Archivio di February 2008

L’ultima risposta - Subsonica

Wednesday 20 February 2008

Forse quel silenzio d’immondizia in cortile,
forse quel destino spento da incatenare.
Dentro un giorno sempre uguale,
quelle luci fredde o una corsia d’ospedale.
Via da questi luoghi, via da vecchie paure,
via da questi sguardi e dalla noia volgare,
via dal pregiudizio gonfio di violenza,
dalle polveri sottili dell’indifferenza.
Come il fiore troppo raro
di un’intelligenza condannata a sfuggire.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…
Via da chi rinuncia e non ti lascia tentare,
via da chi ti infanga e non rinuncia a mentire.
In tutti quei ricatti stesi ad aspettare,
nel dispositivo umano definito amore.
La sconfitta è un’eleganza
per l’ipocrisia di chi si arrende in partenza.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…

Caos… e basta

Tuesday 19 February 2008


© abragad

Ancora non l’ho visto. Dopo l’ottima pubblicità fatta da don Niccolò Anselmi, non vedo l’ora di andare al cinema. Che poi, l’avessi fatta io quella sorta di recensione/stroncatura, nessuno si sarebbe sognato di sbatterla nella prima pagina dell’opinione pubblica nazionale! Mi rimane solo un dubbio: se faccio l’amore in piedi, vestito e senza guardare in faccia la mia partner, sfocio nella violenza?

Ipotermie

Tuesday 19 February 2008


© ko_an

Seduto con le mani in mano
sopra una panchina fredda del metrò…

Ho le mani avvolte nella sciarpa (sì, proprio in quella sciarpa così così). Mi fanno un male cane e non posso stringerle a pugno per farle riscaldare meglio perchè sennò rischierei la ricomparsa delle ferite. Ciònonostante, piano piano, con sofferenza riesco a chiuderle. E il calore si diffonde nella mia mano, i vasi sanguigni pompano liquido bollente e mi riprendo.

…sei lì che aspetti quello delle 7.30
chiuso dentro il tuo paletot…

In realtà sono le undici di sera, ti ho appena lasciata su un autobus freddo e inospitale (non fosse stato per il piccolo spazio bollente tra il tuo collo e la tua spalla, dentro il quale mi sono incuneato come un cucciolo di cane). Il mio giubotto non era adatto a questa fredda serata romana, ma non mi importa granchè. Sono altre le cose che mi interessano: i tuoi discorsi, le tue parole a volte chiarissime a volte incomprensibili, il tuo mostrarti sincera, il tuo dito indice che solleva il mio mento.

Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato
dice “Vieni in Tunisia”;
c’è un mare di velluto ed una palma
e tu che sogni di fuggire via…
di andare lontano, lontano…

Le porte si richiudono e vengo accolto nel freddo ventre di questo verme gigante. Il treno si allontana dal Colosseo e percorre i chilometri con uno sfacciato disinteresse verso ciò che provo. Le parole rimbombano ovattate nella mia testa; lo fanno con una leggerezza e una semplicità uniche. Si spostano da un punto all’altro lentamente, atterrando morbide sui miei pensieri. Come sul cotone. Poi prendono un piccolo slancio e continuano la loro perenne ascesa/discesa. Ping. Pong. Ping. Pong.

E sui binari quanta vita che è passata
e quanta che ne passerà…
E due ragazzi stretti stretti
che si fan promesse per l’eternità.

Chiedimi ancora perchè ho fatto otto chilometri per stare con te un’ora soltanto. Chiedimelo ancora. Io ti risponderò sempre allo stesso modo. E, con una punta di megalomania ed egocentrismo, potrei un giorno anche risponderti “Perchè nessuno lo ha mai fatto per te”. Ma queste cose verranno dopo. Io mi accontento del freddo, della mia corsa in Via dei Fori Imperiali, delle mie scarpe che battono velocemente il terreno (così tanto profondamente che i battiti li sento nella testa, perfino), del mio sguardo basso, del tuo sorriso, dei tuoi angoli umidi. Perchè non c’è niente di meglio di stare soli per qualche minuto, dopo. Come quando esci dal cinema e cammini in silenzio per la strada. E’ in quel momento che assorbi il film e capisci che stai vivendo una vita diversa. E non è poi così male. Basta provare a vivere la propria vita come un film. Serve una colonna sonora, due o tre attori principali e qualche comparsa. Il resto è pura regia.

Si torna fanciulli

Monday 18 February 2008


© antonionemoamato

Esperimenti con una nuova pellicola. Esperimenti azzardati. Grana grossa e colori stranissimi. Alcune sono virate in b/n per una migliore resa stilistica. Mi sono divertito un mondo a scattare foto alla mia cuginetta Alice, consapevole attrice di questo fantastico gioco. E ho scoperto che con i bambini serve farli mettere in posa, sono così iperattivi che è praticamente impossibile coglierli nel loro movimento. Il set completo per visualizzare le foto al meglio lo trovate qui. Buona visione.

