Archivi per la categoria ‘Milazzo’

Reminiscenze

venerdì, 3 settembre 2010

Ecco.

Lora

venerdì, 27 agosto 2010

«Non le è mai capitato di dover fare ricorso alle ultime risorse per affrontare una sfida particolarmente significativa?»
Lei abbassò lo sguardo, fece come per sporgersi sulla sedia e recuperare il pacchetto di sigarette in bilico sul tavolino, ma ci ripensò. Accese un fiammifero, guardò la fiamma crescere e poi morire, infine mi rispose.
«Sì, mi è capitato.»
«Dove si trovava? E per quale motivo?»
«Mi trovavo in Argentina, fu la penultima delle mie imprese. Dopo ci fu solo il corno d’Africa, e poi smisi di avventurarmi in posti così sconosciuti.»
Stavolta toccò a me sporgermi sulla sedia, non tanto per offrire una sistemazione più comoda al pacchetto di sigarette quanto per poter affrontare quella imprevista ritrosia nella maniera più brutale.
«Lora, cosa successe esattamente in Argentina?»
Accese una sigaretta, per dissimulare di aver accusato il colpo così malamente. La vidi tremare dentro, impercettibilmente. Ma bastò per farmi inarcare un sopracciglio e chiederle in silenzio di continuare.
«Fu terribile. Nonostante tutto l’allenamento effettuato durante l’inverno precedente in Europa, arrivai in Argentina totalmente impreparata. C’era la neve sulle montagne più alte e questo complicava tutto. Era il capovolgimento di ogni mia volontà, ebbi più volte l’intenzione di scappare via e non tornare più.»
«Cosa la portò a decidere di rimanere, invece?»
Una ruga piovve dalla sua fronte, si incanalò lungo la rete disposta a lato dell’occhio destro, si spostò sulle labbra e terminò la propria corsa sul mento, per qualche attimo, prima di perdersi nel crocicchio del collo.
«Era una sfida, per me. Non avevo mai mollato prima, ma in Argentina stavo veramente per perdere il controllo.»
«Il controllo su cosa?»
«Mi stavo disamorando, giovanotto. Mi stavo disamorando perdutamente di quell’uomo e questo avrebbe significato la mia sconfitta come atleta e come sportiva.»
La guardai finire di fumare la sigaretta, senza aggiungere altro. Senza chiedere ulteriori spiegazioni. Poco prima di spegnere il microfono mi bagnai il labbro inferiore con la punta della lingua e, guardandola in viso, dissi:
«Avete ascoltato la vera storia di Lora Gabrielli, l’unica donna che è riuscita ad amare perdutamente trecentosessantacinque uomini nell’arco di dieci anni. La più incredibile delle imprese sportive cede il passo a quella che lo stesso Carimberti, nel lontano 1956, definì la massima storpiatura di ogni disincanto. Lora è maestra in questa disciplina, incontrastata atleta dalle doti straordinarie; l’unica donna che è riuscita a entrare nei cuori di questi uomini, prima di abbandonarli. L’unica che è riuscita ad abbandonarli, prima di disamorarsi di loro. Una cosa è certa: dopo Lora, questi uomini non sono più riusciti ad amare nessun’altra donna. Una medaglia sul petto di questi trecentosessantacinque esseri di sesso maschile li indica al grande pubblico come i vincitori morali di questa singolar tenzone, ma la vittoria è solo per Lora.»

Le navi dietro la finestra

giovedì, 26 agosto 2010

Dedicato a chi sta partendo e non sa quando tornerà.

