Freddo

Si dice che Michelangelo nel 1505, per scolpire il suo Mosè, abbia passato otto lunghi mesi a Carrara. Il tutto per scegliere i materiali più belli, contrattare sul prezzo e spedirli a Roma. Muli, navi, rulli, slitte; tutto era utile per far giungere in Piazza San Pietro i marmi e le pietre migliori per la realizzazione di una delle opere più ardite del genio umano. La definizione che ho appena dato stride a contatto con le parole dello stesso Michelangelo, che arrivò a considerare la sua opera come “la tragedia della mia vita”.

E…

Niente. Questo post risale a settembre del 2008. Mi piace l’introduzione, mi piace soprattutto l’escamotage finto-intellettuale che mi permette di confessare una cosa. Io, quando sono triste, quando ho qualche problema, quando semplicemente ho bisogno di afferrarmi per i capelli e tirarmi su… beh, io prendo la metro, scendo a Cavour, salgo i gradini e poi rimango qualche ora a contatto con il Mosè di Michelangelo. Quando esco dalla chiesa, sistematicamente piove. Foss’anche estate. Piove. Piove che Dio la manda.
E ogni volta, sorridendo, penso alla funzione catartica di quelle gocce.


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