Archivio di March 2008

Volevo solo stare a letto!

Monday 31 March 2008


© fofurasfelinas

Che poi molto probabilmente ti sto sogn………….
… sveglio. Sono sveglio.
Allungo una mano, prendo il cellulare. Un sms. Inviato alle 5:51.
Sorrido. Se si può chiamare sorriso un’espressione ebete.
“E’ grave?”. No, che non lo è. Guardo l’ora. 8:37.
Ah, vabbè… C’è ancora del………. che cazzo di ore sono???!!!
Mando un sms di risposta e telefono a Valentina.

“Ehm, Vale… C’è un problema. Sono mortificato.”
“Dove sei? Che succede?”
“Ho appena aperto gli occhi.”
“Ah…”
“Mi dispiace. Mi vesto e cerco di arrivare presto.”
“Ma cosa hai fatto stanotte?!”
“Ehm… Arrivo, và.”

Ora sento le voci. Quelle dei bambini. Quella della maestra più odiosa che io abbia incontrato in questo tirocinio. E mentre ero lì a usare forbici, scotch & co. pensavo al mio letto, al tepore delle coperte, a una conversazione continua che vorrei non finisse mai. Mi fanno male le dita, ho mal di gola e le orecchie fanno male per la presenza costante delle cuffie.
Ma sto bene.

Sì, mi piacerebbe…

Sunday 30 March 2008


© jacac

Improvvisamente ho avuto la sensazione che tutto potesse tornare. La primavera dell’anno scorso, l’inizio dell’estate, quell’agosto così pericolosamente vissuto. Improvvisamente ho sentito che forse non tutto si è rotto. Sparsi sul tavolo ci sono i cocci della mia vita che pian piano qualcosa o qualcuno ha scalfito. Finora avevo provato con la colla vinilica, con lo scotch, con la mollica umida (quella che si usava una volta per attaccare le figurine dei calciatori). Però adesso c’è quest’odore di primavera che entra dalla finestra aperta. Finisco di mordermi le labbra per la quarta volta consecutiva. Dormo poco la notte. E vorrei mi fosse regalato un bel campo di grano dove poter correre senza inciampare.
Dove poter aspettare l’alba.

Come due somari - Samuele Bersani

Sunday 30 March 2008

Andiamo a stenderci comodi in profondità
giù fra i crepacci bui col diavolo che ci ospita,
se poi riusciremo a riportarlo su
si divide come un premio… non lo dico più.
Occorre spingere ai limiti la carrucola
con le scintille fra le mani e poi la corda se ne va,
noi due come due somari siamo senza strategia
e abbiamo perso l’indirizzo per andar via…
“E’ l’occasione di lasciar perdere?”
si chiedono gli amanti chiusi a chiave in hotel.
Con l’inflessione dialettale che ho,
non prendermi sul serio sono un impostore.
Sarò la causa di ogni preoccupazione,
una specie di provocatore di risse da bar,
se non fosse che tu sei pacifica…
Avrei un bernoccolo e un taglio da suturare
con dei punti ma voglio sperare
che questo con te sia impossibile…
Avendo l’ultimo fiammifero non lo sprecherei
su un muro umido ad accenderlo io non ci proverei,
e poi non mi parlarmi adesso della claustrofobia.
Lì c’è l’uscita e là l’ingresso, siamo a un crocevia.
“E’ l’occasione di lasciar perdere?”
si giurano gli amanti chiusi a chiave in hotel.
Con l’inflessione dialettale che ho
ti posso ipnotizzare, sono un traditore…
Sarò la causa di ogni allucinazione,
una specie di dirottatore di tapis-roulant
comperati di notte al telefono.
La solitudine no che non è un affare,
ti fa credere di risparmiare e invece
non è che uno sperpero di stagioni inutili
e di anni andati via
davanti a un calendario
e la colpa è soltanto mia…

Aggiungerei odioso…

Saturday 29 March 2008


© artsyt

“Vi è qualcosa di curiosamente noioso nella felicità altrui:
quel che comunica non può generare compassione.”

