Poche strade mi son rimaste impresse nella memoria, come questa.
Pioveva. Come sempre. Io giravo con una brioche calda in mano.
Intorno a me profumi di paese e una lingua fantastica.
Stasera ho passeggiato di nuovo in quella strada, senza profumi, nè lingue.
Solo una canzone di Rino Gaetano e qualche ricordo.
Archivio di novembre 2008
Strade
domenica, 30 novembre 2008Tramontana
sabato, 29 novembre 2008Buio.
Solo qualche leggerissimo e ostinato raggio di luce.
Per cui no, non è ancora del tutto buio.
Qualcosa resiste. E qualcosa svanisce. Lentamente.
Oppure no, in realtà non svanisce. Appare proprio in questo istante, si fa strada tra le pieghe delle cellule di una pelle screpolata, tra le dita di una mano congelata, tra le braccia di un’automa. Appare e butto un occhio dentro. Lo vedo lì in fondo, solitario. Quel gruppetto di chicchi di grano. Si muove impercettibilmente. I chicchi si scontrano dolcemente, come uova separate da fogli di carta dentro il sacchetto marrone.
Fuori da lì, il vento. Terribile. Impetuoso. Borioso.
Arriva da Nord, trapassa le montagne, si infila nelle valli e arriva fin qui.
Ostinato. Freddo. Borioso.
E copriti il collo, screanzato!
No, non posso. Per coprirmi il collo, dovrei aprire le mani, sfasciando il caldo nido di questi chicchi di grano, annullando le speranze di questi piccoli semi. Non credo che le aprirò, queste mani. E poi mi piace la forma, la rotondità di questo gesto, l’estetica che ci sta dietro. No, mi dispiace. A nulla valgono le suppliche.
Quanto resisterebbe un chicco di grano esposto alla potenza della tramontana?
Intervallo
giovedì, 27 novembre 2008Le mirabolanti avventure dell’omino di latta
giovedì, 27 novembre 2008
© patlejch
La prima cosa che mi venne in mente appena si chiusero i portelloni dell’ambulanza fu:
“Chissà se il pavimento è sporco o pulito?!”
Il pensiero più stupido ed inutile che potesse materializzarsi nel mio cervello, in quel momento. Il problema è che ti trovi lì, sdraiato su quella barella, costretto tra le cinghie che ti bloccano il petto e le gambe, e l’unico movimento che puoi fare è voltare la testa a destra o a sinistra, oppure alzarla un po’ per notare che ti hanno stretto in quell’ammasso di coperte come fossi da internare.
L’autoambulanza partì con uno stridore di gomme e il tizio seduto alla mia sinistra, scartabellando nella mia cartella clinica, mi disse:
“E’ la prima volta che ti capita?”
Cosa? Salire su un’ambulanza o un cardiopalma?
Non gli chiesi di specificare.
“Si.”
Tanto valeva giocare pulito, dato che era la prima volta che salivo sull’ambulanza e, sì, anche la prima volta che avevo un cardiopalma. Lo vidi sgranare leggermente gli occhi e sbuffare un po’. Tutte espressioni che, dopo aver passato una notte insonne al pronto soccorso, non è che ti risollevino il morale.
La clinica avrebbe dovuto trovarsi a meno di cento metri dall’ospedale, ma l’ambulanza fece un giro così assurdo che mi sentii un po’ come quando, da piccoli, venivo bendato e qualcuno si prendeva carico di farmi girare su me stesso per perdere l’orientamento. Tant’è vero che, non appena i portelloni si riaprirono, mi ritrovai nella fresca aria di fine novembre, in un posto imprecisato, lontano dal mondo conosciuto. Dal mio mondo conosciuto.
Lì, in quel corridoio affollato di gente, nacque la mia seconda domanda, più stupida ed inutile della precedente, se vogliamo.
“Perchè il colore dominante di un ospedale è il verde?!”
Verde speranza, forse. Ma non stetti lì ad indagare più di tanto.
Tutto era verde in quell’ospedale. Verdi i muri, verdi le lenzuola, verdi gli infermieri, le mattonelle ai muri, verdi le sedie, i tavoli, i comodini e le porte dell’ascensore. Guardai il mio braccio destro; anche la cannula era verde e mi sembrò che la pelle intorno fosse di un colore tendente al verde.