Fu quella volta in cui il professore, guardando il temporale fuori dalla finestra, disse:
«I traghetti non partiranno, oggi. L’Italia è rimasta tagliata fuori.»
Di solito tiro fuori questo aneddoto quando mi si chiede conto e ragione della mia sicilianità. Ma ci sono momenti nei quali questo aneddoto non serve, perché gli occhi che ti osservano incuriositi sono i tuoi stessi occhi – o meglio, sono occhi bagnati dalla stessa salsedine.
Mi hai fatto venire in mente quei lunghi pomeriggi rinchiusi in quell’aula buia e polverosa. Lo sguardo cadeva al di là delle finestre macchiate da giorni e giorni di pioggia. Lì, tra i flutti grigi di un mare sempre troppo stanco di fare su e giù lungo lo Stretto, una poderosa nave da crociera. Alta come un palazzo a sei piani; le finestre tutte uguali, i balconi che danno sul mare aperto e tutto l’equipaggio che spesso parte senza sapere quando tornerà.
Noi, giovani studenti al primo anno di archeologia, guardavamo quella nave da crociera e pensavamo tutti la stessa cosa. Il prossimo martedì compro un biglietto e vado via. Così, forse un’idea dettata da quella sana inquietudine che (s)colora i pomeriggi di un diciannovenne.
E poi quegli occhi che mi guardano e mi dicono che, alla fine, in un afoso martedì di molti anni dopo, quel biglietto lo hai comprato. Stai partendo e non sai quando tornerai.
Neanche io so quando tornerai ma, se lo farai, fai in modo di tornare felice e fiera di questa scelta.

Trastevere di brutte cose

domenica, 22 agosto 2010

Il mio assaggio di ribellione l’ho avuto quando ho regalato un concerto a due persone. Erano giorni di maggio ed ero stretto in un abbraccio disinteressato e quasi infinito. È stato come aprire il cancelletto del cortile di casa mia e farti vivere per un po’ lì, tra le mie piante preferite e i miei scatoloni pieni di giochi di quando ero bambino. Offrire a voi i miei gusti e vedervi entusiaste di ciò che stava succedendo. Poco importa se i testi li conoscevamo bene davvero in pochi, io ero lì con un paio di all star ai piedi e quella musica in testa. Prima di uscire ho posato dieci anni della mia vita in un cassetto e li ho ripresi solo quando ho fatto ritorno a casa, le all star ai piedi del letto, la musica ancora in testa e le orecchie calde a contatto con il cuscino freddo.
Poi sono cresciuto; solo in una notte, o forse in un paio di notti. Ho ripreso quei dieci anni e ho aggiunto qualche mese di inquietudine. Mescolare bene e servire freddo. Mai a temperatura ambiente. Cosa vorrà mai dire “a temperatura ambiente”? Un vino sarà inevitabilmente diverso se servito a temperatura ambiente in una cascina di Spello o a temperatura ambiente in un attico di Helsinki.

Un frammento di un racconto

venerdì, 20 agosto 2010

«È da lì che viene il vento.»
Il dito indicava all’incirca nord, nord-ovest.
Teneva l’altra mano ben stretta attorno al bavero della giacca blu e mi guardava. Tremava, ma non per il freddo, probabilmente era a causa di una di quelle malattie che ti scuotono fin nelle fondamenta; ti acciuffano l’anima come fosse quella di un ladro e poi cominciano a prendersi ogni singolo muscolo, lo fanno diventare molle e perennemente in movimento. Poi arrivano alla lingua, e smetti di parlare. Infine al cervello, e smetti di amare, di pensare, di emozionarti. Di vivere, insomma.
La chiamano malattia, ma sarebbe più onesto chiamarla morte lenta.
«La ringrazio infinitamente.»
Mi tese la mano che aveva utilizzato per indicarmi da dove sarebbe giunto il vento. Una stretta vigorosa nella sua incertezza, e pochi istanti dopo guardavo la sagoma del vecchio marinaio scollinare e dirigersi al paese.
Restavamo soli, io e il mare.
Ero partito da Roma cinque giorni prima. Mi ero lasciato alle spalle una donna bugiarda, un paio di figli ancora troppo piccoli per accorgersi della mia assenza e un lavoro da venditore di case. Avevo ancora un pesante mazzo di chiavi in tasca, tutte diverse. Una stretta e lunga apriva la porta di un attico vista Colosseo, una più piccola e maneggevole invece apparteneva al secondo piano di una villetta sul Lungotevere, e poi tante altre: i privilegi degli altri nella mia tasca sporca di briciole e tabacco.
Avevo scoperto da poco la vera provenienza del nome maestrale, così per caso.
E avevo deciso di lasciare tutto e tutti per scoprire dove aveva inizio, non avendo ancora scoperto che un vento non ha un inizio e presumibilmente non possiede neanche una fine.

