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Dietro il cespuglio, l’erba si faceva più fitta e alta. Le mie scarpe di tela sprofondavano nel terreno morbido e umido, l’aria era carica di un odore fortissimo che non riuscivo a distinguere bene. Conoscevo l’odore dell’erba secca che brucia, l’odore del diserbante, l’odore delle pesche cadute dagli alberi e lasciate lì a marcire. Conoscevo molti odori ma quello no. E un po’ ci rimasi male, non potevo farmi strada nel mondo senza conoscerne tutti gli odori.
Il sentiero che stavo seguendo si inerpicava leggermente tra due pareti di argilla, in fondo un enorme carrubo sembrava sbarrarmi la strada. D’un tratto capì di essere già stato lì, qualche estate prima, forse nell’estate dell’89 o in quella del ’90. Anzi no, sicuramente ero stato in quel posto nel 1989, poiché nel 1990 la grande Battaglia Invernale del Carrubo aveva messo la parola fine al dominio di mio cugino su quel territorio. I temibili fratelli Schepisi avevano osato affrontare mio cugino e, durante la notte, avevano ammazzato un paio di conigli bianchi e li avevano appesi per le zampe posteriori ai rami del Carrubo, residenza invernale del mio comandante in capo. Ciò aveva scatenato l’ira del mio idolo, non tanto per la fine orribile dei conigli, quanto per il fatto che i temibili fratelli Schepisi avevano pitturato sul corpo delle povere bestiole quattro strisce verticali. Nere. Nessun juventino avrebbe lasciato impunito un simile misfatto.
Ma la battaglia volse al peggio quando, nella foga della vittoria ormai in pugno, mio cugino (il quale, per l’occasione, si era avvalso del valoroso aiuto di altri due cugini un po’ più grandi di noi) scese dal carrubo con la cerbottana in mano e cominciò a rincorrere i fratelli Schepisi, convinto ormai di trovarsi virtualmente sul carro del vincitore. Mai errore militare fu pagato a così caro prezzo. I temibili fratelli, fuggendo verso la dimora della propria famiglia, sguinzagliarono i tre mastini napoletani che costrinsero mio cugino e i suoi due pavidi aiutanti a una rovinosa ritirata tra i campi di ortiche. Il dominio del Carrubo era ormai perduto per sempre; a me, recluta settenne addetta al rancio e al ruolo di sentinella sull’uscio di casa, era proibito ogni riferimento a quel san Martino di fuoco.
Evidentemente, adesso, a mia insaputa, mio cugino era riuscito a riconquistare il territorio perduto, fonte di ogni malinconia. E la malinconia era anche la mia, perché fu lì – nell’estate del 1989 – che Vincenzina mi mostrò per la prima volta il suo fiorellino.
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