Archivio di marzo 2009

Urla, innocentissime urla

martedì, 31 marzo 2009


© MisterIngo

Riesco quasi ad immaginare la scena.
Questi bambini che si tappano le orecchie.
Quest’auletta con i muri scrostati, il crocifisso sbilenco, i banchi in formica con il piano verdemare ormai smangiucchiato, gli zainetti sparsi qua e là sul pavimento, quell’odore di pane e prosciutto tipico delle scuole elementari. Riesco ad immaginare questa maestra che fa educazione sessuale a questi bambini di quinta elementare. Percepisco anche la sua preoccupazione per quelle che – lei lo sa – saranno le domande di rito a lezione finita.
Le domande arrivano, lei para i colpi, risponde a tono, svela tutto – ma proprio tutto – a quelle anime candide che, non si sa come non si sa perché, avevano dubbi su sesso orale, masturbazione, piercing nei genitali, frustini e manette. E lo fa con la consapevolezza di contribuire a non creare altra morbosa attenzione sull’argomento; le hanno insegnato che spiegare le cose è meglio che lasciare il dubbio. Ma nessun tutor le ha spiegato che avrebbe avuto a che fare con una masnada di piccoletti già iniziati agli inquietanti (?) segreti del sesso. Iniziati da chi? O da cosa?
I genitori dei pargoli si sono immediatamente scagliati contro la maestra, asserendo che c’è modo e modo di dire le cose. Giusto. Ma sappiano gli innocenti genitori che c’è anche modo e modo di far scoprire le cose ai bambini. E dato che io generalmente posso credere al fatto che tali sconcezze i loro figli non le abbiano potute origliare dalla stanza accanto, sarebbe il caso che i suddetti genitori controllino i loro figli quando sono davanti alla Tv o su Internet, dato che tengono in maniera così morbosa alla (presunta) innocenza della loro prole.

Il curioso caso di Benjamin Button

giovedì, 12 marzo 2009

La tristissima storia di un tizio che nasce vecchio e muore giovane.
Non vi sto prendendo in giro.
Ci hanno tolto anche il piacere di spoilerare i film.
E dura quasi tre ore.

Passatismo

giovedì, 12 marzo 2009

Il revival del futurismo non mi ha contagiato.
O meglio, diciamo che mi ha lasciato piuttosto perplesso.
Diciamo pure che non capisco cosa ci sia dietro, se una semplice commemorazione del movimento dopo un secolo, o qualcosa di molto più subdolo e strisciante. Perché poi, diciamocelo, il futurismo è stato un movimento così denso di contraddizioni dalle quali è francamente difficile districarsi.
Il futurismo è l’anticamera per la morte del passatismo?
Il futurismo rappresenta la valvola di sfogo di chi trova la carta, la pellicola e il legno materiali infinitamente meno nobili degli ebook, delle schede di memoria e del cemento armato? E io, giovane nato e cresciuto all’ombra del futurismo vero – quello che, per intenderci, neanche i futuristi avrebbero immaginato con così tanta precisione – sono un passatista dato che amo il profumo della carta, la grana della pellicola e la bellezza del legno (pur non disprezzando i convenienti pro dell’era digitale)? E non sto forse parlando di un futurismo reale tangibile, come se il futurismo siano questi anni e poi questi siano destinati a divenire precocemente anni del passatismo?
La velocità. La rapidità. La possibilità di effettuare qualcosa nel minor tempo possibile, con gli stessi risultati di prima. Io ci sto. Veramente. Sono fiero di vivere in un periodo in cui è possibile effettuare un bonifico estero online senza muoversi di casa, in pochi minuti.
Ma se esco di casa, faccio cinque isolati a piedi (è una bella giornata, ci sta) e vengo fino all’ufficio postale… cara impiegata delle Poste Italiane, non dirmi con quell’aria saccente (dopo esserti consultata con un collega, per altro) che “no, questo tipo di operazioni vanno fatte online”. Non puoi dirmelo, benedettiddio, perché sarebbe più logico il contrario, perché in questa smania di futurismo ci siamo dimenticati di dire che il progresso oltre a tagliarci le gambe ci ha anche ridotto il cervello, perché tu adesso mi spieghi cosa avresti detto ad un anziano nella mia stessa situazione…

