Archivio della Categoria 'Milazzo'

Baby Amarcord

Thursday 3 July 2008

Una piccola scatola celeste.
L’odore è inebriante. Odore di ricordi, di borotalco sulla pelle tenera, di spuntino dentro lo zaino dell’asilo, di erba fresca e di cioccolata calda. Un sottile strato di gommapiuma protegge queste vecchie fotografie dagli incessanti attacchi del tempo. E, ogni volta che immergo la testa dentro questa scatola, il mio vecchio mondo di bambino riappare. Con lucidità, quasi con prepotenza.
E ricordo come da piccolo mi piacesse girare i miei film.
Chiudevo gli occhi, muovevo la bocca quel tanto che bastava per intonare una colonna sonora e poi alzavo lentamente le palpebre. Ciak, si gira. E raccontavo la mia vita in quei film, completi di flashback e titoli di coda. Co-protagonisti ignari: i miei genitori, i miei cugini o gli zii.
Ieri ho riesumato la vecchia scatola. E mi sono scoperto a sorridere della somiglianza nei gesti, prima ancora che nei tratti del viso. Non c’è traccia di vergogna nel dire che mi sarebbe piaciuto conoscerti allora; stringerti in uno di quei buffi abbracci che solo i bambini sanno darsi. Perchè adesso le nostre braccia sono troppo forti. E, ogni tanto, si avrebbe veramente bisogno di un abbraccio morbido e buffo.
Imparerò di nuovo.

L’intrusa

Tuesday 1 July 2008

(titolo liberamente riadattato dal romanzo pirandelliano “L’esclusa”)

Io sono l’Io Narrante.
Riconosco che tale affermazione, con ogni probabilità, potrebbe anche far passare Me per il protagonista della storia. Ma, ahiMè, così non sarà! Ho deciso di comparire in ogni frase (tra l’altro mettendo l’accento a ogni piè sospinto sul Mio pronome personale), sebbene la storia non racconti di Me in quanto Io Narrante (anche perchè già vi vedrei tutti in fila con la testa china sul bloc-notes a prendere appunti per cercare di dipanare la poco ingeribile matassa) bensì di Mia moglie. Mi scuso sin d’ora per la forma grammaticale poco ortodossa e per una mai pienamente avvenuta deissi.
Mia moglie non è mai stata una santa donna e non Mi ha mai accettato completamente. Probabilmente questo Mio insindacabile giudizio è legato al fatto che lei adesso si trova in una di quelle modernissime casse da morto, foderate di velluto e decorate fin nei minimi particolari. Lei si è uccisa e Io non ho fatto nulla per fermarla; ero troppo impegnato a capire la reale portata di quel gesto. La reale portata di quel gesto nella Mia vita, intendo dire.
Una sera di febbraio Enrica ha spalancato la finestra e sommessamente mi ha detto: “Ennio, io la faccio finita. Tu che fai?”. All’inizio pensai volesse coinvolgerMi nel suo gesto estremo, ma quest’ipotesi era sicuramente da scartare: Enrica sapeva benissimo quanto io Mi amassi, e non Mi avrebbe mai chiesto una cosa del genere, un sacrificio così importante e totalizzante. Poi realizzai che probabilmente il suo era un grido d’aiuto; un grido d’aiuto nei Miei confronti. Evidentemente voleva avvertirMi del suo gesto affinchè Io non Mi fossi preso di spavento nell’udire, nell’ordine: il suo urlo, il susseguente rumore sordo e attutito delle sue membra sull’asfalto, e gli eventuali lamenti post-impatto (nel malaugurato caso in cui lei non fosse morta sul colpo). Sicuramente questa seconda ipotesi si presentava ai Miei occhi molto più fondata della precedente.
Enrica era sempre stata premurosa nei Miei confronti. Sapeva quanto Mi volessi bene e aveva tappezzato casa nostra di specchi. Superfici riflettenti in ogni angolo, cosicché Io potessi rimirare il Mio corpo in ogni istante della Mia giornata. E Io le ero veramente grato, tant’è vero che le dicevo spesso: “Enrica, se tu non ci fossi… dovrei trovare un’altra come te!”.
Quella volta che la trovai a letto con un altro, fu veramente un brutto colpo per Me. A mente fredda le dissi che avrebbe potuto quantomeno avere l’accortezza di trovare un uomo fisicamente simile a Me. E non Mi riuscì mai di perdonarle di aver usato il Mio cuscino per attutire le grida di piacere di quell’uomo.
“Tu che fai?”.
Quella domanda Mi comprimeva il cervello.
E mentre Io pensavo a cosa fare, Enrica si è gettata di sotto. Probabilmente perchè si era stancata di farMi aspettare. Con ogni probabilità, per sollevarMi da ogni responsabilità, per renderMi finalmente libero da un amore che succhiava ogni giorno di più le Mie energie, che non Mi permetteva di amarMi fino in fondo, che non mi lasciava che un angusto spazio per i Miei bisogni primari.
Sono passati pochi mesi e Io ancora penso a quella serata.
La finestra spalancata, Me davanti allo specchio, e un vento fastidiosissimo a scompigliare il miglior ciuffo che Mi sia mai riuscito.
Avrebbe potuto anche chiudere la finestra, la Mia Enrica.

