La battaglia delle sorbe


© styush

«Il tuo mondo finisce lì» disse mio cugino indicando il frutteto più a sud.
E io lì – lì dove finisce il mondo, intendo – c’ero stato parecchie volte. Avevo il mio deposito di armi batteriologiche e forse inconsciamente sapevo già che lì si sarebbe combattuta la battaglia di una vita. Mio cugino non era mai stato nel mio territorio di confine poiché il suo limes era molto più a valle, lui combatteva una guerra secolare con i gatti randagi e le cornacchie scontrose. Le mie battaglie invece mi vedevano contrapposto a legioni di formiche e innocenti topi di campagna.
«Ma potrò venire ogni tanto fin laggiù per darti una mano?» chiesi ingenuamente.
«Tu devi essere scemo» tagliò corto lui, prendendo il suo arco e scendendo dalla terrazza.
Provai a infilarmi tra le sue gambe per implorarlo ma poi mi dissi che il mio rango di valoroso combattente non prevedeva tali bassezze e che avrei dovuto dimostrare il mio coraggio sul campo anziché nell’affronto al mio idolo incontrastato. Saltai gli ultimi scalini con abile mossa e passai indifferente accanto alle mie cugine che confezionavano stupidi amuleti con palline di vetro.
Il mio mondo finisce qui. Il mio mondo finisce qui. Il mio mondo finisce qui.
Seduto sotto il mandorlo non riuscivo a capire cosa fosse quella voglia di oltrepassare il limite impostomi. Voglio dire, che cosa stupida, mi ha detto non allontanarti e io ho voglia di allontanarmi. E poi perché, ogni volta che qualcuno decide per te, la prospettiva di quel che c’è oltre quel cespuglio ti affascina in una maniera tale da spingerti a scoprirlo?
Guardavo il cespuglio (dannati limiti, hanno sempre qualcosa che li nasconde ai tuoi occhi) e immaginavo un mondo nuovo là dietro, sebbene dalla terrazza il panorama fosse sempre lo stesso. Alberi d’ulivo a perdita d’occhio. In fondo, quasi vicino alla casa invernale, la raffineria. Ma quella era una certezza, un giorno avrei portato la mia guerra fin lì.
«A tavolaaa!»
S’udì il richiamo del rancio ma io raccolsi la mia cerbottana (mio padre non avrebbe mai dovuto insegnarci a costruire rudimentali flauti con il bambù, opportune modifiche mi avevano permesso di trasformare un oggetto innocuo in un’arma di distruzione e morte) e le palline di farina indurita, misi la ghirba al collo, il coltellino svizzero nella tasca dei pantaloncini gialli e mi incamminai. Oltre il cespuglio.

(continua qui…)

Soundtrack
Mercoledì, Marta Sui Tubi

3 Commenti a “La battaglia delle sorbe”

  1. Calogero scrive:

    Mi hai fatto ritornare in campagna, quando da bambino ogni pietruzza di zolfo era l’equivalente di uno smeraldo.

  2. Nemo scrive:

    La stessa sensazione che ho provato mentre scrivevo il racconto. :)

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