Cross-reading

giovedì, 12 marzo 2009

Sono un lettore atipico, io.
Passo settimane senza leggere null’altro che testi universitari e poi, non appena finisco gli esami, il mio comodino, la mia scrivania, le stanze di casa vengono invase da libri d’ogni genere. Più cerco di fare chiarezza con me stesso e più la situazione degenera. Mi dico di ridurre il numero di libri da leggere contemporaneamente, ma non c’è niente da fare. Per ora sto leggendo in contemporanea:
- Le lezioni americane, Italo Calvino;
- Tra giungle e pagode, Giuseppe Tucci;
- Barnum, Alessandro Baricco.
E ho anche preso la fastidiosissima (benché visivamente gradevole) abitudine di non usare segnalibri, ma di posare il libro a dorso in sù aperto sulla pagina che ho appena finito di leggere. E così Calvino in questo momento è adagiato sulle tovaglie pulite in cucina, Tucci si trova in bilico tra lo scanner per pellicole e gli appunti per la tesi, mentre Baricco è tutto solo sulla mensola del bagno.
Poi, non appena devo partire e lasciare la casa di Roma, li metto tutti insieme nella valigia, uno a contatto con l’altro. E mi piace pensare che sia un ritrovarsi per loro. Di cosa parleranno? Cosa avranno mai da dirsi Calvino, Tucci e Baricco?

L’occasione per cambiare

martedì, 10 marzo 2009


© quick2004

Chiedendo a una sessantina di volontari se Dio è coinvolto o meno nelle vicende del mondo, attraverso domande come “La sua volontà guida i tuoi atti?” o “Ti aspetti una punizione da lui?”, nel cervello si attivano aree della corteccia frontale legate al pensiero astratto e alle decisioni su quale sia il comportamento migliore da adottare.
La Repubblica

La Chiesa si trova ad un bivio.
Scegliere un’evangelizzazione di tipo tradizionale (portata avanti con stuoli di missionari in terre disastrate, scuole prefabbricate e Bibbie tascabili ed idrorepellenti, adatte per esempio al clima tropicale) oppure tentare la carta dell’evangelizzazione cerebrale, l’acculturazione cristiana del futuro. Fin dove può spingersi l’ardore della conversione?
La scelta è, appunto, ardua. Da un lato vi è un tipo di evangelizzazione che sa tanto di Ottocento e che, tutto sommato, è conforme al volere divino. Dall’altro vi è un’evangelizzazione prorompente, futurista nella sua invasività, tutta tesa a penetrare nelle profondità cerebrali dei nuovi nati per infondere in loro, fin dalla nascita, il desiderio di Dio, la religiosità per eccellenza.
C’è un ma, però.
E, a pensarci bene, si tratta di un ma grande quanto una casa. Si tratterebbe di un intervento di manipolazione del feto. Si tratterebbe di intervenire in maniera drastica per risolvere IL problema per eccellenza; e cioè il fatto che il cristianesimo debba diventare religione universale. Non tanto nel senso di “parlare a tutti gli uomini in maniera uguale”, quanto nel senso di “parlare a tutti gli uomini, punto.”
Poniamo il caso che la Chiesa decida di compiere un balzo evolutivo nella sua idea di manipolazione genetica, poniamo pure il caso che non vi siano più reticenze nell’intervenire su un feto pur di instillare in quell’uomo in potenza l’anelito di Dio, senza ripensamenti, senza dubbi, senza eresie, senza l’ombra di qualsivoglia pensiero critico.
Adesso immaginate il mondo tra cinquant’anni, tra cento anni, tra un lasso di tempo ragionevole per permettere alla scienza di sviluppare feti così modificati. Una massa di lobotomizzati per i quali tutto tende verso Dio, tutto è Dio, ogni azione che compiono è fatta per compiacere Dio, privi di qualche trasgressione, privi di fumare una sigaretta, privi di fare qualsiasi cosa il loro Dio non voglia.
Certo, so già che qualcuno di voi sta pensando che in fondo gente del genere esiste anche adesso. Ma sono le avanguardie! Sarebbe come premere un bottone e avere tutta gente del genere sulla faccia della Terra, sarebbe il sogno di molti cristiani: il globo terracqueo in cui finalmente tutto è Cristo. Una Terra sulla quale non c’è più la minima ombra di Islam, Ebraismo, Buddhismo, ecc ecc… Niente confessioni strane, né quelle fastidiosissime re-interpretazioni del cristianesimo in salsa africana e/o orientale; niente più Milingo né Donna Beatrice del Congo.
Avete visto “La guerra dei cloni”?
Mi sa che non avete visto nulla.

