L’intrusa

(titolo liberamente riadattato dal romanzo pirandelliano “L’esclusa”)

Io sono l’Io Narrante.
Riconosco che tale affermazione, con ogni probabilità, potrebbe anche far passare Me per il protagonista della storia. Ma, ahiMè, così non sarà! Ho deciso di comparire in ogni frase (tra l’altro mettendo l’accento a ogni piè sospinto sul Mio pronome personale), sebbene la storia non racconti di Me in quanto Io Narrante (anche perchè già vi vedrei tutti in fila con la testa china sul bloc-notes a prendere appunti per cercare di dipanare la poco ingeribile matassa) bensì di Mia moglie. Mi scuso sin d’ora per la forma grammaticale poco ortodossa e per una mai pienamente avvenuta deissi.
Mia moglie non è mai stata una santa donna e non Mi ha mai accettato completamente. Probabilmente questo Mio insindacabile giudizio è legato al fatto che lei adesso si trova in una di quelle modernissime casse da morto, foderate di velluto e decorate fin nei minimi particolari. Lei si è uccisa e Io non ho fatto nulla per fermarla; ero troppo impegnato a capire la reale portata di quel gesto. La reale portata di quel gesto nella Mia vita, intendo dire.
Una sera di febbraio Enrica ha spalancato la finestra e sommessamente mi ha detto: “Ennio, io la faccio finita. Tu che fai?”. All’inizio pensai volesse coinvolgerMi nel suo gesto estremo, ma quest’ipotesi era sicuramente da scartare: Enrica sapeva benissimo quanto io Mi amassi, e non Mi avrebbe mai chiesto una cosa del genere, un sacrificio così importante e totalizzante. Poi realizzai che probabilmente il suo era un grido d’aiuto; un grido d’aiuto nei Miei confronti. Evidentemente voleva avvertirMi del suo gesto affinchè Io non Mi fossi preso di spavento nell’udire, nell’ordine: il suo urlo, il susseguente rumore sordo e attutito delle sue membra sull’asfalto, e gli eventuali lamenti post-impatto (nel malaugurato caso in cui lei non fosse morta sul colpo). Sicuramente questa seconda ipotesi si presentava ai Miei occhi molto più fondata della precedente.
Enrica era sempre stata premurosa nei Miei confronti. Sapeva quanto Mi volessi bene e aveva tappezzato casa nostra di specchi. Superfici riflettenti in ogni angolo, cosicché Io potessi rimirare il Mio corpo in ogni istante della Mia giornata. E Io le ero veramente grato, tant’è vero che le dicevo spesso: “Enrica, se tu non ci fossi… dovrei trovare un’altra come te!”.
Quella volta che la trovai a letto con un altro, fu veramente un brutto colpo per Me. A mente fredda le dissi che avrebbe potuto quantomeno avere l’accortezza di trovare un uomo fisicamente simile a Me. E non Mi riuscì mai di perdonarle di aver usato il Mio cuscino per attutire le grida di piacere di quell’uomo.
“Tu che fai?”.
Quella domanda Mi comprimeva il cervello.
E mentre Io pensavo a cosa fare, Enrica si è gettata di sotto. Probabilmente perchè si era stancata di farMi aspettare. Con ogni probabilità, per sollevarMi da ogni responsabilità, per renderMi finalmente libero da un amore che succhiava ogni giorno di più le Mie energie, che non Mi permetteva di amarMi fino in fondo, che non mi lasciava che un angusto spazio per i Miei bisogni primari.
Sono passati pochi mesi e Io ancora penso a quella serata.
La finestra spalancata, Me davanti allo specchio, e un vento fastidiosissimo a scompigliare il miglior ciuffo che Mi sia mai riuscito.
Avrebbe potuto anche chiudere la finestra, la Mia Enrica.

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4 Commenti a “L’intrusa”

  1. Artemisia scrive:

    Qui il vero protagonista è il cinismo!! Un tizio simile non lo vorrei mai accanto, mi ricorda leggermente quel personaggio di Verdone, aspetta come si chima, ah si Furio.

    Il racconto però è scritto benisssimo, bravo!

  2. Nemo scrive:

    Artemisia
    Ho creato un mostro, è vero!!! XD

  3. Nemesis Nemo scrive:

    caspita, che bravo!

  4. alesstar scrive:

    wow!
    O_O
    fighissimo!

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