
© patlejch
La prima cosa che mi venne in mente appena si chiusero i portelloni dell’ambulanza fu:
“Chissà se il pavimento è sporco o pulito?!”
Il pensiero più stupido ed inutile che potesse materializzarsi nel mio cervello, in quel momento. Il problema è che ti trovi lì, sdraiato su quella barella, costretto tra le cinghie che ti bloccano il petto e le gambe, e l’unico movimento che puoi fare è voltare la testa a destra o a sinistra, oppure alzarla un po’ per notare che ti hanno stretto in quell’ammasso di coperte come fossi da internare.
L’autoambulanza partì con uno stridore di gomme e il tizio seduto alla mia sinistra, scartabellando nella mia cartella clinica, mi disse:
“E’ la prima volta che ti capita?”
Cosa? Salire su un’ambulanza o un cardiopalma?
Non gli chiesi di specificare.
“Si.”
Tanto valeva giocare pulito, dato che era la prima volta che salivo sull’ambulanza e, sì, anche la prima volta che avevo un cardiopalma. Lo vidi sgranare leggermente gli occhi e sbuffare un po’. Tutte espressioni che, dopo aver passato una notte insonne al pronto soccorso, non è che ti risollevino il morale.
La clinica avrebbe dovuto trovarsi a meno di cento metri dall’ospedale, ma l’ambulanza fece un giro così assurdo che mi sentii un po’ come quando, da piccoli, venivo bendato e qualcuno si prendeva carico di farmi girare su me stesso per perdere l’orientamento. Tant’è vero che, non appena i portelloni si riaprirono, mi ritrovai nella fresca aria di fine novembre, in un posto imprecisato, lontano dal mondo conosciuto. Dal mio mondo conosciuto.
Lì, in quel corridoio affollato di gente, nacque la mia seconda domanda, più stupida ed inutile della precedente, se vogliamo.
“Perchè il colore dominante di un ospedale è il verde?!”
Verde speranza, forse. Ma non stetti lì ad indagare più di tanto.
Tutto era verde in quell’ospedale. Verdi i muri, verdi le lenzuola, verdi gli infermieri, le mattonelle ai muri, verdi le sedie, i tavoli, i comodini e le porte dell’ascensore. Guardai il mio braccio destro; anche la cannula era verde e mi sembrò che la pelle intorno fosse di un colore tendente al verde.
Mi si avvicinò un omino basso e tarchiato, anch’esso vestito di verde. Peruviano. Mi portò nella stanza dove si trovavano Antonio, arzillo vecchietto operato per l’impianto di un peacemaker, e Antonio, ottantunenne con il foglio di via in mano. I tre Antonii chiacchierarono per un po’ del più e del meno, mentre Alfredo (l’infermiere peruviano) armeggiava con la macchina per l’ECG attaccandomi vari elettrodi sparsi per il petto.
Di lì a poco avrei cambiato stanza per due volte, prima in terapia intensiva e poi in una singola (senza tv), avrei fatto esami di tutti i tipi per scoprire se le mie extrasistoli fossero dovute ad un problema cardiaco o ad una infezione, avrei scambiato poche parole e avrei dormito male per qualche notte.
Certe mattine capitava che i raggi del sole arrivassero sul mio cuscino, allora giravo la testa verso la finestra e verso quello spicchio di cielo romano e pensavo che mi sarebbe piaciuto essere fuori, a godermi quel fresco o a fare fotografie. Ho avuto paura, perchè il più delle volte mi veniva ripetuto di stare tranquillo, che gli esami erano tutti negativi, ma nessuno mi spiegava perchè dovevo stare chiuso lì dentro a veder passare i giorni e perchè continuavo a sentire quei fastidiosissimi singhiozzi al cuore.
Ranuca, l’infermiera rumena, mi stupì. Una sera, intorno alle undici, entrò nella mia stanza per chiedere se potevo prestarle un giornale da leggere (prese D di Repubblica, non sapendo che è un giornale che mi piace tantissimo sfogliare, soprattutto gli inserti di architettura e arredamento, la rubrica di Vittorio Zucconi e i servizi di moda) e rimase incantata dal libro che tenevo sul comodino: Miti e simboli dell’India di Heinrich Zimmer. Disse che le sarebbe piaciuto fare un viaggio in India (trovandomi concorde su tutta la linea), che avrebbe voluto permettere ai suoi figli di poter viaggiare in giro per il mondo, che la cultura indiana esercitava su di lei un fascino non da poco (dimostrando, tra l’altro, di avere una conoscenza della religiosità indiana superiore alla norma). A me, incline a farmi assorbire dal fascino dei rapporti umani, rimane il ricordo di quella chiacchierata, tanto semplice quanto importante.
Così come semplice ed importante fu trovare mio padre sulla soglia della mia stanza, in una mattina fredda e piovosa. Con il borsone in mano. Salutandomi come se ci fossimo visti il giorno prima. In una mattina fredda e piovosa.
Devo ringraziare tante persone per l’appoggio ricevuto in quei giorni. Ma sono quasi certo che staranno leggendo questo post e, in cuor loro, sorridano già e dicano “di niente”.
Spero di non far preoccupare più nessuno, ma soprattutto me stesso.
essi certo u.u’
come si fa a non preoccuparsi per l’omino di latta? : )
Pare che il verde rilassi e tranquillizzi. Dovrebbe essere il motivo per cui gran parte degli ospedali hanno quel colore…
Pare.
alesstar
Ahahah… Ma poi, da dove vi è uscito sto nomignolo? Cioè, non da dove, che io lo so “da dove”! Ma ci vuole un bel po’ di fantasia… e di cervello in pappa, diciamolo! :P
Andrew
Pare, appunto. Perchè, per esempio, a me il verde innervosisce… -.-