Archivio di September 2008

Signori e signore…

Monday 29 September 2008

… si avvicina il grande giorno.

Innocenti (?) stupori

Monday 29 September 2008

“In totale più di 100 procedimenti, 900 magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 587 visite della Polizia Giudiziaria e della Guardia di Finanza, 2500 udienze in 14 anni, più di 180 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti. Dei record davvero impressionanti, di assoluto livello non mondiale ma universale, dei record di tutto il sistema solare.”

A pensar male…… Eh, caro Silvio?

Sarà…

Sunday 28 September 2008

Oroscopo - Internazionale.it

Capricorno (22 dicembre - 19 gennaio)
La norepinefrina è un ormone che ci fa sentire bene, anche se il nostro corpo lo genera quando è sotto stress. Secondo uno studio del Positive health centre di Londra, le donne di successo ne producono in grande quantità. Non ho le prove scientifiche di quello che sto per dirti ma ho la sensazione che nelle prossime settimane voi Capricorni avrete un rapporto speciale con la norepinefrina: le situazioni di tensione che in passato avrebbero potuto prosciugare le vostre energie o logorare i vostri nervi vi daranno forza. Se lavorerete sodo per raggiungere l’eccellenza, vi sentirete al massimo della forma.

Non so perché, ma c’è qualcosa che mi insospettisce.
E andiamo.

I passeggeri sono pregati eccetera eccetera…

Wednesday 24 September 2008


© u-n-s-e-e-n

Suda.
Noto piccole gocce di sudore nascere e crescere sulla pelle della mano e poi morire sul pavimento di linoleum dell’aeroplano. Sulla cinquantina, alto, con un poderoso paio di baffi; quest’uomo fuori da questo mezzo volante sarebbe la sicurezza fatta persona, l’imprescindibile atarassia di un essere quasi perfetto. Ma la vista delle assistenti di volo, anziché tranquillizzarlo, lo impaurisce. Guarda di continuo la porta chiusa che mette in comunicazione la zona passeggeri con la cabina di pilotaggio.
Si tratta di un volo organizzato da un tour operator, uno di quei voli charter che partono ogni settimana e, dopo sette giorni, sull’aereo trovi tutti i compagni del viaggio dell’andata. L’omone seduto accanto a me continua a sudare, ma le sue ghiandole sudoripare intensificano la loro attività nel momento in cui l’asettica voce del comandante ci comunica che “bzzz… la nostra partenza è ritardata di venticinque minuti, poiché siamo in attesa dell’assistente di volo capo… bzzz…”. Il panico lo avvolge. Si guarda intorno come per esaminare ogni possibile via di fuga. Lo fa in silenzio, ma è uno di quei silenzi carichi di domande, un silenzio che vorrebbe esplodere e provocare caos. Dentro quest’uomo avviene una lotta intestina tra due comportamenti perfettamente comprensibili: esternazione o rassegnazione. Decide per la prima. E sceglie me.
“Ma… non è che… cioè, come dire?… Non è che si è presentato qualche problema improvviso?”
Il mio viso è una maschera zen. Rispondo sibillino.
“Non vedo nessuno girare intorno all’aereo come per controllare qualcosa.”
Si agita sulla sedia. Noto la sua contrarietà (legittima, direi). Con garbo mi fa notare che:
“Lei riesce a vedere anche sotto l’aeroplano?”
Touchè. Il mio piano è fallito. Mi prende l’ansia.
“Cioè, è possibile che stiano controllando e noi non vediamo nulla?”, chiedo preoccupato all’omone.
Entrambi ci voltiamo verso l’assistente di volo più vicina che, resasi conto dei nostri visi crucciati, si avvicina velocemente alle nostre poltrone. Ci ascolta, annuisce, ogni tanto dice un garbatissimo si, capisco e poi ci tranquillizza.
“L’assistente di volo capo si è sentita male e la Compagnia sta provvedendo a sostituirla. Tra pochi minuti arriverà un’altra collega e potremo tranquillamente prendere quota.”
Io mi calmo ma, da come stringe le mani sul grembo, capisco che il mio vicino deve aver subito uno shock nel sentire l’espressione prendere quota. Vorrei la smettesse di picchiettare con i polpastrelli sul poggiamano, di chiedere un bicchiere d’acqua ogni quarto d’ora, di guardare fuori dal finestrino (tra l’altro siamo seduti esattamente ad altezza ala) e chiedere quando finirà il mare e inizierà il terrorizzante profilo della costa (pensando, ingenuo, che un ammaraggio sia meglio di un atterraggio di fortuna).
Il volo andrà bene.
Ma dopo sette giorni lui non sarà con noi per il volo di ritorno.
Temo abbia affittato una zattera.

