“Some nights I thirst for real blood, for real knives, for real cries.
And then the flash of steel from real guns in real life really fills my mind.”
(For Real, Okkervil River)
Io stavo da questa parte della strada. Vi osservavo e vedevo il (sempre meno, lo capisco solo adesso) tuo lui tentare di afferrare la manica del tuo cappotto, sempre un po’ più lunga del previsto. Guardavo i tuoi lineamenti mentre ti voltavi e riversavi sul viso di lui una valanga di parole. Urlate, sbattute con forza sul tavolo del tuo orgoglio prima di rinfacciargli tutto, insaponate con il più viscido degli umori. Lo vedevo incassare tutto. Vedere: il verbo esatto. Perché vedevo lui ma guardavo te. Mi ricordavi qualcuno. Un po’ come quando pensi al nome di una persona e scopri di averlo sempre trovato buffo ma normale, e quel giorno lo ritieni solo buffo. Come fai a chiamarti Silvana? – Come fai a farti chiamare Silvana?
E poi altri passi, altri schizofrenici passi per allontanarti da lui. La penombra della strada non mi permetteva di capire di più. I lineamenti erano lì, ma il buio (sì, buio, adesso buio, scende in fretta il sole in questa città) mi chiudeva la porta in faccia e non riuscivo a fare altro che notare la tua sciarpa, allo stesso tempo esile e importante. Lui sussurrava qualcosa, probabilmente timide scuse… no, non timide, intimorite semmai. Ecco, intimorite scuse va già meglio, suona come qualcosa che sai di dover dire ma che hai paura di dire. Una paura fottuta.
E difatti si notava subito la tua reazione. Sapevi di voler sentire quelle scuse, ma ti dava fastidio la modalità con cui stavano arrivando. Una nuvola di vapore si alzava spavalda sulla tua testa, stavi sbuffando probabilmente. Mi accorgevo, dall’altro lato della strada, di provare pena per lui. Costretto a seguirti in quella patetica baraonda di contrastanti emozioni. Mi ricordavi qualcuno. Con le spalle al muro, afferravo un mattone sporgente e mi costringevo a rimanere fermo. La tua voce si alzava e gli altri stavano lì ad assistere alla scena. Occhi bassi e mani in tasca.
Le stesse mie mani che frugavano nelle stesse mie tasche, in cerca di bianchi auricolari da portare all’orecchio esattamente nel momento in cui i miei piedi si muovevano lontano dal vostro amore ormai in frantumi. Nella testa sfumavano le note di una canzone.