
© nekominn
Il punto è che non potrai mai sapere la luce che troverai in questo posto alle ventunoequarantatrè. Sì, le ventunoequarantatrè precise. Così come non potrai mai conoscere la sensazione che ti prenderà alla gola quando varcherai la porta di casa, in una freddissima sera d’inverno. Avrò un pugno di mirtilli tra le mani, il loro dolcissimo sangue scuro scorrerà lungo i miei avambracci, solcherà ogni singola vena e tingerà di un blu violaceo i miei fianchi.
Probabilmente mi dirai qualcosa come:
« Lo sapevo che avevi il sangue blu. »
Io riderò e poi piangerò, ti dirò che quel sangue così scuro è conseguenza dell’avermi lasciata sola per troppo tempo, in una casa troppo buia o troppo luminosa (in ogni caso, sempre troppo).
« … perché Reykjavik è così, cazzo, e tu lo sapevi! »
Ogni mia accusa ti troverà sempre serena e imperturbabile. Piangerai solo per qualche secondo e poi sorriderai, a me. Per me.
Per me che vivo tra quattro mura, spremo mirtilli e canto vecchie canzoni inglesi, l’ultimo filo che mi porto dietro dall’Europa. E quel filo, in questi mesi, l’ho utilizzato per imbastire discorsi interrotti, polaroid a pezzi e suoni disgregati. Arrivava tutto da fuori, io aprivo le minuscole finestre e lasciavo entrare un giorno una foglia, il giorno successivo una palla persa da chissà chi, il giorno dopo ancora qualche altro oggetto lanciato chissà da dove. Poi richiudevo quei pertugi e scrivevo. La punta della piuma volata in casa in un venerdì d’ottobre veniva immersa delicatamente nel succo di mirtilli. Queste quattro mura crescevano in altezza, le mie parole sporcavano letteralmente le pareti della mia disperazione e io rimanevo lì in silenzio, svuotata.
Ma tu sapevi tutto.
Sapevi anche di questa stupida bicicletta accartocciata che sono costretta a portarmi sotto il culo.
Mi porti fuori, adesso?
Per Sofia, che ha giocato con me.
claustrofobico al punto giusto… :)