Archivio di aprile 2008

Recentemente ho scoperto che… #3

domenica, 13 aprile 2008

[continua da qui]

17. mia madre stava pensando di votare la Santanchè;
18. è possibile passare mezza giornata al telefono;
19. fare radio sul web fa “bruciare” un sacco di post;
20. twitter è sempre più una droga (sic!);
21. mi piace usare millemila avverbi;
22. c’è sempre qualcosa di nuovo da dirsi;
23. non c’è limite al numero di emoticon che si possono usare;
24. tuuu mi hai linkaaato (cit.).

[continua]

Il Giancarlo Giannini de noantri

sabato, 12 aprile 2008

“Ma Rosalia, ma che minchia di tradimento jè?
Mi fai proprio cascare le braccia!
Con uno che fa o’ finanziere, che avi cinque figli,
dentro la cabina della gru e che si chiama pure Amilcare!”

(Mimì metallurgico ferito nell’onore, 1972)

Lo noto quasi subito.
Mi viene incontro con un passo apparentemente saldo e sicuro, come chi cammina sulla propria vita certo di non poter schiacciare neanche un uovo sotto la suola delle scarpe. Porta un vestito elegante bianco (o comunque color panna) leggermente sgualcito intorno ai gomiti, una camicia azzurra perfettamente stirata, una cravatta rosa pallido. I capelli non sono corti e fanno il verso al colore del vestito. Gli occhi opachi sono di un azzurro intenso e capisco che l’appannamento è dovuto a qualcos’altro. Lo guardo incedere verso me in quell’angusto marciapiede che costeggia la recinzione poco prima del ponte sulla stazione Tiburtina. Mi sa di vecchio, di domeniche passate a chiacchierare davanti a un quartino, di briscole-scope-tressette, di profumo di colonia, di barbe fatte con corti pennelloni, di brillantina sui capelli, di odore di sigaro, di poker fumosi, di brandy, di donne fatte innamorare con la potenza di uno sguardo, di nipotini adoranti, di una guerra che lascia il segno, di una piccola cicatrice sopra l’orecchio, di dolori e gioie, di sogni rappresi e di colpi di culo improvvisi.
L’ho silenziosamente proclamato il mio Giancarlo Giannini personale. Così tenero e sfacciato con quelle due bottiglie di birra infilate nelle tasche della giacca.

RadioSlup puntata 0: e delirio fu!

mercoledì, 9 aprile 2008

Un martedì sera qualunque.
Un orario qualunque. 22:30.
Due voci qualunque (la mia più qualunque ancora della sua).
Un’ora e mezza di diretta radiofonica su Ustream per la puntata 0 di RadioSlup. Un’ora e mezza di delirio, con comprensibilissimi errori e patemi d’animo da parte dei due conduttori e tante risate per quella che voleva essere una prova di mezzora e si è tramutata in una puntata a tutti gli effetti.
Non so se la cosa si ripeterà, sia ben chiaro.
Ci vuole molto più coraggio del previsto.
Per chi volesse, ecco il podcast.

Radiosglaps & A te BB

lunedì, 7 aprile 2008

Io lo sapevo che, prima o poi, avrei fatto qualcosa di cui vergognarmi per il resto dei miei giorni. Scherzi a parte, in un pomeriggio domenicale di scazzo mi è venuto in mente un mio vecchio post. E già sul fatto che i miei vecchi post risorgano dalle viscere della mia mente (che immagine poetica) ci sarebbe da discuterne a lungo. Sulla falsariga di quel post che qualcuno osò definire “avanti anni luce”, cominciai a trastullarmi con le note di “A te” di Jovanotti fino a trasformarla in uno scherzoso e ammiccante inno a BB (e qui BB non sta per Brigitte Bardot, ‘gnuranti!). Non so bene come mai, ma tempo due minuti ed ero lì pronto davanti al Mac per registrarla. In serata, durante il piacevole ascolto di Radiosglaps della bravissima Fran, la folgorazione. “Ora le mando il file e vediamo che succede!”. E’ stato solo un pensiero di qualche millesimo di secondo, ma sufficiente affinchè la mia mente perversa contattasse autonomamente Fran su Skype e le proponesse il pericolosissimo file. Detto, fatto. Diretta radiofonica. Tante risate.
Ora… io l link al podcast e alla canzone ve li lascio volentieri.
Voi promettete di non ridere troppo di me, pliz!

