I passeggeri sono pregati eccetera eccetera…
Suda.
Noto piccole gocce di sudore nascere e crescere sulla pelle della mano e poi morire sul pavimento di linoleum dell’aeroplano. Sulla cinquantina, alto, con un poderoso paio di baffi; quest’uomo fuori da questo mezzo volante sarebbe la sicurezza fatta persona, l’imprescindibile atarassia di un essere quasi perfetto. Ma la vista delle assistenti di volo, anziché tranquillizzarlo, lo impaurisce. Guarda di continuo la porta chiusa che mette in comunicazione la zona passeggeri con la cabina di pilotaggio.
Si tratta di un volo organizzato da un tour operator, uno di quei voli charter che partono ogni settimana e, dopo sette giorni, sull’aereo trovi tutti i compagni del viaggio dell’andata. L’omone seduto accanto a me continua a sudare, ma le sue ghiandole sudoripare intensificano la loro attività nel momento in cui l’asettica voce del comandante ci comunica che “bzzz… la nostra partenza è ritardata di venticinque minuti, poiché siamo in attesa dell’assistente di volo capo… bzzz…”. Il panico lo avvolge. Si guarda intorno come per esaminare ogni possibile via di fuga. Lo fa in silenzio, ma è uno di quei silenzi carichi di domande, un silenzio che vorrebbe esplodere e provocare caos. Dentro quest’uomo avviene una lotta intestina tra due comportamenti perfettamente comprensibili: esternazione o rassegnazione. Decide per la prima. E sceglie me.
“Ma… non è che… cioè, come dire?… Non è che si è presentato qualche problema improvviso?”
Il mio viso è una maschera zen. Rispondo sibillino.
“Non vedo nessuno girare intorno all’aereo come per controllare qualcosa.”
Si agita sulla sedia. Noto la sua contrarietà (legittima, direi). Con garbo mi fa notare che:
“Lei riesce a vedere anche sotto l’aeroplano?”
Touchè. Il mio piano è fallito. Mi prende l’ansia.
“Cioè, è possibile che stiano controllando e noi non vediamo nulla?”, chiedo preoccupato all’omone.
Entrambi ci voltiamo verso l’assistente di volo più vicina che, resasi conto dei nostri visi crucciati, si avvicina velocemente alle nostre poltrone. Ci ascolta, annuisce, ogni tanto dice un garbatissimo si, capisco e poi ci tranquillizza.
“L’assistente di volo capo si è sentita male e la Compagnia sta provvedendo a sostituirla. Tra pochi minuti arriverà un’altra collega e potremo tranquillamente prendere quota.”
Io mi calmo ma, da come stringe le mani sul grembo, capisco che il mio vicino deve aver subito uno shock nel sentire l’espressione prendere quota. Vorrei la smettesse di picchiettare con i polpastrelli sul poggiamano, di chiedere un bicchiere d’acqua ogni quarto d’ora, di guardare fuori dal finestrino (tra l’altro siamo seduti esattamente ad altezza ala) e chiedere quando finirà il mare e inizierà il terrorizzante profilo della costa (pensando, ingenuo, che un ammaraggio sia meglio di un atterraggio di fortuna).
Il volo andrà bene.
Ma dopo sette giorni lui non sarà con noi per il volo di ritorno.
Temo abbia affittato una zattera.
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- Published:
- mercoledì, settembre 24th, 2008 at 16:20
- Author:
- Nemo
- Category:
- Roma









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