adolescenziale.
Il mare no. Il mare è sempre lì, due spiagge a lambirmi i fianchi e un rumore assordante a rendermi sorde le orecchie. Non lo vedo; un po’ perché la luna è nuovissima di pacca, un po’ perché mi spaventa addentrarmi nella pineta. Dunque rimango seduto sull’altalena e unisco in matrimonio il cigolio del metallo e l’imbarbarirsi delle onde. Poi continuo a camminare. Il lungomare è battuto dal vento, le poche palme sopravvissute all’attacco di un batterio letale adesso combattono l’ennesima sfida contro il vento salato. Sembrano vincerla, ma non ci giurerei.
Davanti alla casa dove ho fatto l’amore per la prima volta un gruppetto di persone carica bagagli su un’automobile. Una bambina piccola mi scruta dietro i finestrini posteriori. E poi c’è lei, mamma da poco. Mi vede, sorride e poi sale in macchina. Lato passeggero. Stava seduta lì anche con me, quando passavo a prenderla a scuola perché usciva un’ora dopo di me. Stava seduta lì anche quando i baci ci mangiavano letteralmente il cuore.
Case abbandonate e case nuove. Costruiamo case per vivere e smettiamo di vivere nelle case vecchie. Le case vecchie non ritornano mai; vengono sbarrate con assi di legno, i topi mangiano l’intonaco e piccoli spiritelli si annidano tra le tubature. Noi viviamo in case nuove, ignari di tutto.
Passo accanto a una finestra che da sulla strada. Un vecchio televisore, un vecchio a letto, una maschera d’ossigeno sulla bocca. Finché quest’uomo vivrà, sarà lui stesso a portare addosso la vecchiaia; quando morirà, toccherà alla propria casa.














