Un telefono che squilla in una stanza vuota. Vediamo solo una finestra; la luce confortante di una domenica pomeriggio, si direbbe.
Stacco.
La mano del protagonista (una mano anonima, se non fosse per un piccolo graffio tra indice e pollice, in quell’angolo molliccio di carne appesa a malapena alla struttura ossea) afferra la cornetta e la alza. Si sente un clic.
Stacco.
La telecamera indugia sul protagonista, sul suo collo, sulla barba vecchia di un giorno, sulle rughe agli angoli della bocca. Si sente la voce di una donna, dall’altro lato del telefono. (Poi magari un giorno mi dilungherò parecchio sul fascino che esercitano su di me le voci al telefono; soprattutto quando non ci sono io al telefono a rispondere e sento indistintamente qualcuno parlare, così, di rimando, come se non fosse importante e poi invece ti riguarda sempre. In un modo o nell’altro.)
Stacco.
Lui risponde qualcosa, ma non lo capiamo. Bofonchia. Le labbra si aprono e lasciano venir fuori qualche suono poco articolato.
Stacco.
Di nuovo la voce di lei. Stavolta chiara, cristallina.
«Avevo chiamato per farmi sentire, perché so che allo sceneggiatore piace la mia voce da questo lato del telefono.»