Io, l’industria e la quiete


© iananderson

Burrasca. Fiumana di parole. Porte sbattute.
Poi il silenzio.
I miei muscoli che si flettevano velocemente… ed ero fuori.
I miei genitori non provavano neanche a seguirmi.
Le mie gambe diventavano ruote in vorticoso movimento; e i miei pensieri, prima sfibrati e deboli, assumevano contorni netti, sapevano di certezze. L’automobile blu sferragliava veloce verso la meta, i palazzi diventavano radi, e grosse insegne al neon si susseguivano una dietro l’altra. Spente. Un po’ come il mio cervello. Pensieri nitidi e precisi in un cervello spento e confuso.
E non parlo delle due di notte, ma delle tre del pomeriggio. La calura proveniva dal mare; portava sabbia e gabbiani. E quella sabbia smetteva di essere un fronte compatto e si smembrava, si spargeva sulla corsia di destra di quell’enorme stradone. Come tutte le parole che ci eravamo scambiati poc’anzi. E, come quelle parole, sembrava volersi allontanare il più possibile dal proprio luogo d’origine.
Un piccolo tocco e il leggero odore di freni surriscaldati giungeva alle mie narici. Qualche sbuffo di polvere e qualche ciuffo d’erba. E poi ferro a perdita d’occhio: strutture fatiscenti, tubi Innocenti, grandi impalcature. Rottami invidiabili di un’epoca perduta, frammenti di un passato che paradossalmente continua a vivere, nonostante tutto. Nonostante quelli che dicono che i nostri manufatti non sono creati per durare. Ma il ferro non scompare. Il ferro resta, così come resta questa voglia di scappare. E poco importa che l’ultima frase sia contraddittoria. Poco importa.
Mi sedevo per terra. Tra polvere, sudore, siringhe sporche.
E pensavo che, in fondo, chi ha costruito tutto questo non immaginava l’interesse che avrebbe esercitato su di me. Si trattava di soldi allora e si tratta di soldi anche adesso, quando invece vengono per demolire, per buttare giù.
Contrariamente a quello che si pensa, la nostra è l’epoca della distruzione. I miti sono il primo bersaglio, seguiti a ruota dagli ideali (nel senso più nobile del termine); poi vengono il rispetto e la meritocrazia.
E’ solo lì, in quell’angolo della zona industriale della mia città, che mi sento davvero libero. Al centro dell’unico luogo dove nulla viene distrutto velocemente. Ogni tanto vengono a prendere qualche trave, la usano per un palazzo nuovo.
Il giorno in cui anche lì ci saranno solo poca erba e tanta polvere…
… credo piangerò.

1 Commento a “Io, l’industria e la quiete”

  1. Fefè SdC scrive:

    Il post più bello che tu abbia mai scritto e che io abbia mai letto… Si legge che siamo parenti!

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