Fidelity

domenica, 6 aprile 2008

La fotografia di questo video è FANTASTICA!
La musica un po’ meno, dunque magari guardatelo senza audio.
Amo il bianco e nero!

Non ascoltate la reclame

domenica, 6 aprile 2008


© almostphony

La chiamano la sindrome del supermercato. Altri assegnano a questo malessere una definizione fin troppo tecnica e impersonale: discontinuità. Lunghi anni di studio e ingenti finanziamenti pubblici hanno portato esimi professori a formulare quella che personalmente ritengo una delle tesi più affascinanti dell’intera produzione accademica dal secondo dopoguerra a oggi. Si tratta di una indiscriminata e incontrollata paura davanti all’improvviso cambiamento dei settori in un supermercato: da un giorno all’altro (e con cadenze periodiche, tra l’altro), dove prima si trovavano baguette fumanti e croissant farciti, adesso ci trovi soltanto prodotti da bagno, detersivi e stracci per pulire a terra. Dove prima campeggiavano in bella vista enormi barattoli di Nutella, adesso non puoi trovarci altro che squallidi copriwater e spazzoloni. C’è qualcuno, all’interno dei nostri supermercati che, davanti a un mutamento imprecisato nell’ordine cosmico (e con una certa dose di onnipotenza), una mattina si sveglia e decide di stravolgere tutto, cambiare le zone, redistribuire gli spazi, dare più visibilità a prodotti sì utili ma anche antiestetici (sappiamo tutti di aver bisogno della carta igienica, non c’è bisogno che ce la piazzate sotto il naso all’ingresso del supermercato).
La carta igienica, tanto per rimanere sull’esempio e darci sotto, è uno di quei prodotti che le aziende studiano e costruiscono appositamente per far vergognare i clienti. Io ne sono certo. Che bisogno c’è di ideare queste torri di rotoloni che mai e poi mai entreranno in una busta di plastica?! Che bisogno c’è di creare questi mostri di carta riciclata (sic!) che ognuno di noi è poi costretto a portare sotto braccio, neanche fosse una baguette?! Tempo fa avevano deciso di comprimere i rotoli di carta igienica. Bella idea, davvero. Ce ne stavano la metà dentro quella confezione ma, non paghi, invece di dimezzare le confezioni ne hanno semplicemente messo il doppio nello scomparto originale. Dei geni. Il risultato era che noi poveri mortali continuavamo a trascinarci dietro torri di pisa igieniche però (e che però!) avevamo a disposizione il doppio di rotoli. Vuoi mettere?! Che impagabile soddisfazione…
Tornando alla sindrome del supermercato, tale teoria è stata negli anni arricchita da numerosi corollari e impicci vari. Per esempio, un aspetto di tale sindrome è l’assoluta incapacità da parte dell’utente/consumatore di relazionarsi con uno scaffale di oggetti appartenenti allo stesso tipo e alla stessa marca, ma dalle caratteristiche apparentemente diverse. A me, per esempio, capita di rimanere immobile per lunghissimi minuti davanti allo scaffale dello shampoo, piuttosto che quello del tè. Io non riesco mai a decidermi. Per me, la vasta scelta (tanto pubblicizzata da questi supermercati) è veramente un danno, una croce, un’angoscia reiterata. Solitamente dopo un minuto scarso, il mio coinquilino mi lascia per continuare il giro, ma io stoicamente resisto. Non posso andarmene da questo luogo senza uno shampoo. E dunque, diligentemente e con notevole perizia tecnica, comincio a svitare tutti i tappetti per sentire l’odore. A volte sembrano tutti uguali (specie con il raffreddore), altre volte invece assumono profumazioni diverse (le case produttrici di shampoo utilizzano una matrice comune e poi ci schiaffano dentro essenze per far risaltare un particolare aroma e poter chiamare il nuovo shampoo “Delicato ai fiori del Sichuan” oppure “Anti-forfora al profumo di more selvatiche della Patagonia”, sappiatelo!). Ed è così che io passo una buona mezzora davanti a quello scaffale, prima di decidermi per il solito shampoo.
E qui arriviamo al terzo capitolo di questo affascinante mondo nella sindrome del supermercato: la musica. Ho saputo da fonti certe che esistono delle vere e proprie compilation di musica per supermercato. Le melodie devono portare l’utente/consumatore ad acquistare il più possibile, senza badare a spese. Provate a entrare in un supermercato in un orario abbastanza anonimo e tranquillo (che so, le 10 di mattina): troverete una musica rilassante, vagamente new-age, uno di quei tappeti sonori sulle note del quale sarete pronti a spendere e spandere, passando mezza giornata della vostra vita in quel luogo così tetro e deprimente (nonostante musica, colori e cazzi vari). Provate invece a entrarvi alle 19 o nel quarto d’ora precedente la chiusura. Noterete come la musica sia diventata improvvisamente angosciante, insistente, quasi fastidiosa. Vi stanno dicendo che devono chiudere, la musica è incalzante per costringervi ad affrettare gli acquisti e riversarvi sulle casse come l’esercito di Agamennone alle porte di Troia. E’ un dato di fatto: più la gente ha fretta, meno si sofferma sui prezzi e sulle offerte, tira dritto verso la cassa e, nel tragitto, fa incetta di ciò che gli manca, non ha più il tempo di opporsi alle richieste incessanti dei bambini e compra di tutto: salvagenti in pieno inverno, caramelle, biscotti, canotti, ossa finte per il cane che non ha, zerbini, surgelati scaduti (e ce ne vuole per scadere, a un surgelato). La gente compra. Salvo poi trovarsi alla cassa a reclamare.
Una volta ho assistito a un diverbio tra la cassiera del supermercato vicino casa (tra l’altro, una donna sempre gentile e disponibile, mai un giorno di scazzo) e una signora che voleva applicato improrogabilmente uno sconto di 10 (dieci!) centesimi di euro su un bricco di Tavernello. Non so cosa ci fosse veramente in ballo ma, dopo dieci minuti, io e Antonio (il coinquilino, n.d.r.) abbiamo uscito di tasca 5 centesimi ciascuno porgendoli alla signora. Non vi dico la sua faccia. E non vi dico la gioia della cassiera…

