Cervelli assopiti
Thursday 31 July 2008Buttiglione: “Eluana potrebbe anche svegliarsi, così, da un momento all’altro”.
Ce ne vorrebbero ben altri di miracoli.. e di risvegli.
Buttiglione: “Eluana potrebbe anche svegliarsi, così, da un momento all’altro”.
Ce ne vorrebbero ben altri di miracoli.. e di risvegli.
Sono in partenza.
Torno in Sicilia.
Questo significherà il subitaneo trasferimento coatto del sottoscritto nella residenza estiva di famiglia (e con “residenza estiva” non intendo sicuramente una cosa del genere). A questa inevitabile detenzione forzata si aggiungerà l’assoluta indisponibilità di qualsivoglia connessione a Internet (senza fili, con fili, a pedali, a criceti, a carbone).
Per questo motivo (e per tanti altri), questo blog non entrerà in ferie ma non andrà neanche in vacanza (salvo una settimana a fine agosto, causa viaggio a Creta). Verrà aggiornato di tanto in tanto. Con poca regolarità , diciamo (praticamente potrebbe anche accadere che vi troverete improvvisamente il feed reader pieno zeppo di post perchè solo in quel momento ho avuto accesso a Internet). Indi ragion per cui sarò poco presente su twitter, flickr, msn e quant’altro.
Che dire?! Ah, sì… Se qualcuno viene ogni tanto qui a far visita, la chiave è sotto lo zerbino; aprite pure il frigo e bevete qualcosa. Solo una raccomandazione: innaffiate le piante.

© iananderson
Burrasca. Fiumana di parole. Porte sbattute.
Poi il silenzio.
I miei muscoli che si flettevano velocemente… ed ero fuori.
I miei genitori non provavano neanche a seguirmi.
Le mie gambe diventavano ruote in vorticoso movimento; e i miei pensieri, prima sfibrati e deboli, assumevano contorni netti, sapevano di certezze. L’automobile blu sferragliava veloce verso la meta, i palazzi diventavano radi, e grosse insegne al neon si susseguivano una dietro l’altra. Spente. Un po’ come il mio cervello. Pensieri nitidi e precisi in un cervello spento e confuso.
E non parlo delle due di notte, ma delle tre del pomeriggio. La calura proveniva dal mare; portava sabbia e gabbiani. E quella sabbia smetteva di essere un fronte compatto e si smembrava, si spargeva sulla corsia di destra di quell’enorme stradone. Come tutte le parole che ci eravamo scambiati poc’anzi. E, come quelle parole, sembrava volersi allontanare il più possibile dal proprio luogo d’origine.
Un piccolo tocco e il leggero odore di freni surriscaldati giungeva alle mie narici. Qualche sbuffo di polvere e qualche ciuffo d’erba. E poi ferro a perdita d’occhio: strutture fatiscenti, tubi Innocenti, grandi impalcature. Rottami invidiabili di un’epoca perduta, frammenti di un passato che paradossalmente continua a vivere, nonostante tutto. Nonostante quelli che dicono che i nostri manufatti non sono creati per durare. Ma il ferro non scompare. Il ferro resta, così come resta questa voglia di scappare. E poco importa che l’ultima frase sia contraddittoria. Poco importa.
Mi sedevo per terra. Tra polvere, sudore, siringhe sporche.
E pensavo che, in fondo, chi ha costruito tutto questo non immaginava l’interesse che avrebbe esercitato su di me. Si trattava di soldi allora e si tratta di soldi anche adesso, quando invece vengono per demolire, per buttare giù.
Contrariamente a quello che si pensa, la nostra è l’epoca della distruzione. I miti sono il primo bersaglio, seguiti a ruota dagli ideali (nel senso più nobile del termine); poi vengono il rispetto e la meritocrazia.
E’ solo lì, in quell’angolo della zona industriale della mia città , che mi sento davvero libero. Al centro dell’unico luogo dove nulla viene distrutto velocemente. Ogni tanto vengono a prendere qualche trave, la usano per un palazzo nuovo.
Il giorno in cui anche lì ci saranno solo poca erba e tanta polvere…
… credo piangerò.
Dipartimento. Ore 10:00.
La porta si apre.
Prof. X: “Ragazzi, il Prof. Y non ci sarà oggi per gli esami. Ma tranquilli, vi esaminerà il Prof. Terribile.”
Panico tra gli astanti.

© gmdeo
Lo vedo uscire di casa al tramonto.
