Il rimedio all’imprevedibilità della sorte, alla caotica incertezza del futuro è la facoltà di fare e mantenere promesse.
Hannah Arendt
Proviamo a fare il punto della situazione.
Io non so mantenere le promesse. Non lo so fare, non mi viene naturale, non riesco a portare a termine l’eco delle mie parole. Di contro sono bravissimo a farle, quelle promesse. Prometto di tutto e poi puntualmente (sarebbe meglio dire improvvisamente) non mantengo nulla. Ho sempre rifiutato l’idea di essere un fantastico attore e un pessimo artigiano; anzi, mi hanno sempre infastidito coloro i quali tentavano di farmi notare questo mio difetto. Li scacciavo con la mano, quasi a tentare di giustificare me stesso, una sorta di “voi non mi capite”. E invece avevano capito tutto di me.
Avevano capito che al mio promettere non avrebbe fatto seguito alcuna azione, salvo qualcosa di goffo e assolutamente inadatto (messo in atto necessariamente per tenere su le impalcature). E si chiedevano perché, probabilmente; perché non fossi in grado di mantenere quel che promettevo. Ma non capivano una cosa. Che la distanza tra una promessa e il suo mantenimento, per me, era molto più di una salita al deserto, era infinitamente più sfiancante di qualsiasi altra attività (mentale e fisica) fosse loro venuta in mente. Perché so essere un ottimo attore (inconsapevole, per carità, che non si dica ch’io finga sapendo di farlo) e, come ogni buon attore, sono perfettamente conscio del fatto che le mie azioni, le mie parole – financo i miei pensieri – non produrranno mai alcuna conseguenza. O, quantomeno, alcuna conseguenza degna di nota.
E dunque mi scontro sempre con la prevedibile pochezza spettacolare di una mia promessa mantenuta.
Ma sempre a priori. Ecco il mio errore.