ǝɯoɔlǝʍ

domenica, 15 agosto 2010

Il vicino cingalese tiene il tappetino con la scritta “welcome” al contrario, come se il mondo fosse casa sua e quelle poche stanze fossero solo un rifugio temporaneo. Voglio bene al vicino cingalese e di lui apprezzo questo sentirsi del luogo, sempre e comunque. E ho pensato che, a Natale, regalerò solo tappetini con la scritta “welcome”. Da posizionare al contrario.

(ac)Coccolato

sabato, 7 agosto 2010

Mi hai cucito una cicatrice sulla pancia. Non è una cicatrice di carne, non sono due lembi di pelle uniti a forza da un filo duro e resistente. È una cicatrice di tessuto, è una maglietta bianca con una cicatrice sulla pancia. C’è anche un buco sul retro, all’altezza della scapola destra. Mi hanno ferito alla pancia e alla schiena. Due coltellate, nette, precise, compassionevoli nella propria velocità. Mi hanno ferito e poi sei arrivata tu a cucirmi queste cicatrici. L’avevi giurato; già il primo giorno di vita, quando ho staccato il collo dall’utero, avevi fatto il giuramento di cucirmi per sempre le ferite. E lo mantieni ogni volta, con la mano ferma e il cuore determinato. Anche se non sai cucire, anche se le cicatrici che mi cuci poi alla fine assomigliano a piccoli vermi in procinto di scavarmi la pelle. Perché forse ci metti troppo amore, o forse troppo poco. E poi rimango senza sangue, il verme diventa bianco, a tratti ceruleo (che non significa “di cera”, ma “di cielo”).
Sono pieno di vermi, mamma. E non è colpa tua.

Pareti di carne

giovedì, 5 agosto 2010

La casa è piena di libri.
Impilati lungo i gradini delle scale, accartocciati a mucchi sugli angoli delle pareti, distesi a prendere fiato su comodissimi scaffali di abete. Molti sono in doppia fila, alcuni libri sembrano esser stati parcheggiati lì in un pomeriggio autunnale e piovoso, altri stanno fieri nella propria compostezza fin dalla mattina di luglio nella quale sono passati dalla sabbia al legno.
Mi dice di averli riposti lì subito dopo averli finiti di leggere. Un libro alla volta. Mai più di uno alla volta. I libri sono come le donne, dice, non è mai così facile portarsene due nello stesso letto e nella stessa notte. Lo guardo aggirarsi in quella casa fatta di libri, ogni tanto si ferma, il bastone si appoggia determinato sul pavimento pulito e vedo il padrone di casa spostare lo sguardo sui titoli dei libri, accarezzarne un paio e continuare a camminare.
Li ha letti tutti una sola volta, mi confessa. I libri sono come le donne, dico io. E lui mi guarda un po’ triste e mi dice che c’è un motivo per quei libri in doppia fila. Sono le mie donne, mi sono stati regalati dalle mie donne (o li ho letti insieme alle mie donne), mormora. Quando una donna andava via (o quando cacciava una donna dalla propria vita), lui spostava i libri regalatigli da lei (o letti con lei) nella seconda fila. Per dimenticarle?, chiedo io. No, dice lui, per ricordarle.
Perché così, a distanza di anni, sa che ogni doppia fila di libri corrisponde a una storia d’amore. Può individuare ogni donna con precisione e può riviverla. Può toccarne il corpo e può sfogliarne le pagine, nello stesso momento.

Soundtrack: Variazione di un Tango, Dustin O’Halloran