Cinque proposte per il 2009

domenica, 8 marzo 2009

1. Creare una legge che vieti alle librerie di posizionare i libri di tatuaggi nella sezione “Arte ed architettura”.
2. Scrivere un emendamento per dire che, sì, in fondo si tratta di disegni e dipinti su un corpo umano ma magari quei libri possono stare bene nella sezione “Cultura moderna”, anziché trovarsi tra la monografia di Giotto e la biografia di Peggy Guggenheim.
3. Fare un corso accelerato ai politici sull’importanza dell’arte per il nostro Paese, e far capire loro che i bronzi di Riace non si spostano da lì dove si trovano, stronzi!
4. Potenziare i corsi di approfondimento al Senato, anziché ridurre il costo del pranzo alla buvette, per poi uscirsene dicendo che di quei soldi risparmiati se ne farà beneficenza.
5. Trovare un modo per farmi incazzare di meno quando sento certe notizie.

Sembra non cambiare nulla

venerdì, 6 marzo 2009

“Mai come in questi tempi si spendono tanti denari e spesso per cose delle quali io non so vedere, forse per mia nativa limitazione, l’utilità e pure mai è stato più difficile trovarli per imprese che mi sembrano degnissime, non perché io le vagheggi o vi partecipi, ma perché mantengono viva la nostra presenza e collaborazione nel campo della cultura e dello spirito in paesi che il corso della storia a noi sempre più avvicina. [...] mi rivolsi ancora una volta, come avevo fatto per la spedizione di Lhasa, all’on. Andreotti. Egli si persuase dell’utilità dell’impresa e rese possibile all’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente di promuoverla e a me, sotto gli auspici dello stesso Istituto, di compierla. A lui pertanto deve rivolgersi il ringraziamento [...] di quanti con me auspicano un più vivo interesse dell’Italia per queste iniziative che sembrano farsi sempre più rare.”
(
Prefazione a Tra giungle e pagode, Giuseppe Tucci)

Era il 1953.

Giugno 2008.
L’IsIAO (ex IsMEO) viene inserito nella lista degli enti inutili da sopprimere.

Rivoli

mercoledì, 4 marzo 2009


© licoszen

“Come potevamo essere così pazzi?
Vedevamo la bassezza
e continuavamo a credere alla regalità!”
(Il resto di niente, Antonietta De Lillo)

Mi venne in mente quella canzone, dove lui cammina tra la pioggia per sentirsi più importante. C’era qualcosa in quella frase che mi era sempre sfuggito, e poi all’improvviso mi venne l’idea giusta. Non è che lui camminasse semplicemente sotto la pioggia. No, lui camminava tra la pioggia. Come se le gocce d’acqua piovana formassero un sipario, come se una mano potesse raccoglierle in un fascio e scostarle di lato. Come se camminare o correre tra la pioggia, rappresenti una sfida orizzontale e non, come potrebbe essere più logico, un’ardua impresa verticale.
Io camminavo tra la pioggia. Ok, io correvo tra la pioggia; aggiungevo fili invisibili ma consistenti a quella fitta trama di acqua piovana. Tutto mentre tu ti allontanavi. Dovevo averti delusa con il mio comportamento; dovevo averti ferita. E lì, tra la pioggia, pensavo che in fondo era colpa mia se tu ti stavi allontanando da me. E non capivo che era solo il nostro modo di viverci. Mordersi per qualche ora felice e poi addentare l’aria nell’attesa di un nuovo giorno insieme.
Godere dei secondi quando si dovrebbero avere gli anni.

Soundtrack
Why does it always rain on me? – Travis