Il sentiero dell’unificazione

© bastet
11 marzo 2008
Il rapporto annuale del Dipartimento di Stato americano rivela che la Cina non è più nella lista nera Usa dei Paesi responsabili del maggior numero di violazioni dei diritti umani.
Da qualche giorno ormai, la situazione a Lhasa e in tutte le regioni limitrofe è diventata insostenibile. Fonti cinesi parlano di una decina di morti, la realtà potrebbe essere ancora più grave. Le strade della capitale sono invase dai blindati cinesi e offuscate dai fumi dei lacrimogeni. Dopo qualche giorno di assoluto silenzio da parte dei più importanti mezzi di comunicazione italiani (silenzio non dovuto alla mancanza di notizie, dato che i tg non avevano riportato con immediatezza neanche l’inizio della Marcia del ritorno in Tibet iniziata il 10 marzo a Dharamsala, in India), finalmente trapela qualche notizia e l’opinione pubblica si riscuote dal proprio torpore, salvo poi ritornarci tra qualche giorno, quando la situazione sarà tornata alla normalità e del Tibet non fregherà più niente a nessuno. Il rapporto è proporzionale: se una cosa non interessa a chi fa televisione, allora non interesserà neanche ai cittadini. Legge matematica.
Però qui mi preme sottolineare il rapporto tra la notizia di cui sopra e ciò che succede in Tibet. Federico Rampini, corrispondente della Repubblica in Cina, sottolinea come, da parte del regime cinese, “la svolta nella comunicazione è evidente. La fine del blackout di notizie da Lhasa coincide con una drammatizzazione a senso unico per creare un alibi alle prossime azioni repressive. Scaduto l’ultimatum (mezzanotte di lunedì, n.d.r.), i metodi della polizia e dei reparti paramilitari potranno seguire una escalation del terrore che i tibetani hanno già sperimentato nelle rivolte del passato: perquisizioni a tappeto, retate di massa, deportazioni, torture dei prigionieri. Pechino ora lascia filtrare delle notizie dal Tibet per tentare di influenzare ciò che viene a sapere il resto del mondo.” E magari qualcuno si lancerà nella solita requisitoria: “e vabbè, ma questi tibetani se le cercano”, “ma non lo sanno con chi hanno a che fare?”, ecc ecc…
Gli eventi di questi giorni, le Olimpiadi d’agosto, la presa di posizione americana circa la violazione dei diritti umani in Cina sono tutti eventi collegati. Tutto nasce da una questione di principio, secondo la quale la Cina non lascerà mai il Tibet libero poichè questo aprirebbe “la stura a rivendicazioni destabilizzanti e incompatibili con la logica autoritaria del regime. Questa è la lezione tragicamente memorizzata dal gruppo dirigente attuale, ed è di pessimo auspicio per il destino dei tibetani nei prossimi giorni.”
E stavolta neanche i migliori amici del Dalai Lama potranno aiutarlo, poichè sono amici bravissimi a invitarlo in ogni parte del mondo per tenere conferenze, ma sono anche coloro che a parole combattono il regime autoritario cinese e con i fatti non fanno altro che accrescerne lo strapotere (mediatico e non).




16 March 2008 alle 13:00
La legge matematica altro non è che il famoso gatekeeping. Ricordo con orrore una delle formule della notiziabilità : “Un europeo vale 28 cinesi, due minatori gallesi equivalgono a 100 pakistani”.
Mi chiedo ancora a chi sia venuto in mente di realizzare le Olimpiadi in un paese che si rende responsabile di certi crimini.
16 March 2008 alle 14:32
@MDV: questa cosa è davvero orribile! Ci sto riflettendo da una decina di minuti…