Di voli e mollette

Tuesday 23 September 2008


© aenima

“Quest’anno voglio metterti
di fronte a nuove scelte.
E ho da conquistarti
e scegliere un bel posto…”

(Le Paure - Non Voglio Che Clara)

Allora sì che i colpi di reni si possono fare.
Incomprensibilmente abbattuti per come si sbanda davanti a situazioni sconosciute, forse ci stavamo perdendo. Sopraggiunge sempre il momento in cui voglio sentirmi una persona nuova, cambiare io per far cambiare la percezione che hai di me. Una persona molto intelligente (o molto scaltra) una volta disse che in fondo non ci si conoscerà mai fino in fondo. E questa cosa dà fastidio. Cioè, non la si può controllare; e il controllo sulle cose non è altro che la parte simmetrica della nostra voglia di primeggiare.
Non ci sarebbero stati né vincitori né vinti. E non avrebbe avuto senso neanche se fosse stato uno dei due a mollare. Certe cose, o si fanno insieme o niente. A me i colpi di reni non sono mai riusciti, ma stavolta c’eri tu. Tu con le mani sui miei fianchi, a spingermi più in alto.
Aggiungo una moneta a questa storia.
Sono cinque.
Chi scommette di più?

Ora d’aria

Monday 22 September 2008


© traevoli

O me o loro.
Non c’è altra soluzione.
O concedo loro l’inconcludenza di una mia eventuale vita futura (soprattutto lavorativa) oppure sbatto la porta e me ne vado. Io lo dico fin da adesso: se qualcuno dovesse offrirmi un futuro fuori da qui, io me ne vado. Con buona pace di parenti, amici, conoscenti, senso di appartenenza alla mia terra, e puttanate varie. Me ne vado in un posto tranquillo, dove i problemi si riescono ad affrontare con spirito critico, dove le soluzioni sono sempre a portata di mano (e, se non dovessero esserlo, ci si adopera per trovarle), dove il mio lavoro è pagato per quello che vale (e non per quello che loro subdolamente vogliono valga), dove i pregiudizi, qualora esistano, non siano la base per violenza, superiorità o prevaricazione.
Qui tira una brutta aria. Hai voglia a dire che non è vero, che comunque questo governo poggia su una larghissima base di consenso, che gli Italiani hanno deciso. Gli Italiani hanno deciso questo, questo e questo? Allora non mi sento più italiano, e non è una frase tanto per dire. Non sto parafrasando Gaber, nè mi sto facendo bello ammantandomi con tonanti parole.
Lo dico a malincuore. Io non mi sento italiano. Prima mi veniva difficile riconoscermi nei miei politici, adesso non mi riconosco più neanche nella mia gente. E, scusatemi, ma ogni tanto mi fate pure un po’ pena. Per cui, sì, non appena ne avrò la possibilità, smetterò di essere italiano.
Appenderò spaghetti, mandolino e mafia al chiodo e diventerò qualcos’altro. O, ancora più realisticamente, rimarrò me stesso in un crogiuolo di altri.

Ristrutturazioni improvvise

Wednesday 17 September 2008

Era un bel giocattolo.
Di quelli di legno, lucidi nella loro vernice colorata.
Solido, resistente e tremendamente divertente.
Era un bel giocattolo destinato a rompersi. E poco importa che il suo proprietario passasse ore a giocarci, che lo lucidasse, lo tenesse in ordine. Quel giocattolo lì era pronto a rompersi. Per dimostrare qualcosa, con ogni probabilità. Ma si sarebbe rotto.
E questo momento sembra essere arrivato.
Sono stato troppo a lungo lontano da questo blog e qualcosa deve essersi rotto. Non so bene neanche cosa, ma non mi sembra giusto (per me e ovviamente anche per voi) continuare a lasciar andare avanti il blog per inerzia. Qualcuno ha detto che questo posto ultimamente era simile a una stanza abbandonata, con le pareti scrostate e i mobili alla rinfusa. Probabile. Effetto simile a quello che provo io quando ci entro.
Per cui eviterò di farlo per un po’.
I lavori di ristrutturazione non sono mai facili.

Dio ha creato Roma in una domenica piovosa

Sunday 14 September 2008

Ecco.
Riapro gli occhi.
Le gocce d’acqua si staccano imperiose dal davanzale e crollano confuse al suolo. Ho ancora in mente quelle ventuno ore, quel che hanno significato per me e quel che ho sentito. Ma ho deciso di smettere di misurare le parole, ho deciso che in un modo o nell’altro il mio problema ora è diventato l’opposto: parlare poco non serve. Centellinare le frasi neanche. Dovrei imparare dalla pioggia, farmi guidare dal caso, sapere che ogni istante è buono per venire giù. Senza preavvisi, senza condizionamenti, senza giri di parole.
Ho finalmente rotto il tabù di una stanza che non mi rispecchia. Ho aperto il contenitore degli ingrandimenti di alcune mie foto e le ho diligentemente incollate sulle pareti di legno che circondano per tre lati il mio letto. Mi sento meglio adesso. Mando un messaggio e sorrido.
Forse questa pioggia non farà poi tanto male.