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La chiamano la sindrome del supermercato. Altri assegnano a questo malessere una definizione fin troppo tecnica e impersonale: discontinuità. Lunghi anni di studio e ingenti finanziamenti pubblici hanno portato esimi professori a formulare quella che personalmente ritengo una delle tesi più affascinanti dell’intera produzione accademica dal secondo dopoguerra a oggi. Si tratta di una indiscriminata e incontrollata paura davanti all’improvviso cambiamento dei settori in un supermercato: da un giorno all’altro (e con cadenze periodiche, tra l’altro), dove prima si trovavano baguette fumanti e croissant farciti, adesso ci trovi soltanto prodotti da bagno, detersivi e stracci per pulire a terra. Dove prima campeggiavano in bella vista enormi barattoli di Nutella, adesso non puoi trovarci altro che squallidi copriwater e spazzoloni. C’è qualcuno, all’interno dei nostri supermercati che, davanti a un mutamento imprecisato nell’ordine cosmico (e con una certa dose di onnipotenza), una mattina si sveglia e decide di stravolgere tutto, cambiare le zone, redistribuire gli spazi, dare più visibilità a prodotti sì utili ma anche antiestetici (sappiamo tutti di aver bisogno della carta igienica, non c’è bisogno che ce la piazzate sotto il naso all’ingresso del supermercato).
La carta igienica, tanto per rimanere sull’esempio e darci sotto, è uno di quei prodotti che le aziende studiano e costruiscono appositamente per far vergognare i clienti. Io ne sono certo. Che bisogno c’è di ideare queste torri di rotoloni che mai e poi mai entreranno in una busta di plastica?! Che bisogno c’è di creare questi mostri di carta riciclata (sic!) che ognuno di noi è poi costretto a portare sotto braccio, neanche fosse una baguette?! Tempo fa avevano deciso di comprimere i rotoli di carta igienica. Bella idea, davvero. Ce ne stavano la metà dentro quella confezione ma, non paghi, invece di dimezzare le confezioni ne hanno semplicemente messo il doppio nello scomparto originale. Dei geni. Il risultato era che noi poveri mortali continuavamo a trascinarci dietro torri di pisa igieniche però (e che però!) avevamo a disposizione il doppio di rotoli. Vuoi mettere?! Che impagabile soddisfazione…
Tornando alla sindrome del supermercato, tale teoria è stata negli anni arricchita da numerosi corollari e impicci vari. Per esempio, un aspetto di tale sindrome è l’assoluta incapacità da parte dell’utente/consumatore di relazionarsi con uno scaffale di oggetti appartenenti allo stesso tipo e alla stessa marca, ma dalle caratteristiche apparentemente diverse. A me, per esempio, capita di rimanere immobile per lunghissimi minuti davanti allo scaffale dello shampoo, piuttosto che quello del tè. Io non riesco mai a decidermi. Per me, la vasta scelta (tanto pubblicizzata da questi supermercati) è veramente un danno, una croce, un’angoscia reiterata. Solitamente dopo un minuto scarso, il mio coinquilino mi lascia per continuare il giro, ma io stoicamente resisto. Non posso andarmene da questo luogo senza uno shampoo. E dunque, diligentemente e con notevole perizia tecnica, comincio a svitare tutti i tappetti per sentire l’odore. A volte sembrano tutti uguali (specie con il raffreddore), altre volte invece assumono profumazioni diverse (le case produttrici di shampoo utilizzano una matrice comune e poi ci schiaffano dentro essenze per far risaltare un particolare aroma e poter chiamare il nuovo shampoo “Delicato ai fiori del Sichuan” oppure “Anti-forfora al profumo di more selvatiche della Patagonia”, sappiatelo!). Ed è così che io passo una buona mezzora davanti a quello scaffale, prima di decidermi per il solito shampoo.
E qui arriviamo al terzo capitolo di questo affascinante mondo nella sindrome del supermercato: la musica. Ho saputo da fonti certe che esistono delle vere e proprie compilation di musica per supermercato. Le melodie devono portare l’utente/consumatore ad acquistare il più possibile, senza badare a spese. Provate a entrare in un supermercato in un orario abbastanza anonimo e tranquillo (che so, le 10 di mattina): troverete una musica rilassante, vagamente new-age, uno di quei tappeti sonori sulle note del quale sarete pronti a spendere e spandere, passando mezza giornata della vostra vita in quel luogo così tetro e deprimente (nonostante musica, colori e cazzi vari). Provate invece a entrarvi alle 19 o nel quarto d’ora precedente la chiusura. Noterete come la musica sia diventata improvvisamente angosciante, insistente, quasi fastidiosa. Vi stanno dicendo che devono chiudere, la musica è incalzante per costringervi ad affrettare gli acquisti e riversarvi sulle casse come l’esercito di Agamennone alle porte di Troia. E’ un dato di fatto: più la gente ha fretta, meno si sofferma sui prezzi e sulle offerte, tira dritto verso la cassa e, nel tragitto, fa incetta di ciò che gli manca, non ha più il tempo di opporsi alle richieste incessanti dei bambini e compra di tutto: salvagenti in pieno inverno, caramelle, biscotti, canotti, ossa finte per il cane che non ha, zerbini, surgelati scaduti (e ce ne vuole per scadere, a un surgelato). La gente compra. Salvo poi trovarsi alla cassa a reclamare.
Una volta ho assistito a un diverbio tra la cassiera del supermercato vicino casa (tra l’altro, una donna sempre gentile e disponibile, mai un giorno di scazzo) e una signora che voleva applicato improrogabilmente uno sconto di 10 (dieci!) centesimi di euro su un bricco di Tavernello. Non so cosa ci fosse veramente in ballo ma, dopo dieci minuti, io e Antonio (il coinquilino, n.d.r.) abbiamo uscito di tasca 5 centesimi ciascuno porgendoli alla signora. Non vi dico la sua faccia. E non vi dico la gioia della cassiera…