Heimlich

di Nemo

«Perché con te è come se avessi del cibo sul fuoco, che se mi allontano tutto brucerà e rimarrò digiuno.»
Se mi allontano, Ratafiamm

Mi piacciono le nostre mani quando si incontrano sulla tua nuca. Per un attimo penso che forse ti sto facendo male, non so dosare la forza e la tua mano viene fin lì per dirmi di andarci più piano, per farmi sapere che non ti va bene così, così no. E invece le nostre mani semplicemente si cercano, camminano vicino ai muri fatti di pelle lì lungo la guancia dove cresce la peluria più sottile, poi svoltano l’angolo delle orecchie e -sbam- cozzano, si sparpagliano, le dita si aprono e si abbracciano, le nocche fanno a gara per toccare i polpastrelli dell’altro.
Mentre ti bacio mi dico che forse vorrei vedere ciò che succede dall’esterno, trovarmi buffo mentre mi arrampico sul tuo viso e scoprirti più bionda, osservare le mie dita mulinare in quel campo di grano e scoprirti più mia. Ma, in fondo, mi va bene anche così.
C’è una cosa che ho imparato e che ho deciso di rigirarmi tra le mani: non si va lontano senza un obiettivo, foss’anche una semplice passeggiata lungo le sponde armate del Tevere o la promessa di un affitto scontato e un po’ retorico. Non si va lontano quando si decide di non essere disposti a camminare, quando involontariamente si fa di tutto per evitare i cambiamenti, quando ci si incaponisce a vivere i giorni nel modo più sbagliato ma così teatralmente – e vigliaccamente – perfetto.
Avevo un personaggio che mi stava inghiottendo e tu sei la manovra di Heimlich che mi aiuta a venirne fuori, che mi spinge lungo l’esofago in cerca di aria e libertà.

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