
© haleluya
La signora comincia ad osservarlo incuriosita.
Lui indossa jeans logori, una polo nera spiegazzata e un giubotto di pelle riposa stancamente sulle sue ginocchia. Ha le dita delle mani martoriate da piccoli nervosi morsi e batte ritmicamente la sigaretta dalla parte del filtro sul palmo della mano sinistra.
Io penso che probabilmente è appena tornato dal turno di lavoro al cantiere. D’altronde saranno sicuramente passate le cinque da un po’. Sfoglio distrattamente un mensile maschile caratterizzato, in questo numero, da un servizio sulla top model Eva Herzigova che confessa – udite, udite – di voler fare la fotografa e che da piccola passava interi pomeriggi a tentare di fotografare un uovo. Sì, un uovo. Ora non so se qualche uovo qui in sala riuscirebbe ad immaginare Eva Herzigova china sul tavolo, macchina fotografica alla mano, che tenta di fotografare un uomo. Ho appena fatto due errori di ortografia e credo che nessuno se ne sia accorto. Ecco, dimostrazione pratica di come sia impossibile immaginare una scena del genere, deviati da tutta una serie di servizi fotografici nei quali il soggetto non era certamente un uovo tondo e perfetto, bensì una Eva Herzigova tonda e perfetta.
Ma, inevitabilmente, ho perso il filo. Ah, sì sì. Sto appunto legiucchiando questo interessantissimo articolo sull’infanzia di Eva e sul suo futuro negatole da qualcuno che, molto più realisticamente, tendeva a non passare pomeriggi a fotografare uova, ma ben altri soggetti. D’un tratto, entra nella sala d’attesa una vecchina dalla faccia rugosa e simpatica. Saluta tutti con deferenza, si siede davanti a me e accanto all’operaio, e sprofonda nella lettura di Chi.
La signora seduta accanto a me continua a guardare l’operaio di fronte.
Lui si muove sulla sedia, un po’ a disagio. Poi mormora:
“Muoiono tutti alla stessa ora.”
Prima di fissarlo, guardo la vecchina davanti a me. E’ più bianca di come appariva pochi minuti prima. La signora accanto a me ha ancora lo sguardo fisso sul presunto operaio che adesso risponde con gli occhi alla sfida.
“Chi, scusi?”, domando io, mordendomi la lingua per la curiosità e cominciando ad intuire l’argomento della conversazione.
“I vecchi.”, risponde lui. Poi, rivolgendosi alla vecchina: “Mi scusi, signora. Non intendevo offendere.”
La vecchina alza la mano destra come a voler dire nessun problema, poi la abbassa lentamente come a voler dire però ora stai zitto, perchè già ho capito dove vuoi andare a parare.
“All’incirca dalle due alle cinque del mattino. E’ quella l’ora.”, incalza il sempre meno operaio e sempre più necroforo.
Pone l’accento sull’ultima brevissima frase e io vedo la vecchina accanto a lui tremare visibilmente.
“Scusi, ma com’è possibile?”, chiedo sinceramente interessato.
“Questo non lo so, ma i morti di morte naturale muiono tutti nello stesso arco di tempo. Dalle due alle cinque del mattino.”
Gli chiedo informazioni anche sui famosissimi ventuno grammi, ma mi risponde che quelle sono solo stronzate. La vera assurdità della morte naturale è che avviene nello stesso orario, all’incirca.
La signora accanto a me passa dalla curiosità allo sbigottimento.
“Ha mai letto in qualche necrologio: Si è spento alle ore 11:00 del mattino?”
Devo dargli ragione. Capita veramente di rado.
Io continuo ad ascoltarlo parlare del suo lavoro, che è stancante di certo, ma che gli dà molte soddisfazioni.
“Sapesse come sono contenti i parenti quando finiamo di fare il nostro lavoro, quando vestiamo i loro morti di tutto punto e li distendiamo all’interno della bara. Sapesse come ci ringraziano.”
Io non ho dubbi. O meglio, preferirei non avere dubbi. Ma la scena di una vedova visibilmente contenta del lavoro di un tizio delle pompe funebri mi risulta ancora più difficile da focalizzare della scena di Eva, delle uova, eccetera eccetera…
Dieci minuti più tardi, ne so qualcosa di più sul fantastico mondo della morte e del mercato che le gira intorno, ho visto la vecchina davanti a me reprimere due o tre volte i conati di vomito (soprattutto nei passaggi più delicati: vestizione, irrigidimento, ecc. ecc.) e ho visto andar via la signora accanto a me che ha rinunciato alla gastroscopia di fronte ai misteri della vita e della morte.
Il medico apre la porta e chiama il prossimo. Lui, il necroforo. Saluta tutti, si alza ed entra nell’ufficio del medico.
La vecchina posa il giornale, mi guarda ed esclama:
“Non ho figli. Non ho parenti. La nomino mio tutore. Quando morirò, non mi dia in pasto a quello sciacallo, me lo giuri.”