Avanti. Tu chiedimelo. Non devi fare altro che aprire la bocca e chiedermelo. Non serve molto, solo una dose di interesse, di voglia di capirmi, solo una piccola forma di preoccupazione. Basta aprire la bocca e chiedermelo. Chiederti cosa, mi dirai. E io risponderò che no, non si fa così, non devi chiedermi cosa devi chiedermi, devi solo chiedermi quel che già sai e che, per qualche strana ragione, non chiedi. Perché una sicurezza è l’ostacolo più grande verso la consapevolezza, perché inutile è il cammino di chi è conscio dei propri passi, perché la strada non è mai tutta in pianura. Checché ne dica il tuo tom-tom. E allora accosta, fermati, abbassa il finestrino e dimmi signore, signore, avrei una domanda da farle. E falla, diocristo. Così come da bambino volevo davvero chiedere al prete, ogni santa domenica, se quel pezzo di ostia fosse davvero il corpo di Gesù, se davvero stavo commettendo un atto di cannibalismo (perché da piccolo sapevo tutto del cannibalismo e quasi niente di Gesù, nonostante gli sforzi della rachitica signorina del catechismo). E invece no, accosti, ti fermi, abbassi il finestrino a metà e biascichi qualcosa tipo signore, signore, da qui si arriva a via Cavour?. Troppo sicura, baby, troppo sicura su/di tutto. E poi sciogliti, sii naturale, lascia stare quel pacchetto di sigarette e guardami negli occhi mentre me lo chiedi. Chiedimelo. Non mi sembra di pretendere troppo.