(Stefano Rodotà)

Diciamocelo. Una persona felice è veramente insopportabile. Non solo diventa noiosa, perchè probabilmente non fa altro che parlare del motivo della propria felicità, ma assurge pian piano a essere odioso per antonomasia. Più odiose ancora sono quelle persone che non conosci e che te le ritrovi davanti, magari sull’autobus o in metro, piuttosto che in fila al supermercato: ridono con gli occhi e tu vorresti tanto piantargli una ginocchiata in fronte oppure fargli cadere il cestino pieno di spesa sui piedi. Così, per provocare un dolore, anche se momentaneo. Per spezzare i loro pensieri, per godere solo per qualche attimo del loro dispiacere. Per essere felici con poco. Mi ritrovo immobilizzato tra corpi più alti di me, gente che sbuffa, cinesi con enormi sacchi dove non si sa cosa nascondano. E lui ride. Si trova a qualche persona di distanza da me e lo vedo ridere. Non con la bocca. Ride con gli occhi, questo emerito sconosciuto che si permette di essere spudoratamente felice di fronte a me. Credo di non riuscire a sopportarlo ancora a lungo. Scenderei alla prossima fermata, se solo ci fosse meno gente sull’autobus. Una delle cose che proprio non mi riesce è sgomitare chiedendo permesso per arrivare davanti alla porta pieghevole. Oppure chiedere alla persona davanti a me “Scusi, scende alla prossima?”. Ogni volta che lo chiedono a me, mi viene sempre da rispondere “‘zzo te ne frega?! Se devi scendere, mi sposto!”. Ho perso il filo. Ah, sì… Scenderei alla prossima fermata, ma materialmente non posso. Allora comincio a trovare altro a cui pensare. Mi fisso le scarpe, con evidenti difficoltà, visto e considerato lo stato di compressione al quale sono sottoposto. Cerco di prendere l’iPod dalla tasca ma le mie mani sono bloccate ad altezza capezzolo. Fisso altri passeggeri distratti, ma scopro che la loro tristezza è quasi più insopportabile della felicità dell’emerito sconosciuto. E questo per un semplicissimo motivo: la loro tristezza, unita alla mia, sancisce inequivocabilmente che l’emerito sconosciuto è l’unica persona felice in questo scascinatissimo autobus. E gode nel farcelo notare. Poi mi viene da pensare a una cosa davvero angosciante: e se il suo stato di felicità quasi assoluta sia inevitabilmente destinato a mutare repentinamente in uno stato di tristezza/dolore/paura?! Forse il nostro autobus si sta dirigendo velocemente verso la distruzione! Devo scendere. E’ diventato un bisogno impellente!!! Un po’ per sottrarmi a questa fastidiosa e sfacciata felicità, un po’ per evitare una morte comica. Le porte si aprono. Una fiumana di gente si riversa fuori. Che tutti abbiano avuto la mia stessa idea?! Lasciarlo solo con la propria effimera e caduca felicità?!

Credo nei prossimi cinque minuti

Saturday 29 March 2008


© antonionemoamato

Il rumore metallico della piccola tazza d’acciaio che sbatte su altro ferro. Le bollicine nell’acqua. Dicono si chiami acqua di prima ebollizione ma, in fondo, poco importa. La verso nella tazza peruviana gialla e blu, aggiungo due cucchiaini di zucchero e immergo il piccolo contenitore di terracotta con dentro la mistura di tè indiano che ho comprato ieri. Il piccolo rituale mattutino è più lento del solito oggi. Sarà che siamo finalmente arrivati a sabato, sarà che mi sono alzato senza alcuna voglia. Ripenso a quell’incontro fortuito e a tratti già stabilito da chissà cosa o chissà chi, a quel caldo sfiorarsi di sguardi distratti e presenti… e più mi dico di non farci caso, più torno a pensarci. Decretare falsa indifferenza quando invece vorresti mollare tutto a chi ti segue e presentarti lì con un “caffè?” buttato sul tavolo quasi per caso, come una carta giocata controvoglia ma giudicata quasi vincente. O in potenza di vincere. Ma è una cosa che non si fa, non si fa perchè non si è molto sicuri del proprio aspetto e forse converrebbe attendere un momento migliore. Cominciare a credere in quei prossimi cinque minuti, quelli dove ci si gioca in prima persona. Ci si mette la faccia, le parole, la vita. E sei lì. Bicchiere marrone fumante e pochissima voglia di essere ancora in quella fase. Ma ci si deve passare. E sai che quel giorno salirai le scale del Dipartimento seguendo un ordine particolare; un gesto apotropaico che ti porti dietro da quando, in una fredda mattina di dicembre messinese, vedesti il tuo Professore praticare questa sequenza particolarissima sulle scale. Forse non la ripeti nella giusta maniera, ma serve… Eccome!

