Buio.
Solo qualche leggerissimo e ostinato raggio di luce.
Per cui no, non è ancora del tutto buio.
Qualcosa resiste. E qualcosa svanisce. Lentamente.
Oppure no, in realtà non svanisce. Appare proprio in questo istante, si fa strada tra le pieghe delle cellule di una pelle screpolata, tra le dita di una mano congelata, tra le braccia di un’automa. Appare e butto un occhio dentro. Lo vedo lì in fondo, solitario. Quel gruppetto di chicchi di grano. Si muove impercettibilmente. I chicchi si scontrano dolcemente, come uova separate da fogli di carta dentro il sacchetto marrone.
Fuori da lì, il vento. Terribile. Impetuoso. Borioso.
Arriva da Nord, trapassa le montagne, si infila nelle valli e arriva fin qui.
Ostinato. Freddo. Borioso.
E copriti il collo, screanzato!
No, non posso. Per coprirmi il collo, dovrei aprire le mani, sfasciando il caldo nido di questi chicchi di grano, annullando le speranze di questi piccoli semi. Non credo che le aprirò, queste mani. E poi mi piace la forma, la rotondità di questo gesto, l’estetica che ci sta dietro. No, mi dispiace. A nulla valgono le suppliche.
Quanto resisterebbe un chicco di grano esposto alla potenza della tramontana?

Anche in eterno.
Studiamoci il caso (ecco, come spoetizzare qualcosa di bello…)
:-)
Bravo Nemo
Bellallegria
In eterno, già… Solo sarà costretto a vagare per paesi diversi, sempre in viaggio, come se fosse l’unica cosa da fare… Sai che non mi dispiacerebbe essere un chicco di grano?
(Ecco, come individualizzare qualcosa di bello…)
=)