«Sentili.»
Accostavi l’orecchio al muro.
Sentivi tutto. I timidi sussurri, così come le sfuriate più violente. Li sentivi amarsi nel buio e tessere trame, l’uno alle spalle dell’altro.
«Non voglio più dormire qui», gli dicevi.
Lui scrollava le spalle, non c’era altro posto dove andare. Tutta la città era piena di turisti, trovare una stanza non era stato per niente facile. Allora accostavi di nuovo l’orecchio al muro, chiudevi l’occhio destro e con il sinistro vagavi nella vostra stanza. Lui alle prese con i bottoni di un cappotto scuro, le sue camicie sul letto, il tuo reggiseno in bilico sulla spalliera della sedia, gli spazzolini accoccolati sul bordo di un bicchiere consumato dal calcare. Forse ti montava dentro già da allora la voglia di scappare.
«Fanno l’amore.»
«Facciamolo anche noi», rispondeva lui con un sorriso timido.
Tu ci vedevi solo stanchezza, in quel sorriso. Stanchezza e poca voglia.
Mai fermarsi alle apparenze, soprattutto in amore. Lo avresti capito in una domenica d’aprile. E non l’avresti più dimenticato.
«No, non ne ho voglia. Voglio uscire.»
«Dove ti porto?», chiedeva lui con gli occhi spalancati per lo stupore.
Tu ci vedevi solo opportunismo, in quegli occhi. Opportunismo e poca voglia.
«Tu non mi porti proprio da nessuna parte. Non sono un pacco.»
Lo vedevi dibattersi nella rete, e ti piaceva. Ti faceva sorridere, era buffo quando lo prendevi in contropiede.
E non c’è altro da dire; arriva sempre il momento in cui ti rendi conto che le parole non vanno più bene per una storia, che il senso di un racconto lo hai perduto strada facendo. Io, questi due, li lascerei dentro questa stanza d’albergo, al centro di una città straniera e alla periferia del mio mondo.