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Come un ponte sospeso

giovedì, 25 agosto 2011

Ci siamo addormentati tenendoci la mano. Attraverso lo spazio vuoto dei nostri letti separati mentre l’alba filtrava da dietro le tende spesse le nostre braccia sembravano un ponte sospeso. Il nodo delle nocche sfiorava quasi il tappeto, palmo contro palmo stavamo aggrappati in silenzio. Il sonno e’ arrivato quasi subito: il sonno leggero di quando e’ gia’ passata l’ora di dormire, ed e’ passata l’ora di parlare, di quando e’ passata l’ora di qualunque cosa e restano solo la paura e il bisogno di non perdersi. Guardavo il contorno del tuo corpo sdraiato sparire dietro l’ombra delle mie ciglia, mentre mi si chiudevano gli occhi e si rilassavano le spalle. Ho sentito la stretta delle tue dita attorno alle mie quando per un istante ho minacciato di scivolare via dal nostro intreccio. Ho sentito la tua presa farsi di nuovo delicata e dolce mentre mi cullavo alla regolarita’ pesante del tuo respiro. Ci siamo svegliati tenendoci per mano, e poi subito appena aperti gli occhi ci siamo afferrati con lo sguardo, occhi abbracciati stretti, imploranti, spaventati. Abbiamo lasciato la morsa delle nostre mani e ci siamo sorrisi. E ho pensato che ogni mattina voglio ritrovarti cosi’, che non mi importa nulla della paura e della fatica, ho pensato che se dovessi avere la fortuna di ritrovare i tuoi occhi appesi ai miei ad ogni risveglio potrei tenerti per mano ogni notte. Potrei anche prometterti di non lasciarmi scivolare via mai.

Il plurale di ciliegia

giovedì, 2 giugno 2011

Mi ricordo che parlavo molto poco. Oggi non lo si direbbe, ma ero timidissima. Silenziosa, sempre con gli occhi spalancati. Alzavo la mano e aspettavo. “Lo sappiamo che lo sai, Valentina” diceva la maestra “facciamo rispondere qualcun’altro”. E allora stavo zitta, guardavo fuori dalla finestra. In cortile c’erano alberi alti, pensavo a quanto potessero essere vecchi. Sapevo che avremmo dovuto contare i cerchi nel tronco per conoscere la loro eta’, ma questo avrebbe significato doverli tagliare solo per soddisfare una stupida curiosita’ e non mi sembrava corretto. Guardavo gli alberi in cortile, guardavo il cancello verde. Vicino al cancello trovavamo spesso le siringhe che i drogati buttavano nel cortile della scuola, quindi dovevamo fare attenzione a camminare nell’erba con le scarpette di tela. Quel giorno ero un po’ triste perche’ avevo un amico, Enzo Esposito, non mi dimentichero’ mai il nome e le lentiggini, che non veniva a scuola da diversi giorni. Con Enzo parlavo volentieri fuori dalla mensa e all’intervallo, e anche se era piu’ basso di me non mi sentivo a disagio. Qualche tempo dopo mi hanno raccontato che avevano mandato i carabinieri a casa sua a chiedere ai suoi genitori perche’ non lo stessero mandando piu’ a scuola. Qualcuno lo aveva visto lavorare a una bancarella al mercato. Senza Enzo con cui parlare stavo zitta, seduta sulla mia sedia al banco. La maestra faceva domande ma io non alzavo piu’ nemmeno la mano per rispondere. Sapeva che conoscevo la risposta, e preferiva far parlare Sabrina o Marco. Eravamo in 27 in classe. Sabrina non aveva le matite e allora un giorno tutti abbiamo dovuto portare a scuola dei soldi e le maestre hanno comprato le matite e i quaderni per Sabrina e per gli altri bambini che non avevano i loro. Io stavo zitta e mi annoiavo, guardavo fuori dalla finestra sperando che arrivasse un drogato per vedere come fosse fatto, per vedere come faceva a lanciare la siringa dentro il cortile della scuola e se era proprio vero che le cose andavano come ci venivano raccontate. La maestra intanto ci stava distribuendo i fogli per la verifica sui plurali: “la scheda”, come la chiamava lei, era un elenco di parole al singolare con degli spazi tratteggiati a fianco su cui avremmo dovuto scrivere il plurale corretto. Ho iniziato a compilare la mia, senza fatica, era facile. L’ultima parola era ciliegia. Mi ricordo l’ondata di malinconia investirmi, la voglia di mangiare una ciliegia, la voglia di essere all’aperto, al sole. Ricordo le luci al neon, il pavimento sporco dell’aula, l’odore della polvere di gesso. Ricordo lo struggente desiderio di una carezza, di qualcuno che mi dicesse che era normale sentirsi poco importanti, che non significava nulla. Allora con la penna e un po’ di incertezza ho scritto “ciliege”. Sapevo che era sbagliato, ma facevo sempre tutto giusto. La maestra lo sapeva che ero brava. Non mi serviva in quel momento essere brava, mi serviva solo che si soffermasse due minuti a spiegarmi l’errore, anche a sgridarmi perche’ non ero stata brava come al solito, avrebbe anche potuto tirarmi le orecchie, qualunque cosa avrebbe compensato l’umiliazione di sbagliare apposta l’esercizio pur di avere un istante di assoluta totale attenzione della maestra per me. Avevo gia’ pregustato il momento, mi stavo imponendo di non sorridere quando mi avrebbe fatto notare l’errore. Avrei avuto la faccina seria e composta, il labbro stretto, annuendo piano mentre mi avrebbe detto “Valentina, come hai potuto sbagliare il plurale di ciliegia?!?”. Pensavo a mantenermi impassibile e seria mentre consegnavo il compito e seguivo con il cuore velocissimo gli occhi della maestra che lo scorrevano. Poi la sua penna rossa ha tracciato un segno attorno alle mie “ciliege”, ha scritto “1 err, brava” in fondo al foglio, e mi ha rimandata a posto mentre gli altri bambini ancora finivano di compilare la loro scheda. Sono tornata in silenzio a guardare fuori dalla finestra, pensando che avrei voluto tagliare tutti gli alberi del cortile, per sapere quanto fossero vecchi, e che non importava niente ucciderli, tanto servivano solo a far cadere le foglie.

