Archivio di febbraio 2008

Ciò che chiamiamo rosa

giovedì, 21 febbraio 2008


© hez_photography

E poi le mani che hai
vengono incontro con il tuo buon senso…

Vederti attraversare quella porta. I tuoi piedi incontro a me. Le tue mani sui miei fianchi. Appeso tutto al chiodo, ti sei ricordata di me. Di quello che probabilmente sono per te. Ti sei improvvisamente ricordata del mio calore, del mio sguardo, del mio guardarti dall’alto stupito dai tuoi movimenti. E sono state lacrime e passione, regali e indecisione, suppliche e risolutezze. Appeso tutto al chiodo, mi apprestavo a tornare alla vita. Grazie al tuo pianto profumato, alla curva del tuo cuore, alla chiave di sol che mi ha permesso di accordarmi. Ora resta il ricordo e la voglia. Il ricordo di ciò che è stato. La voglia di ciò che sarà. Nel mezzo, noi… vittime e carnefici.

Hai mai torturato qualcuno così?

La putìa #2

mercoledì, 20 febbraio 2008

Erano giorni d’agosto. Ci si svegliava presto, quando ancora i nostri genitori si strofinavano sudati tra lenzuola calde d’estate e d’amore. E noi già svegli a sgambettare nella casa piena di sole mattutino; le mani a stropicciare gli occhi, un ditino che superava l’elastico del pantaloncino e grattava la pelle del fondoschiena, il rumore della plastica che avvolgeva le crostatine (pronte a finire al più presto nella bocca di mia cugina), il latrato di un cane chissà dove nella campagna. Ci si lavava tutti insieme nel bagno minuscolo, tra una piccola rissa per il possesso dell’asciugamano e qualche risata soffocata per non svegliare i grandi. E poi le biciclette, il vento tra i capelli, il sole sulla pelle e nessun pensiero in testa. Così come sanno essere solo i bambini. Ci perdevamo per le strade di campagna, tra l’odore dell’erba secca e l’aspro sapore della saliva nelle nostre bocche. Gli zoccoli di legno, quelli con la fibia in cuoio. Le magliette sdrucide, consumate dalle tarme che si rintanavano nei cassetti della casa di campagna. Magliette sempre fresche di bucato, ma con qualche forellino in più… Ma sì, siamo in campagna; chi vuoi che noti qualche buchetto in più o in meno! Io tenevo sempre un polsino giallo con la cerniera, un gadget dei mondiali del 1990: ci mettevo i soldini prima di uscire di casa. Tre, quattromila lire al massimo. E su quei pedali durissimi ci recavamo al panificio del paese più vicino. Ogni mattina. Di ogni agosto passato in campagna. E compravamo sempre le stesse cose: 8 panini all’olio e 4 ciambelline con lo zucchero a velo. Il ritorno verso casa con la busta di carta marrone tenuta tra i denti, con quell’odore di pane caldo che ti si infilava nelle piccole narici. Con quell’odore di pane caldo che l’avresti ricordato anche a distanza di quindici anni. Con quell’odore di pane caldo che lo vorresti sentire anche adesso. Dopo quindici anni.

L’ultima risposta – Subsonica

mercoledì, 20 febbraio 2008

Forse quel silenzio d’immondizia in cortile,
forse quel destino spento da incatenare.
Dentro un giorno sempre uguale,
quelle luci fredde o una corsia d’ospedale.
Via da questi luoghi, via da vecchie paure,
via da questi sguardi e dalla noia volgare,
via dal pregiudizio gonfio di violenza,
dalle polveri sottili dell’indifferenza.
Come il fiore troppo raro
di un’intelligenza condannata a sfuggire.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…
Via da chi rinuncia e non ti lascia tentare,
via da chi ti infanga e non rinuncia a mentire.
In tutti quei ricatti stesi ad aspettare,
nel dispositivo umano definito amore.
La sconfitta è un’eleganza
per l’ipocrisia di chi si arrende in partenza.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
Libera quanto basta per…
dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Libera quanto basta per…

Caos… e basta

martedì, 19 febbraio 2008


© abragad

Ancora non l’ho visto. Dopo l’ottima pubblicità fatta da don Niccolò Anselmi, non vedo l’ora di andare al cinema. Che poi, l’avessi fatta io quella sorta di recensione/stroncatura, nessuno si sarebbe sognato di sbatterla nella prima pagina dell’opinione pubblica nazionale! Mi rimane solo un dubbio: se faccio l’amore in piedi, vestito e senza guardare in faccia la mia partner, sfocio nella violenza?

Ipotermie

martedì, 19 febbraio 2008


© ko_an

Seduto con le mani in mano
sopra una panchina fredda del metrò…

Ho le mani avvolte nella sciarpa (sì, proprio in quella sciarpa così così). Mi fanno un male cane e non posso stringerle a pugno per farle riscaldare meglio perchè sennò rischierei la ricomparsa delle ferite. Ciònonostante, piano piano, con sofferenza riesco a chiuderle. E il calore si diffonde nella mia mano, i vasi sanguigni pompano liquido bollente e mi riprendo.

