Un frammento di un racconto

di Nemo

«È da lì che viene il vento.»
Il dito indicava all’incirca nord, nord-ovest.
Teneva l’altra mano ben stretta attorno al bavero della giacca blu e mi guardava. Tremava, ma non per il freddo, probabilmente era a causa di una di quelle malattie che ti scuotono fin nelle fondamenta; ti acciuffano l’anima come fosse quella di un ladro e poi cominciano a prendersi ogni singolo muscolo, lo fanno diventare molle e perennemente in movimento. Poi arrivano alla lingua, e smetti di parlare. Infine al cervello, e smetti di amare, di pensare, di emozionarti. Di vivere, insomma.
La chiamano malattia, ma sarebbe più onesto chiamarla morte lenta.
«La ringrazio infinitamente.»
Mi tese la mano che aveva utilizzato per indicarmi da dove sarebbe giunto il vento. Una stretta vigorosa nella sua incertezza, e pochi istanti dopo guardavo la sagoma del vecchio marinaio scollinare e dirigersi al paese.
Restavamo soli, io e il mare.
Ero partito da Roma cinque giorni prima. Mi ero lasciato alle spalle una donna bugiarda, un paio di figli ancora troppo piccoli per accorgersi della mia assenza e un lavoro da venditore di case. Avevo ancora un pesante mazzo di chiavi in tasca, tutte diverse. Una stretta e lunga apriva la porta di un attico vista Colosseo, una più piccola e maneggevole invece apparteneva al secondo piano di una villetta sul Lungotevere, e poi tante altre: i privilegi degli altri nella mia tasca sporca di briciole e tabacco.
Avevo scoperto da poco la vera provenienza del nome maestrale, così per caso.
E avevo deciso di lasciare tutto e tutti per scoprire dove aveva inizio, non avendo ancora scoperto che un vento non ha un inizio e presumibilmente non possiede neanche una fine.

Lascia un Commento