Passatismo

di Nemo

Il revival del futurismo non mi ha contagiato.
O meglio, diciamo che mi ha lasciato piuttosto perplesso.
Diciamo pure che non capisco cosa ci sia dietro, se una semplice commemorazione del movimento dopo un secolo, o qualcosa di molto più subdolo e strisciante. Perché poi, diciamocelo, il futurismo è stato un movimento così denso di contraddizioni dalle quali è francamente difficile districarsi.
Il futurismo è l’anticamera per la morte del passatismo?
Il futurismo rappresenta la valvola di sfogo di chi trova la carta, la pellicola e il legno materiali infinitamente meno nobili degli ebook, delle schede di memoria e del cemento armato? E io, giovane nato e cresciuto all’ombra del futurismo vero – quello che, per intenderci, neanche i futuristi avrebbero immaginato con così tanta precisione – sono un passatista dato che amo il profumo della carta, la grana della pellicola e la bellezza del legno (pur non disprezzando i convenienti pro dell’era digitale)? E non sto forse parlando di un futurismo reale tangibile, come se il futurismo siano questi anni e poi questi siano destinati a divenire precocemente anni del passatismo?
La velocità. La rapidità. La possibilità di effettuare qualcosa nel minor tempo possibile, con gli stessi risultati di prima. Io ci sto. Veramente. Sono fiero di vivere in un periodo in cui è possibile effettuare un bonifico estero online senza muoversi di casa, in pochi minuti.
Ma se esco di casa, faccio cinque isolati a piedi (è una bella giornata, ci sta) e vengo fino all’ufficio postale… cara impiegata delle Poste Italiane, non dirmi con quell’aria saccente (dopo esserti consultata con un collega, per altro) che “no, questo tipo di operazioni vanno fatte online”. Non puoi dirmelo, benedettiddio, perché sarebbe più logico il contrario, perché in questa smania di futurismo ci siamo dimenticati di dire che il progresso oltre a tagliarci le gambe ci ha anche ridotto il cervello, perché tu adesso mi spieghi cosa avresti detto ad un anziano nella mia stessa situazione…

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