Porta un piccolo sacco sulle spalle. Con la mano destra tiene un lungo bastone ricurvo e con la sinistra impugna il manico di una teiera; una piccola teiera dorata. Incede elegantemente sul selciato scheggiato dalle granate e procede a zig-zag tra i fossi lasciati dai razzi. Ogni tanto si ferma, lo vedo alzare gli occhi al cielo e sbuffare lentamente. Come se non volesse ammettere a sé stesso di trovarsi al centro di una guerra da almeno trent’anni.
Attraversa la strada davanti alla mia pensione e si accosta lentamente al muretto. Al di là della piccola barriera di pietre, una distesa verde. Qua e là qualche traccia di vecchi solchi per piantare semi. Di cosa, non si sa. Il vecchio afghano porta la mano alla fronte e guarda dinnanzi a sé. I ciuffi d’erba ondeggiano assecondando la fresca brezza serale che proviene dalle alte montagne; una piccola rivincita della natura in mezzo a tutta questa devastazione.
Con l’agilità di un bambino, il vecchio scavalca il muretto e posa la suola delle scarpe sull’erba. Comincia a camminare e, nel giro di pochi secondi, è già lontano alla mia vista. Mi precipito verso il tavolo della cucina e recupero il binocolo. Continuo a vederlo camminare finché improvvisamente, senza alcun motivo apparente, il vecchio si ferma. Posa il bastone per terra, usa il sacco come appoggio per le sue stanche membra e accende un piccolo fuoco. Quel tanto che basta per mettere l’acqua a bollire dentro la teiera.
Michael entra di schianto nella mia stanza e mi chiede cosa ci faccio imbambolato al balcone, dato che tra pochi attimi dobbiamo andare in onda per il servizio al telegiornale. Gli indico il vecchio e gli porgo il binocolo. Michael ride di gusto e mi racconta che quel vecchio fa il tè ogni sera, alla stessa ora, nello stesso posto: il suo vecchio orto che i talebani minarono qualche anno fa, prima di scappare dalla città .
“Credo lo faccia per dimostrare a sé stesso che la guerra è solo qualcosa che riguarda gli altri e che, quando avranno finito, lui potrà tornare a coltivare il suo orto. In pace.”
Post scritto per Un piccolo passo
Per Bossi è ora di dire basta “al far martoriare i nostri figli da gente (i professori) che non viene dal Nord.”
No, davvero.
Se qualcuno riesce a commentare una frase del genere, lo faccia pure.
Io sono rimasto a bocca aperta.

© ddsiple
Ci sono cose che mi fanno incazzare. Cose per le quali non sarebbe necessaria tanta veemenza e tanta rabbia. E mi rendo conto che, più passa il tempo, e più assomiglio a mio padre; uno scatto d’ira per una cosa che, in fondo, lascia il tempo che trova. E allora tutti lì a dirgli di calmarsi, che non ne vale la pena, che tanto sono ben altre le cose per le quali si potrebbe incazzare seriamente. Solitamente accade che il mio genitore si incazzi ulteriormente di fronte all’avverbio “seriamente”, facendoci notare che la sua incazzatura è seria.
Ma non è delle paturnie di mio padre che voglio parlare. Bensì di Riccò.
E già noto qualche faccia strana. E sì, perchè vicende di questo tipo dividono l’uditorio. Da una parte gli accesi sostenitori del giovane talento (che mai e poi mai lo farebbero capace di un gesto simile), dall’altra i rassegnati che, di fronte all’ennesimo probabile caso di doping, non fanno altro che scuotere la testa.
I familiari si stringono intorno al ciclista ferito nell’orgoglio da un esame anti-doping. Unica voce quasi fuori dal coro, la fidanzata: «Sarei delusa se avesse davvero barato». I giornalisti tutti lì a picchiettare con il microfono sulla testolina della ragazza, dicendo che no, così non si dice, lei dovrebbe starle vicina, ma come?, che dichiarazione è?!. Qualcuno obietta che “comunque” la ragazza ha deciso di stare vicina al campione.
I tg mandano in onda servizi di 3-4 minuti sulla vicenda (per carità , è giusto che se ne parli, che la gente si indigni, che si cominci a fare il solito processo mediatico), ma in questo caso è diverso. Chi sa come mai, quando c’è di mezzo lo sport, i giornalisti insinuano il dubbio…?! Gli sportivi sono sempre oggetto del giustizialismo; infallibili campioni, a loro non è dato barare. Loro non possono. Costituzionalmente parlando. E, se barano, se sbagliano, se commettono qualche “erroruccio”, c’è sempre pronto il servizio su Pantani, da mandare in onda successivamente a quello su Riccò.