La stagione buona

martedì, 24 maggio 2011

“Ogni anno sono in 400 mila a passare la frontiera, la polizia ne ferma almeno 130 quasi ogni ora e in 100 muoiono”.

Chiudo gli occhi forte per far sparire le immagini e i pensieri. Non basta, chiudo forte le orecchie con le mani. Non voglio sapere nulla di quello che succede nel mondo, voglio solo sapere cosa ne sara’ di noi. Ti chiedo di spegnere il telegiornale, perche’ non e piu’ come quando ci bastava guardarci negli occhi per sapere tutto quello che serviva. Perche’ non ci basta piu’ guardaci negli occhi per far passare la paura.

cara hai letto cosa scrivono? sarà vero quel che dicono? sarà vero che da piccoli si sta meglio che da grandi senza un figlio?

E incrocio le mani in grembo seduta alla tavola apparecchiata male. E tu distrattamente allunghi un braccio a cercarmi mentre finisci di leggere il giornale. E io sbaglio a non accorgermi di quella ruga che ti viene sulla fronte. Ma tu quanto sbagli a non accorgerti di quando piango nel cuscino?


sarà vero che l’amore viene al mattino presto, che ti coglie nel sonno e ti svegli e tutti gli uomini di prima sono andati, e forse muoiono?

Chiudo gli occhi forte. Forse quando ti riapro sarai li’. Se non funziona ci riprovo. Chiudo gli occhi forte e faccio sparire il mondo. Se li riapro e non ci sei ancora vuol dire che e’ finito il mondo.

che c’è un tempo buono anche per ambire ad un tempo migliore, è quando la stagione buona ti accarezza e si lascia intuire

La pazienza e’ la virtu’ dei forti. Ma non so essere forte. In questo tempo che e’ sempre di primavera mi industrio e stacco il polline dagli alberi, lo scuoto, lo spremo e lo porto in giro, e poi soffio sulle gemme e scaldo le foglie, covo i frutti come fossero uova per farli maturare prima, e butto fuori tutto l’amore perche’ faccia presto piu’ caldo e piu’ caldo ancora e cammino sul posto, poi corro, perche’ il mondo giri un poco piu’ veloce. Quando arrivera’ il tempo della felicita’ piena voglio che mi trovi stremata ed esausta, per poter dormire sul tuo petto sapendo di aver fatto tutto quello che era possibile. Voglio meritarlo, voglio crearlo, voglio provarci, anche se non funzionera’ voglio credere in questa possibilita’ e mezza che non saremo mai meno felici di cosi’.


ma tu non farmi accontentare mai ma fammi desiderare. dammi il coraggio di sorridere di un sogno, se non si può esaudire.

La stagione buona – Dei Cani – Non voglio che Clara

Quel mazzolin di fiori…

lunedì, 22 ottobre 2007

Ieri sera ricevo una telefonata in gran segreto. La voce è quella di mia zia, però settata in “modalità cospiratrice”. Mi chiede se posso comprare un mazzo di fiori per mia cugina, da parte sua. Ora, io non so se mia zia è al corrente del fatto che chiedere a me di comprare un mazzo di fiori è lo stesso che chiedere ad un andino di acquistare un chilo e mezzo di cozze. Prima di uscire, stamane, mi collego ad internet e chiedo al fido google quale sia il fioraio più vicino all’unica via di Milano che conosco bene. Dopo aver pranzato con Odette, mi reco allegramente all’indirizzo segnalatomi dal motore di ricerca. Fa un freddo boia, ma devo sbrigare questa commissione prima di tornare a casa. Trovo il negozio, entro e mi viene incontro una signora dall’aspetto vagamente elisabettiano.