…sei lì che aspetti quello delle 7.30
chiuso dentro il tuo paletot…

In realtà sono le undici di sera, ti ho appena lasciata su un autobus freddo e inospitale (non fosse stato per il piccolo spazio bollente tra il tuo collo e la tua spalla, dentro il quale mi sono incuneato come un cucciolo di cane). Il mio giubotto non era adatto a questa fredda serata romana, ma non mi importa granchè. Sono altre le cose che mi interessano: i tuoi discorsi, le tue parole a volte chiarissime a volte incomprensibili, il tuo mostrarti sincera, il tuo dito indice che solleva il mio mento.

Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato
dice “Vieni in Tunisia”;
c’è un mare di velluto ed una palma
e tu che sogni di fuggire via…
di andare lontano, lontano…

Le porte si richiudono e vengo accolto nel freddo ventre di questo verme gigante. Il treno si allontana dal Colosseo e percorre i chilometri con uno sfacciato disinteresse verso ciò che provo. Le parole rimbombano ovattate nella mia testa; lo fanno con una leggerezza e una semplicità uniche. Si spostano da un punto all’altro lentamente, atterrando morbide sui miei pensieri. Come sul cotone. Poi prendono un piccolo slancio e continuano la loro perenne ascesa/discesa. Ping. Pong. Ping. Pong.

E sui binari quanta vita che è passata
e quanta che ne passerà…
E due ragazzi stretti stretti
che si fan promesse per l’eternità.

Chiedimi ancora perchè ho fatto otto chilometri per stare con te un’ora soltanto. Chiedimelo ancora. Io ti risponderò sempre allo stesso modo. E, con una punta di megalomania ed egocentrismo, potrei un giorno anche risponderti “Perchè nessuno lo ha mai fatto per te”. Ma queste cose verranno dopo. Io mi accontento del freddo, della mia corsa in Via dei Fori Imperiali, delle mie scarpe che battono velocemente il terreno (così tanto profondamente che i battiti li sento nella testa, perfino), del mio sguardo basso, del tuo sorriso, dei tuoi angoli umidi. Perchè non c’è niente di meglio di stare soli per qualche minuto, dopo. Come quando esci dal cinema e cammini in silenzio per la strada. E’ in quel momento che assorbi il film e capisci che stai vivendo una vita diversa. E non è poi così male. Basta provare a vivere la propria vita come un film. Serve una colonna sonora, due o tre attori principali e qualche comparsa. Il resto è pura regia.

Si torna fanciulli

lunedì, 18 febbraio 2008


© antonionemoamato

Esperimenti con una nuova pellicola. Esperimenti azzardati. Grana grossa e colori stranissimi. Alcune sono virate in b/n per una migliore resa stilistica. Mi sono divertito un mondo a scattare foto alla mia cuginetta Alice, consapevole attrice di questo fantastico gioco. E ho scoperto che con i bambini serve farli mettere in posa, sono così iperattivi che è praticamente impossibile coglierli nel loro movimento. Il set completo per visualizzare le foto al meglio lo trovate qui. Buona visione.

Articolando

lunedì, 18 febbraio 2008


© clashed

Poche impressioni di una mattina fuori.
La prima folata di vento gelido l’ho presa aspettando il 71. Poi la corsa al museo, con la borsa che mi sbatteva sul fianco destro. L’ascensore stile impero che mi porta fino al settimo piano. Il calore confortante della stanza della mia tutor. La sua apparente freddezza. I moduli spiegazzati e la mia firma incerta. Le parole, gli appuntamenti, le mille cose che dovrò fare in queste settimane. Il mio lavoro con i bambini delle scuole elementari. Il laboratorio di aquiloni. Il ricordo di un Nemo undicenne sulla terrazza della casa in campagna a tentare di far volare l’aquilone costruito con il suo sudore, mentre papà riusciva sempre a farlo salire davvero tanto. Le scale di ritorno dall’ufficio del museo. La signora di colore con le buste della spesa. Io che esco la macchina fotografica dalla borsa e comincio a scattare. Santa Maria Maggiore. La strada verso Termini. Una metropolitana affollata di gente, di visi, di corpi. E io ancora con la macchina fotografica in mano. La zingara sulla metro con al collo un bimbo di pochi mesi, gli occhi di lei stanchi di vita, i suoi movimenti affaticati e ritmici mentre conta i soldi, quel bambino che potrebbe anche non essere suo e si trova lì in base a un prestito tra madri bisognose di occhi e portafogli impietositi. La strada verso casa. La sciarpa che mi copre le mani spaccate dal freddo. L’iPod sparato a mille con le ultime canzoni dei Baustelle. La porta di casa. Mani infreddolite che cercano una chiave. La serratura che scatta. Un piede dentro. La porta chiusa con un calcio. Pensieri in testa. Dicotomie vaganti. Silenzio.

Hall Soccer

sabato, 16 febbraio 2008


© goldenworld

Ultimo acquisto: un pallone taglia 1 da street soccer. Io e Antonio (il mio coinquilino, n.d.r.) abbiamo trasformato questo sport in Hall Soccer. Praticamente mini-calcio in corridoio! Appena rientrati a casa, abbiamo spostato l’appendiabiti e la pianta finta e la partita ha avuto inizio. Non mi divertivo così tanto da settimane. Scivolate, tackle, punizioni, perfino qualche rovesciata… La partita è finita 14 a 13 per me. Combattutissima. Ma si replicherà presto! Il tutto condito da un sms a dir poco strizza muscolo cardiaco