Mi si avvicinò un omino basso e tarchiato, anch’esso vestito di verde. Peruviano. Mi portò nella stanza dove si trovavano Antonio, arzillo vecchietto operato per l’impianto di un peacemaker, e Antonio, ottantunenne con il foglio di via in mano. I tre Antonii chiacchierarono per un po’ del più e del meno, mentre Alfredo (l’infermiere peruviano) armeggiava con la macchina per l’ECG attaccandomi vari elettrodi sparsi per il petto.
Di lì a poco avrei cambiato stanza per due volte, prima in terapia intensiva e poi in una singola (senza tv), avrei fatto esami di tutti i tipi per scoprire se le mie extrasistoli fossero dovute ad un problema cardiaco o ad una infezione, avrei scambiato poche parole e avrei dormito male per qualche notte.
Certe mattine capitava che i raggi del sole arrivassero sul mio cuscino, allora giravo la testa verso la finestra e verso quello spicchio di cielo romano e pensavo che mi sarebbe piaciuto essere fuori, a godermi quel fresco o a fare fotografie. Ho avuto paura, perchè il più delle volte mi veniva ripetuto di stare tranquillo, che gli esami erano tutti negativi, ma nessuno mi spiegava perchè dovevo stare chiuso lì dentro a veder passare i giorni e perchè continuavo a sentire quei fastidiosissimi singhiozzi al cuore.
Ranuca, l’infermiera rumena, mi stupì. Una sera, intorno alle undici, entrò nella mia stanza per chiedere se potevo prestarle un giornale da leggere (prese D di Repubblica, non sapendo che è un giornale che mi piace tantissimo sfogliare, soprattutto gli inserti di architettura e arredamento, la rubrica di Vittorio Zucconi e i servizi di moda) e rimase incantata dal libro che tenevo sul comodino: Miti e simboli dell’India di Heinrich Zimmer. Disse che le sarebbe piaciuto fare un viaggio in India (trovandomi concorde su tutta la linea), che avrebbe voluto permettere ai suoi figli di poter viaggiare in giro per il mondo, che la cultura indiana esercitava su di lei un fascino non da poco (dimostrando, tra l’altro, di avere una conoscenza della religiosità indiana superiore alla norma). A me, incline a farmi assorbire dal fascino dei rapporti umani, rimane il ricordo di quella chiacchierata, tanto semplice quanto importante.
Così come semplice ed importante fu trovare mio padre sulla soglia della mia stanza, in una mattina fredda e piovosa. Con il borsone in mano. Salutandomi come se ci fossimo visti il giorno prima. In una mattina fredda e piovosa.
Devo ringraziare tante persone per l’appoggio ricevuto in quei giorni. Ma sono quasi certo che staranno leggendo questo post e, in cuor loro, sorridano già e dicano “di niente”.
Spero di non far preoccupare più nessuno, ma soprattutto me stesso.
Non nel mio nome
martedì, 11 novembre 2008Non sono Potino*
lunedì, 10 novembre 2008Lui caccia via la polvere dal ripiano di legno con leggeri e misuratissimi movimenti della mano destra; nell’altra tiene un piccolo grappolo di corpi senza vita. Corpi fatti di legno, fil di ferro e tessuto. Lo sciame di bambini si avvicina urlando di gioia e lui è lì ad aspettarli. Pronto per una storia. Pronto per quella magia che l’uomo riesce a creare con la fantasia dei più piccoli. Perchè, in fondo, una bella storia non è nulla se non c’è la fantasia di chi ti ascolta a supportarla. E lui ha imparato ad amare le ginocchia sbucciate di questi piccoli registi, ha conosciuto la loro cattiveria e la loro generosità, ha intravisto nei loro cuori ogni possibile deviazione che incontreranno nel loro futuro. Conosce il loro passato e, tramite le marionette, conosce anche i giorni che verranno. Perchè li vede agitarsi se una marionetta onesta e gentile incappa in un tranello del cattivone di turno. Oppure li vede urlare di felicità proprio non appena inizia il lieto fine, pronti a gustare ogni singolo colpo di scena di quella storia appassionante.
“Da un po’ di tempo sono un po’ cambiati”, mi confessa preoccupato. “Parteggiano spesso per i cattivi, per i ladri, gli imbroglioni, i truffatori. E mi trovo sempre più in difficoltà nel raccontare storielle edificanti o con una morale positiva.”
“Sono i tempi che cambiano, Alfredo.”