Articolando

Monday 18 February 2008


© clashed

Poche impressioni di una mattina fuori.
La prima folata di vento gelido l’ho presa aspettando il 71. Poi la corsa al museo, con la borsa che mi sbatteva sul fianco destro. L’ascensore stile impero che mi porta fino al settimo piano. Il calore confortante della stanza della mia tutor. La sua apparente freddezza. I moduli spiegazzati e la mia firma incerta. Le parole, gli appuntamenti, le mille cose che dovrò fare in queste settimane. Il mio lavoro con i bambini delle scuole elementari. Il laboratorio di aquiloni. Il ricordo di un Nemo undicenne sulla terrazza della casa in campagna a tentare di far volare l’aquilone costruito con il suo sudore, mentre papà riusciva sempre a farlo salire davvero tanto. Le scale di ritorno dall’ufficio del museo. La signora di colore con le buste della spesa. Io che esco la macchina fotografica dalla borsa e comincio a scattare. Santa Maria Maggiore. La strada verso Termini. Una metropolitana affollata di gente, di visi, di corpi. E io ancora con la macchina fotografica in mano. La zingara sulla metro con al collo un bimbo di pochi mesi, gli occhi di lei stanchi di vita, i suoi movimenti affaticati e ritmici mentre conta i soldi, quel bambino che potrebbe anche non essere suo e si trova lì in base a un prestito tra madri bisognose di occhi e portafogli impietositi. La strada verso casa. La sciarpa che mi copre le mani spaccate dal freddo. L’iPod sparato a mille con le ultime canzoni dei Baustelle. La porta di casa. Mani infreddolite che cercano una chiave. La serratura che scatta. Un piede dentro. La porta chiusa con un calcio. Pensieri in testa. Dicotomie vaganti. Silenzio.

Hall Soccer

Saturday 16 February 2008


© goldenworld

Ultimo acquisto: un pallone taglia 1 da street soccer. Io e Antonio (il mio coinquilino, n.d.r.) abbiamo trasformato questo sport in Hall Soccer. Praticamente mini-calcio in corridoio! Appena rientrati a casa, abbiamo spostato l’appendiabiti e la pianta finta e la partita ha avuto inizio. Non mi divertivo così tanto da settimane. Scivolate, tackle, punizioni, perfino qualche rovesciata… La partita è finita 14 a 13 per me. Combattutissima. Ma si replicherà presto! Il tutto condito da un sms a dir poco strizza muscolo cardiaco

Uno spirito diverso

Saturday 16 February 2008


© remuz

indubitabilmente (avv.)
sinonimi: certamente, indubbiamente, infallibilmente, sicuramente, certo || vedi anche: assolutamente, di sicuro, per certo, senz’altro, senza dubbio, con certezza, e certo, e sicuro, senz’ombra di dubbio, senza fallo, e garantito, immancabilmente, di certo.

Sei me. Sì, sei me qualche mese fa. Un anno fa. Sei me impaurito, incerto, insicuro, convinto di non meritare nulla. Sei me sveglio di notte a chiedermi cosa mi tarpasse le ali, cosa non mi permettesse di lasciarmi andare. Sei me angosciato dalle mille attenzioni e, nel contempo, felice di ciò che mi stava accadendo. Sei me con la paura nel cuore mentre credevo di poter far male a qualcuno con la mia insicurezza. Ne sono uscito con calma, prendendo ciò che veniva senza chiedermi se lo meritassi o meno. L’unica strada possibile. L’unica via di fuga che non ti porterebbe lontano da me.