Fioraia: Prego, mi dica…
Nemo: Avrei bisogno di un mazzolino di fiori da 10 euro… E’ per il compleanno di una ragazza.
Fioraia: (con aria di rammarico) Qui vendiamo fiori finti.
Nemo:
Fioraia: (sinceramente dispiaciuta) Se vuole… (e fa cenno a Nemo di accomodarsi)
Nemo: Immagino costino tanto, vero?
Fioraia: (a metà tra l’imbarazzo e il fastidio) No, è che…
(Nemo è già fuggito dal negozio)

Riprende la mia ricerca disperata. Mi imbatto in un negozio di fiori che non mi convince molto, ma tant’è… Che sarà mai? Devo solo comprare un mazzo di fiori… Entro e mi accorgo del fatidico errore, ma ormai non posso più tornare indietro. Mi viene incontro un tizio basso, tarchiato, con le unghie delle mani lunghe e poco curate. Penso che da un fioraio non posso mica aspettarmi uno che ha sempre la manicure fresca fresca…

Fioraio: Sì?
(Sono già tentato di andarmene dopo un approccio del genere, ma resisto)
Nemo: Avrei bisogno di un mazzolino di fiori da 10 euro… E’ per il compleanno di una ragazza.
Fioraio: (dirigendosi verso il retro del negozio) Ho giusto UN girasole.
Nemo: (con la bocca aperta) UN…?
Fioraio: (concludendo la frase precedente) … girasole, esatto!
Nemo: Oppure?
Fioraio: (guardandosi intorno) Oppure un mazzolino di tulipani.
Nemo: (radioso in viso) Ecco, perfetto…
(Ne prende giusto cinque da un vaso, li depone tutti gocciolanti su un foglio di plastica e comincia a “comporre” il mazzo… in realtà,”comporre” è un verbo inesatto: diciamo che li lega insieme, senzacoccarda, senza uno straccio di decoro minimalista, senza nulla. Solo tulipani e basta. Anzi, solo tulipani e un foglio di plastica)
Nemo: (con il portafogli in mano e il cervello in frenetica attività per trovare le parole necessarie affinchè la cugina capisca il motivo della bruttezza del suo mazzo di fiori) Quant’è?
Fioraio: Dieci e cinquanta.
(Esco una carta da cinquanta euro e lo vedo scuotere la testa)
Fioraio: Cambiali al bar qui accanto.

Esco e anche lui non mi vedrà più. Penso di essere stato fortunato, tutto sommato. Le mie cinquanta euro mi hanno risparmiato una figuraccia con mia cugina. Comincio a correre a perdifiato lungo la via principale per mettere quanti più metri possibili tra me ed il fioraio incompetente. Mi immagino quel misero mazzolino ancora sul tavolo e lui che mi maledice. Però l’euforia svanisce quasi subito. Praticamente sono ancora al punto di partenza. Mi fermo in un bar, prendo un caffè e chiedo alla barista se lì vicino c’è un fioraio. Anzi, credo proprio di averle chiesto se ci fosse una fioraia DONNA. Lei mi risponde di sì e nella mia testa sento una di quelle colonne sonore che mettono nei film quando al protagonista va improvvisamente tutto bene… Mi fiondo a folle velocità verso il negozio indicatomi dalla gentilissima barista. Ne esco pochi minuti dopo con un mazzo di fiori che, per dieci euro, ha finalmente una parvenza di mazzo di fiori…

Un caffè amaro, please…

sabato, 20 ottobre 2007


© ilpresbite

“Sei cambiato molto in questi ultimi anni.”
Mi accoglie così mia cugina, dopo una serata passata a parlare di blog, di internet, trascorsa a leggere insieme il mio blog e quello degli altri “degni di nota”. E lì per lì non ci faccio caso, non bado a quel giudizio o, meglio ancora, a quella constatazione. Poi capita che stamattina ci svegliamo e, mentre lei si prepara per uscire, io disteso nel lettone enorme comincio a pensarci sù. E mi dico che, in fondo, è vero. Sono diventato un cinico bastardo, non credo più a molte cose nelle quali credevo fino a pochi anni, se non mesi, fa. E quando io le ho detto che sì, insomma, a parte qualche amico vero giù a Milazzo e in qualche altra parte d’Italia, alla fine sono sostanzialmente solo. lei mi ha guardato e ha capito cosa volessi dire. E voglio dire, giuro che da mia cugina mica me l;aspettavo una cosa così. Ma, si sà, c’era qualcuno una volta che diceva che la vita a volte fa dei giri assurdi e poi ti coglie alle spalle. Così, all’improvviso. Come un pugno tra le scapole, una botta di vento a tradimento dopo un angolo apparentemente tranquillo. E tu sei lì, intriso della tua solita normalità, non senti arrivare nulla ma il colpo, nitido, preciso, ti piomba addosso. Con la certezza di una pena.