
© noirfeu
(… continua da qui)
I calzoncini gialli erano ormai un tutt’uno con le mie lisce cosce. Ogni tanto tentavo di utilizzare la mano libera per tirarli un po’, ma l’umidità era troppa e inevitabilmente finivo per ritrovarmeli ancora una volta incollati addosso. C’era qualcosa, più avanti, tra le fronde. Non ero un esperto topografo, ma qualche giorno prima avevo gettato uno sguardo sulla mappa che mio cugino portava sempre con sé. Nel punto in cui mi trovavo – a occhio e croce – avrebbe dovuto ergersi la villa di campagna dell’ingegnere Claudio Morelli, altresì definito “il Forestiero”. L’ingegnere Morelli era originario della Capitale, veniva perciò dal Continente e questo lo classificava ai miei occhi quale straniero, nonostante vivesse in Sicilia da più di dieci anni. Il terreno di Villa Morelli confinava con il nostro e ogni tanto mi capitava di vedere le due figlie dell’ingegnere aggirarsi tra gli alberi d’ulivo per raccogliere fiori. Due creature d’impareggiabile bellezza e, ovviamente, inavvicinabili. Vivevano in quella grande villa come due piante di basilico potrebbero vivere sul davanzale di una finestra: inamovibili e alla mercé degli sguardi altrui. Guardare e non toccare, andava ripetendo mio nonno dall’alto della sua saggezza. E noi guardavamo e non toccavamo. Come avremmo potuto fare altrimenti?
Le fronde degli ulivi si abbassano inesorabilmente quando gli alberi non vengono potati con regolarità. Non è dunque facile riuscire a individuare i contorni di una figura umana. Ma questo solo se si è adulti e poco abituati all’immaginazione. Dalla mia avevo la statura e la fantasia. Tra le fronde mi sembrava di scorgere un piccolo cavallo. Non uno di quei cavalli appena nati, fragili e instabili su quelle zampe magrissime e poco muscolose. Tutt’altro. Era un cavallo piccolo e nerboruto, nero come la pece e vivo. Di una vitalità adulta, matura. Eppure piccolo.
Accanto al pony, Sabrina; piccola anch’essa, con i polpacci segnati da guizzi d’atleta, i lunghi capelli neri raccolti in una treccia. Era la prima volta che mi inoltravo nel terreno dei Morelli e la mia immediata preghiera fu dedicata all’assenza di mastini napoletani, dobermann e altre bestie immonde. Ché la mia cerbottana era sì pericolosa ma a corto raggio e io non avrei mai avuto il coraggio di contrastare un treno bavoso con un’arma così rudimentale.
«Ciao.»
E mi guardò. Io dimenticai Vincenzina, cani rabbiosi, battaglie epocali e tutto il resto. Ero tutto concentrato nel desiderio di conquista: riuscire a vedere anche il fiorellino di Sabrina.
(continua…)