Post scritto per Aggiungi un post a tavola

Dalla Cina con stupore

Tuesday 13 May 2008

PECHINO - E’ salito a 12.000 morti il bilancio delle vittime del terremoto che ha colpito ieri la Cina occidentale, soprattutto la regione del Sichuan. Le autorita’ cinesi non nascondono che questa cifra e’ destinata ad aumentare perche’ altre migliaia di persone risultano disperse o seppellite sotto le macerie (Ansa.it).
Nessun danno agli edifici che ospiteranno le Olimpiadi.

Beh, ora sì che siamo tutti più tranquilli…

Update: la prima notizia, data al TG3, vedeva coinvolta nel terremoto la costa sud-occidentale cinese. Ho detto tutto.

La mia dose di grasso

Monday 12 May 2008

Qui servirebbe una di quelle salette asettiche: pareti bianche, pavimento vinilico blu, una lavagna, un armadio grigio e anonimo, una quindicina di sedie bianche disposte in circolo. Servirebbe uno di quegli odori insopportabili, quelli tipici dell’ospedale o dei centri di analisi. Servirebbe anche una psicologa parecchio frustrata e brutticella. Servirebbe un eterogeneo gruppo di persone accomunate solo da un vizio, tutte accomodate pesantemente sulle sedie disposte in circolo.
Dopo di che, potrei bellamente alzarmi e, con lo sguardo fisso su un punto imprecisato del pavimento, potrei esclamare (con poca voglia di farlo, peraltro):
“Ciao… Mi chiamo Antonio.”
Un coro mi travolgerebbe.
“Ciaaao, Antonio.”
E io continuerei, sprezzante del ridicolo:
“… e ho un problema.”
La psicologa mi fisserebbe con la stessa occhiata che riserva ogni giorno al panino che mangia a mensa:
“Siamo qui per questo, Antonio.”
Nel dire il mio nome, calca l’accento. Lo fa di proposito, per farmi capire che la mia frase precedente è ovvia quasi quanto il fatto che io mi chiami Antonio da venticinque anni. Ma io non la seguo e non mi va di iniziare una polemica inutile.
“Beh… da due giorni non faccio altro che mangiare e ingozzarmi.”
I miei amici di terapia, fino a quel momento posizionati con il mento poggiato sul petto, girano di scatto la testa nella mia direzione. Per qualche frazione di secondo, ho nitida in mente la scena di una dozzina di elefanti impigriti dal sole che si voltano verso di me. Le rughe del collo si attorcigliano e questi miei compagni di sventura si dondolano sulle sedie, cominciando a ridere. Il primo ha una risata grassa, una di quelle risate che trasudano particelle adipose. Comincia a sghignazzare, poi passa a ridere di gusto. Poi si inceppa, tossisce e, mentre tenta di riappropriarsi della propria risata, quasi si affoga. Un altro ha bisogno di carburare ma, non appena ingrana la marcia, è un piacere vederlo ridere. Io mi sento come un fuscello di ficus benjamina in mezzo a un agglomerato di sequoie. Ridono, scuotono i rami, si abbandonano sulle sedie e io mi preoccupo: due o tre di loro sarà davvero difficile risollevarli, dovessero cader sul pavimento. Un misto di nausea e felicità mi travolge. So che oggi loro usciranno da questa stanza credendosi molto più grassi di quanto in realtà non siano, ma felici di aver passato una buona mezzora a ridere di gusto dei propri difetti.
La psicologa frena gli animi.
“Antonio, hai un problema serio di cui vuoi parlarci?”
La guardo, guardo i pachidermi ilàri, fletto i muscoli e sono nel vuoto:
“Sì. Mangio tantissimo e non ingrasso.”
Odo qualche singhiozzo. Sono bastate due frasi per farli passare dalla felicità allo sconforto. Mi sento un mostro.

Messaggio a blog unificati

Monday 12 May 2008

Post gemellato con questo qui.

