
© latuff2
Immaginate casa vostra. Spaziosa, confortevole, aerata. Bella, insomma. Proprio una bella casa in cui vivere. Certo, magari a volte scarseggia l’acqua o va via la luce per qualche minuto ma, tutto sommato, vi ci trovate veramente bene. Poi è la casa dove avete vissuto con i vostri genitori, dove siete cresciuti. Addirittura, in questa palazzina ci hanno vissuto i vostri nonni, e i genitori dei vostri nonni e, risalendo sempre più in alto nell’albero genealogico, chissà quanti altri… La palazzina è abitata da tutta la vostra famiglia allargata; zii, cugini, parenti lontani, zie vecchie e zitelle. Certo, magari un tempo lontano era abitata da altre persone che non facevano parte della vostra famiglia, ma tant’è, adesso siete voi i proprietari di questi metri quadri così importanti. Immaginate adesso che un bel giorno un tizio, che abita qualche isolato più in là e che attualmente risulta essere il responsabile del vostro condominio in qualità di capo-condomino, venga a bussare alla vostra porta.
“Salve, John!”
Immagino lo accoglierete con un misto di rispetto ma anche di quella sana antipatia che non ci fa vedere di buon occhio chi amministra il nostro condominio, sia egli bravo o incompetente.
“Salve, Tariq. Come va?”
Il capo-condomino John è sempre molto cordiale, ma sospettate da sempre far parte di un gruppetto di gente che vuole fregarvi, in un modo o nell’altro. Sorride spesso, ma non è uno di quei sorrisi che ti allargano il cuore.
Gli dite che va tutto discretamente; certo, se ci fosse l’acqua corrente in ogni istante della giornata sarebbe meglio, e poi ci sarebbe quella persiana da aggiustare perché disturba un po’ tutti la notte, per non parlare di… John ha alzato le mani in segno di resa.
“Aspetta, Tariq. Son venuto a dirvi che tra qualche giorno non sarò più io il capo-condomino.”
E, a tal proposito, vi informa che un gruppo di famiglie in cerca di una casa si stabilirà nel vostro condominio. Obiettate qualcosa, ma vi viene risposto che quelle famiglie sono i discendenti diretti di coloro che un tempo abitavano la vostra palazzina; vi viene detto che quelle famiglie hanno sofferto molto negli ultimi anni, perché oppresse, umiliate e costrette alla fame. Ma rimanete fermi nelle vostre convinzioni: non c’è abbastanza spazio per tutti.
“O noi o loro, John, non c’è altra soluzione.”
Azzardate un aut-aut, convinti che alle orecchie di John possa suonare come una proposta o, nel caso peggiore, come una minaccia.
“Tariq, questa palazzina dovrà ospitare entrambe le famiglie. Non c’è discussione che tenga.”
Arriveranno una domenica d’inverno, e sarà il caos.
John dividerà la palazzina in due, si starà più stretti ma ci sarà posto per tutti, con ogni probabilità. Daniel, il capo-famiglia dei nuovi arrivati, per un po’ rispetterà gli accordi presi: ognuno nei suoi appartamenti, e cerchiamo di vivere in pace. Ma qualche mese dopo cominceranno i primi dispetti: contatori che saltano, briciole sul balcone, condizionatori accesi senza un secchio per contenere l’acqua che inevitabilmente scola sulla facciata gonfiando i muri d’umidità. Come se non bastasse, le famiglie di Daniel cominceranno a pretendere di più. Più stanze per loro. Continueranno ad arrivare altri parenti e la situazione diventerà davvero insostenibile. Le famiglie di Tariq tenteranno una difesa, ma non avranno nè l’astuzia nè i mezzi di cui dispongono gli avversari. Per tutta risposta verrà messo in portineria il cugino di Daniel che controllerà i membri della famiglia di Tariq all’entrata e all’uscita dalla palazzina.
Una mattina, nella palazzina “Falastin”, le famiglie di Tariq, sebbene più numerose, si ritroveranno a vivere in meno di 1/3 della superficie abitabile. Le famiglie di Daniel occuperanno quasi tutto il condominio, continuando a dichiarare apertamente l’intenzione di espandersi.
Ecco. Adesso forse hai qualche elemento in più per capire come debba sentirsi un palestinese.