
© aenima
Lei tirava su i capelli, li avvolgeva in una spirale disordinata, e li fermava con una matita: un gesto semplice e scomposto.
Lui approfittava delle sue spalle scoperte per spargerle baci sulla pelle.
C’è questo silenzio. Forse non sei in grado di distinguere il mio respiro dietro una cornetta o a pochissimi centimetri dal tuo orecchio, ma sai che ciò che ti serve in questo momento è sentirmi tuo.
Lei chiudeva gli occhi e sorrideva, avvertendo finalmente quel respiro così vicino, sentendolo suo soltanto.
Lui teneva in pugno quella sensazione di dolcezza mista a desiderio, senza voler porre prematura fine a nessuno degli attimi iniziati insieme.
Guardo le mie mani mentre parlo con te, spingo i miei occhi da miope oltre ogni limite e scruto ogni ruga. Mi chiedo quale di queste pieghe si sia formata nell’istante esatto in cui ci siamo baciati.
Lei profumava di buono, come il pane appena sfornato. E come il pane era morbida e croccante insieme.
Lui era vaniglia: dolce e intenso. Era lo zucchero filato che brilla nel sole di una domenica mattina.
Poi mi concentro sulla tua voce. La trovo splendida come sempre, l’unica capace di regalarmi un intero registro di sensazioni diverse. La tua lingua batte sui denti e io riesco a immaginarti nitidamente mentre questo accade.
Lei aveva una parlata schizofrenica, fatta di pause e riprese velocissime, fatta di parole scandite piano e altre che sfumano, si confondono, si interrompono all’improvviso.
Per qualche secondo una leggera inflessione sicula si impadronisce del tuo timbro e io sorrido. Involontariamente. Qualcosa di me la conserverai.
Lui aveva una “esse” tenera e scivolosa, un accento buffo e fascinoso.
In ogni vocale pronunciata c’era il sole e il calore della sua terra.
Adesso so che la tua voce sarò in grado di riconoscerla anche in mezzo a mille. Così come i tuoi occhi. Mi riserverò il diritto di farli affiorare dalla mia memoria (proprio io che difficilmente memorizzo i visi altrui) e sarà speciale rivederti assorta tra i binari della stazione, mentre aspetti me.
Lei era fatta di ritardi ma odiava aspettare.
Lei era: “altri 30 secondi e vado via col primo che capita”.
Lei era l’ansia totalizzante di un’attesa vana, il terrore di un non-arrivo.
Lui era fatto di pazienza e piccole certezze, era fatto di occhi che brillano e rassicurano.
Lui era un bacio che schiocca e un sorriso che si spalanca, radioso.
Lui era un arrivo.
L’ultima volta mi sono fermato dietro uno dei pilastri e ti ho osservata mentre giocavi con i tasti del cellulare. Poi ti son venuto incontro, il tuo viso sfaccettato dalle decine di persone che passavano attraverso il nostro incrocio di sguardi, il tuo rossetto sul mio collo. Sorrido a ripensarmi accanto a te mentre strofino via quel rosso Dior, consapevole che tutto il resto non si può cancellare con un colpo di dita.
Lei tirava su i capelli e contava.
Tre secondi netti e lui era lì, a spargerle baci sulle spalle scoperte.
Lei chiudeva gli occhi e sorrideva.
Lui guardava quel sorriso ed era sicuro di volerne sempre di più.