Fidelity
Sunday 6 April 2008La fotografia di questo video è FANTASTICA!
La musica un po’ meno, dunque magari guardatelo senza audio.
Amo il bianco e nero!
La fotografia di questo video è FANTASTICA!
La musica un po’ meno, dunque magari guardatelo senza audio.
Amo il bianco e nero!

© almostphony
La chiamano la sindrome del supermercato. Altri assegnano a questo malessere una definizione fin troppo tecnica e impersonale: discontinuità . Lunghi anni di studio e ingenti finanziamenti pubblici hanno portato esimi professori a formulare quella che personalmente ritengo una delle tesi più affascinanti dell’intera produzione accademica dal secondo dopoguerra a oggi. Si tratta di una indiscriminata e incontrollata paura davanti all’improvviso cambiamento dei settori in un supermercato: da un giorno all’altro (e con cadenze periodiche, tra l’altro), dove prima si trovavano baguette fumanti e croissant farciti, adesso ci trovi soltanto prodotti da bagno, detersivi e stracci per pulire a terra. Dove prima campeggiavano in bella vista enormi barattoli di Nutella, adesso non puoi trovarci altro che squallidi copriwater e spazzoloni. C’è qualcuno, all’interno dei nostri supermercati che, davanti a un mutamento imprecisato nell’ordine cosmico (e con una certa dose di onnipotenza), una mattina si sveglia e decide di stravolgere tutto, cambiare le zone, redistribuire gli spazi, dare più visibilità a prodotti sì utili ma anche antiestetici (sappiamo tutti di aver bisogno della carta igienica, non c’è bisogno che ce la piazzate sotto il naso all’ingresso del supermercato).
La carta igienica, tanto per rimanere sull’esempio e darci sotto, è uno di quei prodotti che le aziende studiano e costruiscono appositamente per far vergognare i clienti. Io ne sono certo. Che bisogno c’è di ideare queste torri di rotoloni che mai e poi mai entreranno in una busta di plastica?! Che bisogno c’è di creare questi mostri di carta riciclata (sic!) che ognuno di noi è poi costretto a portare sotto braccio, neanche fosse una baguette?! Tempo fa avevano deciso di comprimere i rotoli di carta igienica. Bella idea, davvero. Ce ne stavano la metà dentro quella confezione ma, non paghi, invece di dimezzare le confezioni ne hanno semplicemente messo il doppio nello scomparto originale. Dei geni. Il risultato era che noi poveri mortali continuavamo a trascinarci dietro torri di pisa igieniche però (e che però!) avevamo a disposizione il doppio di rotoli. Vuoi mettere?! Che impagabile soddisfazione…
Tornando alla sindrome del supermercato, tale teoria è stata negli anni arricchita da numerosi corollari e impicci vari. Per esempio, un aspetto di tale sindrome è l’assoluta incapacità da parte dell’utente/consumatore di relazionarsi con uno scaffale di oggetti appartenenti allo stesso tipo e alla stessa marca, ma dalle caratteristiche apparentemente diverse. A me, per esempio, capita di rimanere immobile per lunghissimi minuti davanti allo scaffale dello shampoo, piuttosto che quello del tè. Io non riesco mai a decidermi. Per me, la vasta scelta (tanto pubblicizzata da questi supermercati) è veramente un danno, una croce, un’angoscia reiterata. Solitamente dopo un minuto scarso, il mio coinquilino mi lascia per continuare il giro, ma io stoicamente resisto. Non posso andarmene da questo luogo senza uno shampoo. E dunque, diligentemente e con notevole perizia tecnica, comincio a svitare tutti i tappetti per sentire l’odore. A volte sembrano tutti uguali (specie con il raffreddore), altre volte invece assumono profumazioni diverse (le case produttrici di shampoo utilizzano una matrice comune e poi ci schiaffano dentro essenze per far risaltare un particolare aroma e poter chiamare il nuovo shampoo “Delicato ai fiori del Sichuan” oppure “Anti-forfora al profumo di more selvatiche della Patagonia”, sappiatelo!). Ed è così che io passo una buona mezzora davanti a quello scaffale, prima di decidermi per il solito shampoo.
