Il coraggio non si inventa e non si produce; lo si deve staccare a morsi dal nocciolo della paura, scrostare con le unghie da vecchi cassetti ammuffiti, strappare dalle mollette appese a fili elettrici usati a mo’ di stendino. Lo capisco in un venerdì d’aprile mentre evito i cartelli stradali e guido a centotrenta chilometri orari tra la pioggia e il vento. Dopo l’ultima galleria c’è il viadotto, quello sospeso sullo Stretto, quello che di notte mi fa rischiare la vita e ancora non so che a rischiarla non sono io. A rischiarla, questa vita, c’è solo da guadagnare. Anche solo per viverla di più.
Il coraggio lo trovo in un corridoio deserto, con le orecchie aggrappate a un piccolo altoparlante, il cuore a mille, i singhiozzi nel petto, il silenzio che viene interrotto solo da un lontano ma fastidioso bip. Vorrei essere a casa, strapparti agli elettrodi e portarti via, convincermi che l’affetto e l’amore siano in grado da soli di ricucire ciò che non va. Non bevo caffè, guido rischiando il sonno, la fame, la vita. I guard rail sono ricoperti d’acqua e penso di voler accostare, pulirli con un panno asciutto e farli risplendere per mostrarti il loro luccichìo non appena tornerai a casa.
Il coraggio non riesco a inventarlo né a produrlo; esiste già e molto spesso lo trovo nel tuo sguardo, nei tuoi occhi che si fanno capire benissimo in silenzio e nel tuo affidarmi compiti che non sono sicuro di poter portare a termine senza rischiare tutto.