Mah!

sabato, 5 aprile 2008

Forse dovrei scrivere che i commenti sono graditissimi, anche quelli apparentemente inutili come “bello questo post!” o “mi piace come scrivi, fai un salto sul mio blog”? No, perchè… ecco… vorrei evitare di fare il patetico, ma ho bisogno della vostra vicinanza…

Loro

sabato, 5 aprile 2008


© marvos82

“Non esistono uomini come te, nel mio paese.”
“Grazie.”
“Ecco perchè credo nel futuro del mio paese.”

(Ninotchka, 1939)

Solo in quell’atmosfera fumosa e umidiccia dopo un bagno caldo, lui riusciva a trovarsi affascinante. O, quantomeno, bello. L’acqua grondava copiosamente dai capelli, incorniciava il volto, spioveva dalle sopracciglia e veniva imprigionata dalla corta barba, incolta e ispida. Le labbra leggermente schiuse disegnavano curve perfette. Era solo in quei momenti, dicevo, che lui credeva di essere bello. Poi, dopo essersi asciugato, riavviato i capelli con le mani e messo gli occhiali, tornava a essere la persona che era sempre stata. Ma lì, in quel bagno, tra il calore che ancora stentava a scomparire, lui si sentiva davvero bene.

Lei… beh, lei… lei era troppo anche solo per circoscriverla con parole che avrebbero assunto inevitabilmente il sapore di una sconfitta. Usare frasi, concetti e verbi per lei, per descrivere lei, era una partita persa già dall’inizio. Io sò solo che lei aveva un debole per le emozioni forti, per un libro letto con gusto, per un film visto con passione. Sò, per esempio, che lei aveva un respiro bellissimo; armonioso e profondo. Non l’ho mai sentito, ma si racconta dappertutto del suo respiro. Ogni oggetto in questa casa potrebbe dirvi qualcosa di lei. Non perchè lei qui ci sia stata, in fondo questo non lo so neanche io. Ma perchè ogni oggetto è stato visto, toccato, sentito mentre lei era presente