La mia dose di grasso

Qui servirebbe una di quelle salette asettiche: pareti bianche, pavimento vinilico blu, una lavagna, un armadio grigio e anonimo, una quindicina di sedie bianche disposte in circolo. Servirebbe uno di quegli odori insopportabili, quelli tipici dell’ospedale o dei centri di analisi. Servirebbe anche una psicologa parecchio frustrata e brutticella. Servirebbe un eterogeneo gruppo di persone accomunate solo da un vizio, tutte accomodate pesantemente sulle sedie disposte in circolo.
Dopo di che, potrei bellamente alzarmi e, con lo sguardo fisso su un punto imprecisato del pavimento, potrei esclamare (con poca voglia di farlo, peraltro):
“Ciao… Mi chiamo Antonio.”
Un coro mi travolgerebbe.
“Ciaaao, Antonio.”
E io continuerei, sprezzante del ridicolo:
“… e ho un problema.”
La psicologa mi fisserebbe con la stessa occhiata che riserva ogni giorno al panino che mangia a mensa:
“Siamo qui per questo, Antonio.”
Nel dire il mio nome, calca l’accento. Lo fa di proposito, per farmi capire che la mia frase precedente è ovvia quasi quanto il fatto che io mi chiami Antonio da venticinque anni. Ma io non la seguo e non mi va di iniziare una polemica inutile.
“Beh… da due giorni non faccio altro che mangiare e ingozzarmi.”
I miei amici di terapia, fino a quel momento posizionati con il mento poggiato sul petto, girano di scatto la testa nella mia direzione. Per qualche frazione di secondo, ho nitida in mente la scena di una dozzina di elefanti impigriti dal sole che si voltano verso di me. Le rughe del collo si attorcigliano e questi miei compagni di sventura si dondolano sulle sedie, cominciando a ridere. Il primo ha una risata grassa, una di quelle risate che trasudano particelle adipose. Comincia a sghignazzare, poi passa a ridere di gusto. Poi si inceppa, tossisce e, mentre tenta di riappropriarsi della propria risata, quasi si affoga. Un altro ha bisogno di carburare ma, non appena ingrana la marcia, è un piacere vederlo ridere. Io mi sento come un fuscello di ficus benjamina in mezzo a un agglomerato di sequoie. Ridono, scuotono i rami, si abbandonano sulle sedie e io mi preoccupo: due o tre di loro sarà davvero difficile risollevarli, dovessero cader sul pavimento. Un misto di nausea e felicità mi travolge. So che oggi loro usciranno da questa stanza credendosi molto più grassi di quanto in realtà non siano, ma felici di aver passato una buona mezzora a ridere di gusto dei propri difetti.
La psicologa frena gli animi.
“Antonio, hai un problema serio di cui vuoi parlarci?”
La guardo, guardo i pachidermi ilàri, fletto i muscoli e sono nel vuoto:
“Sì. Mangio tantissimo e non ingrasso.”
Odo qualche singhiozzo. Sono bastate due frasi per farli passare dalla felicità allo sconforto. Mi sento un mostro.


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