Bari era fredda d’inverno.
La casa era piena di carbone, ma con il carbone non ci si scalda.
Lo sapeva bene Nicola. Curvo sotto il peso di grandi ciocchi di legno, vestito ancora del suo buffo pigiama rosso, Nicola arrancava tra le stradine infreddolite della Bari vecchia. Qualche marmocchio inseguiva una palla di cuoio, mentre le ragazzine pulivano la strada immediatamente davanti la porta di casa. Era quel profumo di caminetto a risvegliarlo, ad aprirgli le nari, a portarlo fin sulla soglia di casa sua. Nicola bussava sempre in quel modo, dando piccoli colpetti alla porta di legno con la punta dello stivale destro. E Geppa gli apriva sempre, con le mani sporche di carbone a stringere il manico della ramazza.
Erano una coppia strana, Nicola e Geppa. Lui sfoggiava un fisico imponente e corpulento, alto e fiero anche nel suo pigiama rosso, con la barba bianca sempre molto curata e brillante. Lei mostrava più anni di quelli che aveva, ingobbita da una vita di stenti e di fatiche, imbruttita dagli acciacchi di un’età apparente e dalle gioie represse di un’età reale. Non erano fatti l’uno per l’altra, con ogni probabilità, ma cosa non si faceva per accontentare la gente. Li avevano accomunati da subito, identificati come compagni di vita a causa dei loro lavori così simili e così cronologicamente compatibili.
Ma Nicola era sempre più infelice, sempre più soggetto all’imperante dominio di quella megera di sua moglie. Geppa non perdeva occasione per rintuzzarlo, per fargli notare la sua sbadataggine e per criticare la sua risata bonaria e calda. Era stufa dell’orrenda carta da regalo che Nicola sparpagliava in tutta la casa. Lui, lui che non faceva altro che impacchettare regali dalla mattina alla sera, lui che aveva fortissimamente voluto quell’allevamento di renne in quell’appezzamento di terra fuori città. Nicola, il suo grasso marito sempre buono con tutti. Nicola, il suo grasso marito che dentro si sentiva morire sempre più. Finchè, una fredda mattina di dicembre, Geppa cercò Nicola in tutta la casa ma non lo trovò. Geppa sentì dire dal vicino di casa – che soffriva d’insonnia – di aver visto Nicola fuggire via durante la notte. Come un ladro. Avvolto in un misero mantello verde, seduto su una slitta trainata dalle sue tanto vituperate renne.
Geppa non lo vide più. O meglio, non lo vide più di persona. Il faccione di suo marito, bonario per gli altri ma ormai così irritante per lei, era piazzato in bella mostra su tutte le lattine di una notissima marca di Cola americana. E così seppe che Nicola era partito per gli Stati Uniti, dove lavorava a tempo pieno in un’azienda che sembrava festeggiare il Natale tutto l’anno. Quello screanzato stava facendo fallire il business dei regali, spacciando una brodaglia scura per la bibita del secolo, se non del millennio. Ogni sette giorni, i soci in affari di Nicola e Geppa bussavano alla porta per chiedere notizie del suo consorte, e Geppa non faceva altro che scuotere la testa. Gli omini vestiti di verde allora si rimettevano in fila e scomparivano dietro l’angolo. La casa si riempiva di ordini, giorno dopo giorno, e Geppa non sapeva cosa fare, come reagire.
Finchè, una fredda mattina di gennaio, la casa di Nicola e Geppa prese inspiegabilmente fuoco. Di Geppa neanche l’ombra. In compenso, le case di tutto il mondo ricevettero un piccolissimo pezzo di rabbia e vendetta, annerito dal tempo e dall’invidia, impacchettato in un sacchetto di tela e recapitato da una misteriosa quanto brutta donna in sella ad una ramazza volante.
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