Cerco di rassicurarlo, ma in fondo so benissimo che ha ragione da vendere. Mentre torno verso casa penso alle sue parole e penso al mio trovarmi d’accordo con lui. Mi sento un po’ vecchio. Comincio a fare i discorsi di chi si interfaccia con le nuove generazioni e mi accorgo che, mentre il futuro avanza a passi da gigante, io sono qui a ritagliarmi angoli di passato, frammenti di cose che furono e spiragli vintage. Non ho mai assistito a un suo spettacolo. Le marionette mi hanno sempre messo paura. Così come i burattini, le bambole di porcellana, i pupi siciliani e quant’altro. Ma è grazie a queste cose estranee, a queste paure, che oggi imparo una lezione nuova.
* marionettista citato da Ateneo di Naucrati nei Deipnosophistai.
Influssi
giovedì, 6 novembre 2008Piove.
Poco fa ho spalancato la finestra e son rimasto sulla soglia. Guardavo la pioggia cadere. Sarebbe stato fin troppo facile piangere e non sentirsi soli, in quel momento. Ma l’ho aspettata comunque, questa pioggia. L’ho aspettata perché ho deciso di riappropriarmi delle mie cose, delle mie sensazioni, dei miei stati d’animo. Bloccarli o limitarli non è servito a nulla.
Cadeva la pioggia e io la sentivo gocciolare dal balcone di sopra, la vedevo trasformarsi sotto i miei occhi, la toccavo e provavo piccoli brividi. Forse è giunto il momento di riscoprire vecchie sensazioni, farsi trascinare senza pensarci più di tanto. Tornare ad essere me stesso.
Black House
mercoledì, 5 novembre 2008
© kev89
Io ‘sta storia di Obama e Berlusconi gemelli proprio non la capisco. Anzi, per essere precisi e rigorosi, non la digerisco proprio. Tra tutti i salti sul carro del vincitore, questo mi sembra il più spericolato e acrobatico in assoluto. Non mi riferisco alle dichiarazioni di Frattini (che, seppur con la spocchia che lo contraddistingue, mi sembra uno dei pochi ministri validi di questo governo), ma ai numerosissimi (e non chiedetemi di elencarveli, ché proprio certi nomi non riesco neanche a leggerli, figurarsi se li scrivo) volta-faccia di esponenti della maggioranza di fronte ai primi risultati provenienti dagli Stati Uniti. Ora, sia beninteso, certe dichiarazioni sono anche comprensibili. Soprattutto alla luce degli infallibili sondaggi del nostro premier. Infatti nelle ultime settimane, tanti politici di centro-destra stavano già allegramente zompando (à la Capezzone by Neri Marcorè) dalla parte del candidato democratico. Candidato democratico che, tra l’altro, si è espresso abbastanza chiaramente sulla politica economica degli ultimi otto anni dicendo che ha “portato la più seria crisi finanziaria dalla Grande Depressione. Di questo non incolpo Mc Cain, ma accuso la filosofia economica che egli sottoscrive, quella che dà a chi ha già molto, sperando poi che la prosperità si diffonda in basso verso tutti gli altri”. Certo non si tratta di una critica velata alla politica economica di Tremonti e Berlusconi, ma fa riflettere sui rapporti che potrebbero esserci tra l’America di Barack e l’Italia di Silvio.
Ora, so benissimo che le chiacchiere stanno a zero, che un conto sono le cose dette in campagna elettorale e un conto quello che poi riesci a fare; sono perfettamente cosciente del fatto che noi europei non sappiamo nulla di Obama, delle sue idee politiche, del suo programma. E questo per un motivo ben preciso. Noi non sappiamo nulla della democrazia americana, di questa democrazia tanto decantata, quanto pasticciona. Certo, colpisce un presidente di colore alla guida di una nazione che per tanti anni (con strascichi fino ai giorni nostri) è stata imbevuta dal razzismo più becero e dall’intolleranza più abietta. Colpiscono anche i suoi discorsi. Colpisce tutto. Tant’è che la sinistra italiana tira Obama per la giacchetta e si indigna quando anche i politici di destra cercano di compiacerlo.
Io non so se Obama sia di destra o di sinistra.
So che ha carisma.
So che ha 47 anni.
So che non è italiano.
E questo mi basta per essere triste.












































