Ancora altro zucchero


© gmdeo

Lo vedo uscire di casa al tramonto.
Porta un piccolo sacco sulle spalle. Con la mano destra tiene un lungo bastone ricurvo e con la sinistra impugna il manico di una teiera; una piccola teiera dorata. Incede elegantemente sul selciato scheggiato dalle granate e procede a zig-zag tra i fossi lasciati dai razzi. Ogni tanto si ferma, lo vedo alzare gli occhi al cielo e sbuffare lentamente. Come se non volesse ammettere a sé stesso di trovarsi al centro di una guerra da almeno trent’anni.
Attraversa la strada davanti alla mia pensione e si accosta lentamente al muretto. Al di là della piccola barriera di pietre, una distesa verde. Qua e là qualche traccia di vecchi solchi per piantare semi. Di cosa, non si sa. Il vecchio afghano porta la mano alla fronte e guarda dinnanzi a sé. I ciuffi d’erba ondeggiano assecondando la fresca brezza serale che proviene dalle alte montagne; una piccola rivincita della natura in mezzo a tutta questa devastazione.
Con l’agilità di un bambino, il vecchio scavalca il muretto e posa la suola delle scarpe sull’erba. Comincia a camminare e, nel giro di pochi secondi, è già lontano alla mia vista. Mi precipito verso il tavolo della cucina e recupero il binocolo. Continuo a vederlo camminare finché improvvisamente, senza alcun motivo apparente, il vecchio si ferma. Posa il bastone per terra, usa il sacco come appoggio per le sue stanche membra e accende un piccolo fuoco. Quel tanto che basta per mettere l’acqua a bollire dentro la teiera.
Michael entra di schianto nella mia stanza e mi chiede cosa ci faccio imbambolato al balcone, dato che tra pochi attimi dobbiamo andare in onda per il servizio al telegiornale. Gli indico il vecchio e gli porgo il binocolo. Michael ride di gusto e mi racconta che quel vecchio fa il tè ogni sera, alla stessa ora, nello stesso posto: il suo vecchio orto che i talebani minarono qualche anno fa, prima di scappare dalla città.
“Credo lo faccia per dimostrare a sé stesso che la guerra è solo qualcosa che riguarda gli altri e che, quando avranno finito, lui potrà tornare a coltivare il suo orto. In pace.”

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