Ha inizio oggi una nuova rubrica.
Prende spunto dal termine siculo utilizzato per descrivere un negozio particolarmente piccolo in cui si vende di tutto: la bottega. Nelle città siciliane (e non solo) il/la putìaro/a (cioè, il/la bottegaio/a) aveva il viso solcato dalle rughe, lo sguardo vispo, la parlantina accentuata e quello sdrucito grembiule. Maneggiava grossi prosciutti, teneva con una mano i sacchetti di carta marrone e con l’altra ci infilava dentro le cipolle migliori; sapeva elencarti tutti i tipi di biscotti in vendita, profumava di dolci caramelle e untuose fette di prosciutto crudo; ti faceva credito salvo poi rimbrottarti se non saldavi alla fine del mese; sapeva essere un amico e sapeva trattarti come un cencio nei giorni in prossimità del Natale, quando il suo mestiere diventava improvvisamente un peso difficile da sostenere. Questo sarà l’angolo delle confidenze da putìa, delle mie scorribande in negozi improbabili, delle mie scoperte culinarie o della mia fortunosa capacità di socializzare solo in ambienti stretti e claustrofobici. E ovviamente questa rubrica comparirà tra queste pagine virtuali il mercoledì pomeriggio, giorno di chiusura di tutte le putìe d’Italia siciliane. E’ solo in questo giorno, infatti, che il putìaro può rilassarsi e scrivere le sue memorie.
Lo vedo aggirarsi incerto tra gli scaffali ridondanti di riviste a basso costo, videocassette in regalo e libri in omaggio. Cerca qualcosa di ben preciso. Si nota a distanza. Però non chiede all’edicolante. Probabilmente non vuole subire l’onta del disprezzo o quella parvenza di normalità che di solito il proprietario del negozio instilla nelle sue riposte al vetriolo, come se ogni acquirente fosse uno sprovveduto. E dunque questo ingombrante padre di famiglia (che, a occhio e croce, mi ruba almeno quattro spanne) continua a scrutare i giornali con sempre più pessimismo. Io sfoglio un’anonima rivista di architettura, quando lo vedo illuminarsi in viso. Ha avuto il colpo di genio. Improvvisamente sa dove deve cercare. L’oggetto della sua ricerca deve trovarsi lì, in quella terra di nessuno che si interpone tra il bancone dell’edicolante e il muro dietro. E’ lì che il mefistofelicamente canuto proprietario dell’edicola depone le ambitissime scatolette colorate. Dentro ognuno di quegli scrigni sono conservate decine e decine di bustine, e dentro ogni singola bustina una quindicina di figurine. L’oggetto della bramosia di qualunque bambino. Il padre enorme e barcollante è lì che tentenna. Guarda le figurine, stima il numero di pacchetti diversi, guarda l’edicolante. Il bastardo giornalaio non lo guarda neanche in faccia, accenna un sorriso beffardo e chiede:
“Quale vuole?”
Quale vuole… Quale vuole? Quale? VUOLE?
Il padre disperato accusa il colpo, comincia a scorrere con lo sguardo l’incredibile varietà di bustine: bamboline dallo sguardo truce, guerrieri impacciati da improbabili corazze, raggi laser, nastrini colorati, automobili sfavillanti (ah, potessi permettermene una!), faccini harrypottereschi… L’uomo quasi piange. Non ricorda. Eppure suo figlio lo aveva istruito prima di uscire. E ora non ricorda nulla; ora che il destino lo mette di fronte alla scelta, lui non ricorda cosa precisamente VUOLE. L’edicolante continua imperterrito a sistemare riviste porno nel retrobottega. Torna dopo un paio di minuti e chiede beffardo:
“Allora? Ha deciso?”
E la risposta arriva risoluta e scuote le fondamenta di quell’inutile derisione.
“Dragon Ball!”
L’aveva persa, la sicurezza della sfida quasi vinta. Ora l’ha riacquistata. Sorride nuovamente, l’edicolante. E il padre comincia a chiedersi perchè. Perchè quell’omino ride scompostamente?! Anche questa volta la risposta arriva e il padre è ancora lì a chiedersi perchè le risposte più attese arrivano sempre con la crudeltà più inaspettata.
“Si, ma quale Dragon Ball? Ce ne sono venti versioni diverse!”