A settembre, dopo il temporale, il mare si lasciava dietro una serie di pozzanghere più o meno profonde. A cinque anni erano oceani, a sette mari, a nove laghi, a undici tornavano a essere pozzanghere. Ci dicevano che quel lago al centro della Sicilia non era altro che una reminiscenza del mare, che era vecchio quanto il cucco e, quando chiedevamo cosa fosse un cucco, nessuno sapeva risponderci.
A cinque anni sognavamo di essere alti, programmavamo di passare il tempo a guardare tutti dall’alto e a prendere i pacchi di biscotti dagli scaffali più lontani. Ci fermavamo lungo il bordo della pozzanghera e guardavamo oltre. Oceani su oceani.
A sette anni volevamo guidare la macchina di papà, ci sedevamo sul sedile davanti e, con la cintura di sicurezza alla gola, stringevamo a malapena il volante. Ci fermavamo lungo il bordo della pozzanghera e infilavamo un piede dentro. Un mare dopo l’altro.
A nove anni progettavamo la fuga, montavamo una tavola di legno su un vecchio skateboard, aprivamo il cancello e sfrecciavamo instabili su ruote consumate dal tempo. Ci fermavamo lungo il bordo della pozzanghera e tentavamo un salto. Un lago è solo un lago.
A dieci anni desideravamo baciare. La compagna di banco, la vicina di casa, la bambina delle vacanze estive. Volevamo solo baciare e studiavamo i modi più belli per farci del male. Ci fermavamo lungo il bordo della pozzanghera e ci sembrava proprio una pozzanghera.
Non un oceano, non un mare, né un lago.
Una pozzanghera e basta.
Ci tuffavamo dentro e affogavamo.