Già , Pantani. Grande ciclista. Anche lui ha fatto grandi cose. Anche lui fu escluso dal Giro d’Italia per doping. La nauseante musica di sottofondo dei servizi dedicati alla figura di Pantani anticipa già il senso di ciò che il giornalista dirà di lì a poco. Dirà che, se questi campioni sbagliano, se Pantani sbaglia, se Riccò sbaglia, è perchè sono malconsigliati, perchè c’è un malessere di fondo, perchè tutto sommato il loro essere dei grandi li rende irrimediabilmente “soli”. E, in effetti, l’aggettivo “solo” è la parola più (ab)usata in questi servizi. La cosa stupefacente è che il ragionamento del giornalista medio non fa una piega: sei solo, è inevitabile che farai errori. Si può mai contrastare una simile affermazione con argomentazioni valide? Il giornale francese L’Equipe scrive “Riccò si è talmente immedesimato nel suo eroe Pantani che oggi anche la sua immagine è quella di un imbroglione ripudiato per la stessa causa del suo idolo, escluso dal Giro d’Italia nel 1999 dopo un controllo positivo”. Ecco, forse l’emulazione potrebbe essere un’argomentazione valida.
Ma qui il problema è del ciclismo tutto, perchè Riccò non è l’unico furbacchione risultato positivo al test antidoping. E la sostanza EPO era già stata individuata nel corso dell’ultimo Giro d’Italia, senza adeguate pene. Il direttore di Liberà tion coglie nel segno: “come sport, il ciclismo è morto, ma come spettacolo, continua a correre come una gallina decapitata”.
A me, non so come mai, tornano in mente le belle immagini in bianco e nero di Coppi e Bartali. Sarà che preferiamo rifugiarci sempre in un perfetto passato piuttosto che vivere il nostro traballante presente, però quelli sembravano davvero veri campioni. Che tristezza sarebbe scoprire che anche loro facevano uso di sostanze dopanti.
C’è una distesa di sabbia splendida.
Uno di quei pavimenti naturali che ti piacerebbe tanto calpestare, rinnovare, distruggere e ricostruire. C’è tanto silenzio. C’è la tua mente che galoppa.
E c’è un foglio bianco.
Una pagina vuota che aspetta solo di essere riempita con la tua fantasia.
Portaci lontano da qui.
Manda il tuo racconto a unpiccolopasso@gmail.com.

© scummy
“Stringimi, se ne ho bisogno…
Lasciami guarire in silenzio…”
(Esistere - Gnut)
Come sempre, a tarda ora: un rumore ritmico e metallico, qualche bacinella traboccante e stracci di tessuto tra le mani. Un po’ stendo e un po’ stiro. Anche se, come sempre, mancherò solo pochi giorni. Purtroppo. Una frase cattura la mia attenzione. O forse sarebbe meglio dire, la parte finale di una frase cattura la mia attenzione. Un calzino cade a terra. Forse dovrei fissarli meglio allo stendino con le mollette di legno. Mi sorprendo a contare le volte in cui hai detto alcune frasi. I momenti in cui le hai dette. Gli attimi di luce. E mi stupisco di non trovare coincidenze, nulla che combaci, che sia di ausilio per capire meglio. La lavatrice borbotta e si scalda. All’improvviso, so cosa voglio. So cosa fare.
Ammantare le frasi di nuova consapevolezza sarà il mio mestiere.
Una piccola scatola celeste.
L’odore è inebriante. Odore di ricordi, di borotalco sulla pelle tenera, di spuntino dentro lo zaino dell’asilo, di erba fresca e di cioccolata calda. Un sottile strato di gommapiuma protegge queste vecchie fotografie dagli incessanti attacchi del tempo. E, ogni volta che immergo la testa dentro questa scatola, il mio vecchio mondo di bambino riappare. Con lucidità , quasi con prepotenza.
E ricordo come da piccolo mi piacesse girare i miei film.
Chiudevo gli occhi, muovevo la bocca quel tanto che bastava per intonare una colonna sonora e poi alzavo lentamente le palpebre. Ciak, si gira. E raccontavo la mia vita in quei film, completi di flashback e titoli di coda. Co-protagonisti ignari: i miei genitori, i miei cugini o gli zii.
Ieri ho riesumato la vecchia scatola. E mi sono scoperto a sorridere della somiglianza nei gesti, prima ancora che nei tratti del viso. Non c’è traccia di vergogna nel dire che mi sarebbe piaciuto conoscerti allora; stringerti in uno di quei buffi abbracci che solo i bambini sanno darsi. Perchè adesso le nostre braccia sono troppo forti. E, ogni tanto, si avrebbe veramente bisogno di un abbraccio morbido e buffo.
Imparerò di nuovo.