Soundtrack: Closer - Travis

Una dose massiccia

Friday 28 March 2008


© antonionemoamato

Tanto per comunicarvi che, negli ultimi giorni, ho aggiunto più di 20 foto nuove su Flickr. Parziale ritorno al b/n (un vecchio amore, direi), tonalità seppiose e a tratti trecentesche. Dai negativi non sembrava, invece devo dire di essere rimasto parecchio soddisfatto da alcuni scatti. In particolare quelli usciti fuori dalla Canon AT-1 (macchina della fine degli anni ‘70) equipaggiata con un 55mm 1:8. Obiettivo sbalorditivo. Osservate.

La soggettiva di un romantico

Thursday 27 March 2008


© brunogirin

Io cammino senza ombrello. Le rare volte in cui ho deciso di portare nella borsa uno di questi orrendi e sgangherati aggeggi, non ha piovuto. Oppure ha piovuto così leggerissimamente da costringermi a usarlo (chè io sono uno di quelli che, se una cosa ce l’ha, la usa… senza mezzi termini) per poi, a mini-pioggia finita, infilarlo umidiccio nella borsa. Ed è una cosa che mi ha da sempre infastidito. Quando andavo a scuola, facevo un quarto d’ora di strada a piedi. Sole, vento, pioggia, grandine, io stavo sempre senza ombrello. Al massimo un cappuccio. E così anche oggi, quando vedo una spavalda Serenella coperta da un gigionesco ombrello blu/violetto. “E te?! Senza ombrello?!”. Ho bofonchiato qualcosa, lo ammetto. Sembro sempre in perenne imbarazzo quando mi vedo con lei. Però basta qualche battutina, basta il suo parlare con il mio accento e passa tutto. Tutto sommato, direi che si tratta di giorni sereni; qualche inquietudine di fondo, ma roba passeggera. Roba che basta un incontro fortuito e improvvisato per cacciare via. Certo, devo digerire 42 bambini al posto di 18; io che mi immaginavo un pomeriggio tranquillo a fare aquiloni con un numero decente di fanciulli corretti e disciplinati, la pioggia che picchietta sui vetri, quest’odore da scuola elementare. Invece mi ritrovo in balia di 42 piccoli diavoletti che non fanno altro che: tapparsi la bocca con i pezzi di scotch telato, picchiarsi con le bacchettine di legno ramino, frustarsi con il filo robusto per la macchina da cucire. Quando mi sono incontrato con Serenella, avevo ancora le mani che mi tremavano. Chè poi, in queste scuole, non appena ci entro mi sembra di avere la febbre. Saranno i riscaldamenti troppo alti, saranno le centinaia di germi e batteri nascosti ovunque, sarà la solerzia di bidelle e maestre. Io mi sento fisicamente male. Poi basta uscire un attimo, prendere quelle due tre gocce di pioggia in testa, respirare un po’ di aria fresca e tutto si ristabilizza… Ho ancora la mia voce in testa. Stridula come quella di una maestra alle porte della pensione. Una voce odiosa, che non sapevo di possedere. “Vi ho detto di mettere le forbici in tasca!”. Avrei voluto aggiungere un malimortaccivostra, ma ci ho ripensato.
E’ bastato un autobus mentre pioveva.
Qualche discorso monotematico.
La compagnia complice di Serenella.
(E il mio sorriso ebete).