E qui arriviamo al terzo capitolo di questo affascinante mondo nella sindrome del supermercato: la musica. Ho saputo da fonti certe che esistono delle vere e proprie compilation di musica per supermercato. Le melodie devono portare l’utente/consumatore ad acquistare il più possibile, senza badare a spese. Provate a entrare in un supermercato in un orario abbastanza anonimo e tranquillo (che so, le 10 di mattina): troverete una musica rilassante, vagamente new-age, uno di quei tappeti sonori sulle note del quale sarete pronti a spendere e spandere, passando mezza giornata della vostra vita in quel luogo così tetro e deprimente (nonostante musica, colori e cazzi vari). Provate invece a entrarvi alle 19 o nel quarto d’ora precedente la chiusura. Noterete come la musica sia diventata improvvisamente angosciante, insistente, quasi fastidiosa. Vi stanno dicendo che devono chiudere, la musica è incalzante per costringervi ad affrettare gli acquisti e riversarvi sulle casse come l’esercito di Agamennone alle porte di Troia. E’ un dato di fatto: più la gente ha fretta, meno si sofferma sui prezzi e sulle offerte, tira dritto verso la cassa e, nel tragitto, fa incetta di ciò che gli manca, non ha più il tempo di opporsi alle richieste incessanti dei bambini e compra di tutto: salvagenti in pieno inverno, caramelle, biscotti, canotti, ossa finte per il cane che non ha, zerbini, surgelati scaduti (e ce ne vuole per scadere, a un surgelato). La gente compra. Salvo poi trovarsi alla cassa a reclamare.
Una volta ho assistito a un diverbio tra la cassiera del supermercato vicino casa (tra l’altro, una donna sempre gentile e disponibile, mai un giorno di scazzo) e una signora che voleva applicato improrogabilmente uno sconto di 10 (dieci!) centesimi di euro su un bricco di Tavernello. Non so cosa ci fosse veramente in ballo ma, dopo dieci minuti, io e Antonio (il coinquilino, n.d.r.) abbiamo uscito di tasca 5 centesimi ciascuno porgendoli alla signora. Non vi dico la sua faccia. E non vi dico la gioia della cassiera…
Forse dovrei scrivere che i commenti sono graditissimi, anche quelli apparentemente inutili come “bello questo post!” o “mi piace come scrivi, fai un salto sul mio blog”? No, perchè… ecco… vorrei evitare di fare il patetico, ma ho bisogno della vostra vicinanza…

© marvos82
“Non esistono uomini come te, nel mio paese.”
“Grazie.”
“Ecco perchè credo nel futuro del mio paese.”
(Ninotchka, 1939)
Solo in quell’atmosfera fumosa e umidiccia dopo un bagno caldo, lui riusciva a trovarsi affascinante. O, quantomeno, bello. L’acqua grondava copiosamente dai capelli, incorniciava il volto, spioveva dalle sopracciglia e veniva imprigionata dalla corta barba, incolta e ispida. Le labbra leggermente schiuse disegnavano curve perfette. Era solo in quei momenti, dicevo, che lui credeva di essere bello. Poi, dopo essersi asciugato, riavviato i capelli con le mani e messo gli occhiali, tornava a essere la persona che era sempre stata. Ma lì, in quel bagno, tra il calore che ancora stentava a scomparire, lui si sentiva davvero bene.
Lei… beh, lei… lei era troppo anche solo per circoscriverla con parole che avrebbero assunto inevitabilmente il sapore di una sconfitta. Usare frasi, concetti e verbi per lei, per descrivere lei, era una partita persa già dall’inizio. Io sò solo che lei aveva un debole per le emozioni forti, per un libro letto con gusto, per un film visto con passione. Sò, per esempio, che lei aveva un respiro bellissimo; armonioso e profondo. Non l’ho mai sentito, ma si racconta dappertutto del suo respiro. Ogni oggetto in questa casa potrebbe dirvi qualcosa di lei. Non perchè lei qui ci sia stata, in fondo questo non lo so neanche io. Ma perchè ogni oggetto è stato visto, toccato, sentito mentre lei era presente…
Sì, dico proprio a te.
A te che entri nel mio blog cercando su Google:
“dicono che il vero amore non ha bisogno…”.
Non ha bisogno di cosa?! Sei anche subdolo/a. Cerchi una cosa senza finire la frase. E io che necessito di sapere di cosa non ha bisogno il vero amore!!! Se non hai trovato la tua risposta all’interno del mio blog (molto presumibilmente), quando l’hai trovata torna qui e dimmelo. Veloce!

© gmprod
Hai la pelle dei polpastrelli sulla gomma porosa del volante. Il piede destro poggiato delicatamente sull’acceleratore. Il sinistro invece riposa di lato. Nessuna marcia innestata. Il motore borbotta e ti sembra quasi il rumore della vecchia caffettiera che hai nella casa in campagna. C’è solo questo rumore che non dà fastidio, in questa strada desolata. Fogli di giornale sparsi sull’asfalto che non aspettano altro che essere travolti dalle tue ruote lisce e sparati in aria alla velocità della luce. Per andare via, per muoversi quantomeno. L’orizzonte sembra fondersi con questa linea di catrame che si para dritta davanti ai tuoi occhi. La segui sicuro di non poterla perdere, poi la vedi sfilacciarsi in decine di linee orizzontali e tremolanti. Alcune sembrano intrecciarsi, altre mantengono la propria individualità .
