Reminiscenze


© 45street

Non ero un bambino completamente solo.
Ma ero sufficientemente figlio unico per potermi considerare sufficientemente solo. Il fatto poi che abbia desiderato tanto un fratello per poi lamentarmene dopo averlo finalmente ottenuto è un’altra storia. Ero un bambino abbastanza solo, stavo dicendo. E mia madre, com’è ovvio per un bambino solo, non poteva far altro che portarmi con sé quando si trattava di andare per negozi.
C’erano i Grandi Magazzini di Messina, dove perdevo interi pomeriggi della mia infanzia a nascondermi nei camerini vuoti, a correre tra i manichini e gli scaffali e a ridere della mia immagine buffa allo specchio: un tedesco nato dall’unione tra due siciliani. Andavo orgoglioso del mio caschetto biondo però e lo ritenevo il fantastico lasciapassare per tutte le mie storielle d’amore future. Peccato che nel giro di pochi anni avrei perso caschetto e colore, con mio sommo dispiacere.
In uno di questi tediosi pomeriggi, mi ritrovavo a saltellare nel corridoio strettissimo formato da due file di scaffali all’interno di un enorme negozio adiacente la stazione ferroviaria di Messina. E lì, il mio primo colpo di fulmine a ciel sereno. Una visione mistica, un anelito di salvezza in quella tetra e sconfinata distesa di maglioncini di cachemire, pantaloni di fustagno e scarpe di camoscio. Una bambina. Un essere vivente, innanzitutto (e già questo avrebbe potuto far gridare al miracolo, dato che quel posto era solito essere frequentato solo dal proprietario e dai suoi inquietanti commessi); un essere vivente femminile; un essere vivente femminile della mia età. Le corsi dietro (non ricordo se scuotendo con fare fascinoso la mia chioma ariana), in barba alla mia precoce timidezza.
E fu lì, tra gli sguardi furtivi dei commessi e dei nostri genitori, che ci scambiammo il primo bacino. Fu lì che trovai (non so come) una di quelle orribili cravatte a farfalla. A pois. Prima la indossai goffamente e poi, dietro le insistenze di lei (da notare come, già in tenera età, sappiano ottenere tutto ciò che vogliono), tentai di fissarla al suo cerchietto come segno del nostro amore prematuro (e anche parecchio kitsch, direi). Usai uno di quegli spilli da sartoria che solitamente infestano i grigi pavimenti di questi grandi magazzini. Il nostro amore finì nel momento esatto in cui l’ago non incontrò la plasticosa superficie del cerchietto di lei, bensì il tenero e soffice strato di cartilagine del suo cranio.
Oggi mia madre mi ha portato alla Rinascente.
Stavo quasi piangendo per la commozione.


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