Di ritorno

Friday 15 February 2008


© kashlik

Una canzone di sottofondo, negativi sparsi sulla scrivania, la tazza blu opacizzata sull’orlo dalle mie labbra, i libri ammucchiati agli angoli del letto, un silenzio particolarissimo. Sono di nuovo a Roma, e si vede. Si sente. Si percepisce. Ieri sapevo di dover scrivere qualcosa sul blog, avevo un paio di intuizioni da far diventare post ma non avevo l’ispirazione necessaria per finire quel processo creativo. In una settimana non ho scritto nulla. Nessun pensiero, nessuna malinconia, nessuna preoccupazione. Ed è strano, perchè di cose da scrivere ne avevo. Ho solo preso qualche appunto circa eventuali post, e poi mi son detto che è inutile prendersi in giro: io non ho mai scritto un post per poi pubblicarlo in periodi di magra. Fatto sta che ora sono qui. E riassumo in un post una settimana di vita. Sono dunque lieto di comunicarvi che adesso so sciare; ancora non me ne ero reso conto, ma quest’anno affrontavo tutte le discese con sicurezza e spavalderia (tanto che ho quasi rischiato un ginocchio). Ero più sciolto nei movimenti e mi gettavo nelle curve a velocità impensabili fino a un anno fa.
A parte queste piccole note tecniche, c’è una cosa che rimane oscura: perchè mai mia madre, ogni anno che passa, riempie la macchina di cose inutili per una sola settimana di vacanza? Ha fatto viaggiare me e mio fratello nei sedili posteriori, compressi tra uno scatolone di roba da mangiare, due o tre cappotti di riserva, pacchi di pasta (come se ci stessimo recando a Malta, tanto per non esagerare!), scarponi da sci (lo ammetto, questa è colpa mia) e, udite udite, un pandoro. Da quanti mesi è passato Natale? E poi, perchè i produttori di pandori/panettoni/colombe non mettono una scadenza più corta? Che so… tipo che… se non lo mangi entro il 6 gennaio, soffrirai come un cane per via del mal di pancia. Comunque questo pandoro, che lo si volesse o meno, è stato il mio compagno di viaggio (immaginate cinque ore di macchina con un pandoro che, dal cruscotto del retro, continua a caderti sulla nuca con una frequenza insopportabile), finchè non ho deciso di farla finita. Abbasso il finestrino, prendo il pandoro per la collottola e tento di scaraventarlo sulla Salerno-Reggio Calabria. Non l’avessi mai fatto! Il pandoro mi viene strappato dalle mani con una violenza inaudita e pochi secondi più tardi lo vedo prendersi beffe di me, al sicuro tra le braccia di mia madre. Per inciso, ho appena saputo da mio fratello che nel viaggio di ritorno il pandoro c’era ancora… mutilo, ma c’era!
E poi, come non ricordare le solenni figure di merda che i miei parenti ci propinano ogni anno. Quest’anno è toccato a mio fratello, vittima innocente di un forsennato mobbing sciistico. Dopo la mia prima (e unica) caduta, il primo giorno, mio fratello si è preso beffe di me per due giorni consecutivi gridandomi, a mo’ di coro da stadio, Pollo! Pollo! Pollo!… Lo confesso, ho pregato affinché cadesse anche lui. Almeno una volta, senza farsi troppo male, quel poco che bastava per assaporare la mia penosa vendetta. E quel momento arriva sulla pista di rientro di Camigliatello. Sopra la pista passa l’ovovia, dettaglio non insignificante. C’è da riconoscere che la pista era battuta male ed era formata per la sua totalità da piccole palle di neve. Difficile sciare in quelle condizioni. Ma i vendicatori non hanno pietà. Grazie alle mie preghiere e (ancora di più) alle mie macumbe, mio fratello perde l’equilibrio e cade rovinosamente a terra. Io, davanti, sento un inconfondibile “Ohpporcamis…” e mi fermo di scatto. Mi giro e lo vedo ancora avvolto da una nube di neve; in lontananza, sento un suono ritmico. Sembra quasi un mantice o un martello. Il suono si avvicina sempre più e mi accorgo che proviene dalle cabine dell’ovovia. Da UNA cabina in particolare: quella che ospita i miei genitori, i miei zii e i miei due cugini. Non si tratta di un solo suono: è un tripudio di Pollo! Pollo! Pollo! rivolti a mio fratello, di pugni sbattuti sulle pareti della cabina, di sfacciate urla maschili e contenuti gridolini femminili. Al ritmo del mio trionfo, affronto l’ultimo pezzo di discesa con il sorriso sulle labbra. Non ho deriso mio fratello, non ho imbellettato la mia faccia con un sorriso ironico, non ho fatto nulla. Ho staccato gli sci dai piedi, li ho raccolti insieme alle bacchette, li ho messi sulle spalle e sono andato via consapevole che la mia vendetta si era realizzata nel migliore dei modi.
E poi ancora… ci sono novità che meritano di essere vissute prima di essere raccontate. E sebbene questo possa sembrare un bieco battage pubblicitario (me ne rendo conto), non posso far altro che lasciar parlare le mie emozioni: un centinaio di sms, lunghi minuti telefonici, un incontro particolare e bellissimo non possono essere raccontati con la solita facilità. Instillerò tutto ciò a poco a poco, come quando si usa il rum per ponchare il pan di spagna. Questo blog, con ogni probabilità, tornerà ai fasti di un tempo.

White week

Saturday 9 February 2008


© paulsahner

Un po’ di attenzione, gentilmente. Lì in fondo, per favore, facciamo un attimo di silenzio? Annuncio importante. Questo piccolo angolo di mondo (che presunzione, eh!) chiude per ferie. Una sola settimana di buio totale. Ho bisogno di sciare e scattare un bel po’ di foto. Le trasmissioni riprenderanno da Roma. Allô.

Un mucchio di giorni

Thursday 7 February 2008


© raedeke

Ho scovato nel computer un vecchio file dell’anno scorso: un calendario con tutti i miei appuntamenti di dodici mesi fa. L’ho caricato su iCal e ho fatto un tuffo nel passato. Quanto potere hanno i piccoli appunti, le mezze frasi sotto il numeretto del giorno, le crocette che stanno a indicare gli eventi già passati?! Vedere che, un anno fa, stavo preparando alcune materie ed ero felice per qualcosa che stava nascendo mi ha fatto uno strano effetto. Proprio oggi, il giorno in cui sono uscito per comprare il quadernetto che mi porterò sulla neve per continuare a scrivere il mio diario.