Un pigro pomeriggio di inizio aprile, due pigri bloggers che delirano al telefono.
All’improvviso, l’idea: “Dobbiamo fare radio!”.
Poi le cose son successe di fretta: risate, ritardi, pizze transgeniche, cani a due zampe e uomini-albero, notizie improbabili e canzoni trash. Tutto tra amici e per amici, tutto per divertirsi e divertire. Un nome semplice, buffo, vagamente allusivo. Perché noi siamo così e così è la nostra “trasmissione” (che parolone!). Ed è esattamente ciò che continuerà ad essere.
Dopo un mese di deliri, approdiamo a RadioNation.
Cambiamo casa ma rimaniamo, insieme a voi, i cazzeggioni di sempre.

Scusa, hai un fazzolettino?!
Con Nemo e Occhidaorientale.
Da mercoledì 14 maggio (ogni 15 giorni), alle 22 su Radionation 1.

Il male minore

Monday 14 April 2008

“Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.”
(Qualcuno era comunista - Giorgio Gaber)

Ho ancora il naso dolorante.
Quella molletta piazzata sulle narici poco prima di chiudermi dietro la porta di casa, ora ha lasciato una piccola cicatrice. Ora che ho tolto la molletta, la ferita sanguina un po’. Io non ce l’ho fatta a salvarmi l’anima. Ho deciso di votare ancora una volta contro qualcuno, piuttosto che per qualcuno. E adesso me lo tengo questo magone, sicuro che (comunque andrà) sarà ugualmente un insuccesso… Se dovesse vincere Walter, al governo non ci sarà ugualmente nessuno che mi rappresenti. Che gran cazzata che ho fatto!

Recentemente ho scoperto che… #3

Sunday 13 April 2008

[continua da qui]

17. mia madre stava pensando di votare la Santanchè;
18. è possibile passare mezza giornata al telefono;
19. fare radio sul web fa “bruciare” un sacco di post;
20. twitter è sempre più una droga (sic!);
21. mi piace usare millemila avverbi;
22. c’è sempre qualcosa di nuovo da dirsi;
23. non c’è limite al numero di emoticon che si possono usare;
24. tuuu mi hai linkaaato (cit.).

[continua]

Il Giancarlo Giannini de noantri

Saturday 12 April 2008

“Ma Rosalia, ma che minchia di tradimento jè?
Mi fai proprio cascare le braccia!
Con uno che fa o’ finanziere, che avi cinque figli,
dentro la cabina della gru e che si chiama pure Amilcare!”

(Mimì metallurgico ferito nell’onore, 1972)

Lo noto quasi subito.
Mi viene incontro con un passo apparentemente saldo e sicuro, come chi cammina sulla propria vita certo di non poter schiacciare neanche un uovo sotto la suola delle scarpe. Porta un vestito elegante bianco (o comunque color panna) leggermente sgualcito intorno ai gomiti, una camicia azzurra perfettamente stirata, una cravatta rosa pallido. I capelli non sono corti e fanno il verso al colore del vestito. Gli occhi opachi sono di un azzurro intenso e capisco che l’appannamento è dovuto a qualcos’altro. Lo guardo incedere verso me in quell’angusto marciapiede che costeggia la recinzione poco prima del ponte sulla stazione Tiburtina. Mi sa di vecchio, di domeniche passate a chiacchierare davanti a un quartino, di briscole-scope-tressette, di profumo di colonia, di barbe fatte con corti pennelloni, di brillantina sui capelli, di odore di sigaro, di poker fumosi, di brandy, di donne fatte innamorare con la potenza di uno sguardo, di nipotini adoranti, di una guerra che lascia il segno, di una piccola cicatrice sopra l’orecchio, di dolori e gioie, di sogni rappresi e di colpi di culo improvvisi.
L’ho silenziosamente proclamato il mio Giancarlo Giannini personale. Così tenero e sfacciato con quelle due bottiglie di birra infilate nelle tasche della giacca.

E rigalo quel vetro…

Monday 24 March 2008

Ho ancora tanto cibo in circolo. E tanto vino. Un ottimo spumante. Qualche dolce di troppo. Fuori piove a dirotto. Sembra inverno pieno. Ho smesso di usare frasi chilometriche intervallate da inutili virgole. Uso molti punti adesso. Ieri sera una discussione semi-notturna su ciò che cerco mi ha dato parecchio materiale su cui riflettere, anche se probabilmente la mia interlocutrice non se n’è accorta. Ci sono momenti nei quali siamo di aiuto agli altri senza farci caso e non percepiamo la portata dei nostri “gesti”. La vita va. Domani sera ho il treno per Roma. Non so se ho più voglia di salire o di rimanere qui. Forse ho voglia di cambiare aria per un po’. Sto scrivendo un po’ così, senza pensarci. E questo non è da me. Istinto sì, ma non fino a questo punto…

Conversazioni da Xpro

Sunday 23 March 2008

Fefè SdC scrive:
lo sapevo
Fefè SdC scrive:
un giorno ti crossprocesserò
Nemo scrive:
ahahahaha
Nemo scrive:
ma LOOOL