Una questione importante

Thursday 27 March 2008


© chilun

La caduta (o il restauro) della torre di BlogBabel ti spinge a cercare metodi alternativi per seguire le discussioni di quest’accozzaglia informe che viene comunemente definita blogosfera. Un po’ perchè siamo in campagna elettorale e, si sa, è bello leggere i post di chi la pensa come te così come è altrettanto affascinante scartabellare tra i post di chi non è assolutamente in sintonia politica con te. Mi imbatto dunque in uno strumento di Repubblica.it: NetMonitor. “NetMonitor - si legge sul sito - è parte dello speciale Elezioni di Repubblica.it ed ha lo scopo di seguire la conversazione dei blog in campagna elettorale”. Non si tratta propriamente di un aggregatore, ma vi è dietro un tot numero di giornalisti che leggono quotidianamente centinaia dei nostri interventi e li condensano in un post abbastanza uniforme e sintetico. Si tratta di un occhio sulla rete, sui blog e sulle discussioni politiche che possono nascere tra i vari blog. Si tratta di quello che alcuni di noi volevano. Poter smettere di essere una voce nel deserto e assurgere finalmente a un ruolo ben definito. Solo che io qualche dubbio ce l’ho, lo confesso. Si tratta di dubbi atavici, tant’è vero che il mio non è un blog politico-sociale-economico… proprio nell’esatta misura in cui io non sono un politico, uno psicologo, un economista. Se scrivo qualcosa lo faccio nel più puro stile barista; cioè, lo faccio come se ne stessi parlando con amici, analizzo una situazione politica come lo farei a tavola con mio padre o per strada con qualcuno. Il fatto che la mia opinione si trovi su Internet non è il sigillo di garanzia che qualunque puttanata io abbia scritto debba avere più valenza del mio vicino che dice la sua su Berlusconi o su Veltroni. In parole povere, il fatto che io abbia un blog e che scriva di politica (ogni tanto, nel mio caso) non mi fa diventare nè un esperto nè un guru. Rimane la mia opinione da cittadino. Punto. E non usciamocene con gli slogan tanto cari al Walter nazionale, sulla falsariga del “la politica siete voi”, ecc ecc… Per la stragrande maggioranza degli italiani, “sentire di essere politica, di fare politica” succede solo nel momento in cui mettono una crocettina sulla scheda elettorale. Punto. Poi si torna a casa e ci si continua a lamentare. Come faccio io. Nella vita e sul mio blog. E ce ne accorgeremo quando, tra qualche anno, tutti avranno un blog. Nessun giornalista seguirà più questo mondo, perchè sarà la fedele riproduzione dell’Italia che vive.

Giugno, dov’eri?

Wednesday 26 March 2008

Copio&incollo spudoratamente un mio commento ad un post di Serenella, datato giugno 2007. Sembra non sia cambiato nulla, certe cose potrei riscriverle oggi con tutta tranquillità.

A volte sento la necessità di andare oltre questo stupido schermo, riconosco con occhio clinico che questo modo di “conoscere” le persone mi sta prendendo la mano e che forse dovrei smetterla, fare un giro al parco e attaccare bottone con qualcuna. Ma poi mi dico “Perchè? Prima di internet avresti mai attaccato bottone così facilmente?” e la risposta è sempre e comunque “No”. Però, se c’è qualcosa di positivo in tutto questo, sta proprio nella virtualizzazione della cosa. Siamo diventati come degli hard disk (o forse lo siamo sempre stati): accumuliamo file relativi ad una persona e quella persona prima o poi arriverà a saturare lo spazio ed è in quel momento che dovremo cancellare qualcosa. E quando ci accorgiamo che l’altro hard disk al quale siamo connessi ha cominciato sistematicamente a cancellare i nostri file, succede più o meno la stessa cosa (con tempi e modi diversi). Ma, come dei veri hard disk, i file relativi a quella persona non vengono “fisicamente” cancellati, ma rimangono lì finché altri file non li sovrascrivono. Solo che, a quel punto, abbiamo tremendamente paura di connetterci ad un altro hard disk. E lo capisco.

E rigalo quel vetro…

Monday 24 March 2008

Ho ancora tanto cibo in circolo. E tanto vino. Un ottimo spumante. Qualche dolce di troppo. Fuori piove a dirotto. Sembra inverno pieno. Ho smesso di usare frasi chilometriche intervallate da inutili virgole. Uso molti punti adesso. Ieri sera una discussione semi-notturna su ciò che cerco mi ha dato parecchio materiale su cui riflettere, anche se probabilmente la mia interlocutrice non se n’è accorta. Ci sono momenti nei quali siamo di aiuto agli altri senza farci caso e non percepiamo la portata dei nostri “gesti”. La vita va. Domani sera ho il treno per Roma. Non so se ho più voglia di salire o di rimanere qui. Forse ho voglia di cambiare aria per un po’. Sto scrivendo un po’ così, senza pensarci. E questo non è da me. Istinto sì, ma non fino a questo punto…