Ma questa strada non sembra cambiare di una virgola. Sempre uguale. Sempre dritta. Ti viene da pensare che, con tutta probabilità , ti ci potresti lanciare alla massima velocità , superare ogni ostacolo, separare con uno schianto ben preciso la tua vita dalla tua morte, segnare un indelebile passaggio nella tua esistenza. Mentre rifletti sull’assurdità di una tale intuizione, il tuo piede destro si trova già qualche centimetro più un basso rispetto alla posizione che aveva prima, la marcia è innestata e la frizione è da qualche secondo inesistente.
Sono 60.
Ma sì, in fondo, che importa? Vivrai quegli attimi di assoluta atarassia, indeciso se sterzare bruscamente (a destra o a sinistra, poco importa), così, tanto per provare un brivido. Per andare via, per muoversi quantomeno.
Sono 80.
Il brivido della velocità non lo senti su un rettilineo; lo senti in una curva, in quel leggero inclinarsi dell’abitacolo, nelle ruote che sembrano staccarsi leggermente da terra e buttarsi alle spalle secoli di teorie gravitazionali.
Sono 100. E 120. 140.
Il brivido della velocità lo senti nell’asfalto ruvido, nei fossi improvvisi e nel pietrisco sotto le ruote. Il brivido della velocità lo senti quando hai di fronte una persona che si inumidisce gli occhi di te.
Sono 160 e velocemente 180.
Il brivido della velocità non lo puoi sentire su un rettilineo.
Ma oramai hai deciso. Forse potrai sentire la scossa nella spina dorsale solo quando la pista finirà . Quando la tua macchina si accartoccerà . Quando di te non troveranno quasi nulla. Della macchina, tutto. Ma di te, nulla.
Sono 240.
Eccola. Infida. Subdola. Perfida. Ma tremendamente affascinante.
Ha gli occhi di una donna orientale, così profondi da perdere il senno per qualche istante, poi riacquistarlo e poi perderlo per sempre. Ha il tiepido profumo di una primavera. Ha la pericolosità di un sentiero di montagna. Ha il tremore tipico dei potrei e l’assurdità dei vorrei. Ha il calore di un pomeriggio estivo passato sui libri, l’odore di vernice fresca, il sapore di un tè sorseggiato da una bocca e un corpo influenzati, la magnifica mistura di musica e parole, il pericolosissimo riconoscersi a pelle, la sensazione di leggera follia, l’inutile ricerca di un senso da dare a una sensazione, la palpabile esigenza di essere lì dove tu sei, l’inevitabile bisogno che ne scaturisce.
Ha tutto questo dentro.
E’ solo una curva, ma ha tutto questo dentro.
(E pensare una donna…)
A 240 km/h non è facile. Non lo è per nessuno.
A maggior ragione non può esserlo per chi s’era abituato al rettilineo.
Per chi, in un modo o nell’altro, s’era assefuatto a quell’atarassia. S’era già fatto in testa una visione della propria vita. E dover lasciare tutto per buttarsi a capofitto in una curva a 240 km/h non è da tutti. Vorresti un po’ di tempo per pensare, ma il tempo ha fretta di fuggire altrove.
L’ultima cosa che pensi, dopo aver deciso cosa fare, è:
“Vorrei non cambiare mai più quella frase”.
Attenzione… Questo è un post ad altissimo contenuto autoreferenziale (molto più del solito, quantomeno… mmm… ehm… ok, come gli altri!). Detto questo, sono lieto di comunicare al gentile pubblico (pagante, com’è ovvio) di essere stato sottoposto a una intervista dal bravissimo Libero per la sua rubrica “Fotografi nel web”. Non si sa come, non si sa perchè, ma Libero ha ritenuto di dovermi intervistare in quanto esponente di questa fascia protetta. Sì, avete capito bene! E ora, io che sono notoriamente schivo, riservato e modesto (!), mi ritrovo tra le sue pagine a raccontare una delle mie passioni. Non è stato per niente facile rispondere alle sue domande, per cui abbiate pietà delle mie parole e soprattutto delle mie fotografie. Io lo ringrazio per questa opportunità e, come sempre, rimango basito davanti ai suoi complimenti. Quasi dimenticavo, l’intervista la trovate qui.