L’amaca - 3 febbraio 2008
di Michele Serra
È durata su per giù ventiquattro ore, meno di uno yogurt, l’incresciosa notizia che la festa di Sant’Agata a Catania (una delle maggiori feste cattoliche del pianeta) è cogestita dalle cosche mafiose. Vista la prorompente loquacità della Chiesa a proposito di tutti o quasi gli aspetti della vita civile nazionale, ci si sarebbe aspettato qualche solenne pronunciamento: non è esattamente “normale” che la malavita sia così cristianamente attiva da affiancare le autorità religiose e civili nella devozione a Sant’Agata. Per altro, se si eccettua il ricordo della durissima (e isolata) invettiva di Giovanni Paolo II in Sicilia, le gerarchie ecclesiastiche non sembrano troppo scosse, né scandalizzate, dalla promiscuità indiscutibile tra mafia e tradizione cattolica. Dal primo boss all’ultimo picciotto, i santini sul comodino e il segno della croce sembrano parte integrante dell’identità mafiosa.
Ma lo scandalo, evidentemente, è di noi miscredenti, ai quali non pare vero che il Vangelo possa essere bestemmiato da certi ceffi. La Chiesa dev’essere troppo impegnata a scrutare nelle provette e a vigilare sui costumi sessuali degli italiani per avere tempo di occuparsi dei mafiosi devoti.




7 February 2008 alle 15:27
BIIIIIIIIP. Censura. Ma come minchia ti permetti proprio tu… tu siciliano che di queste cose dovresti essere ben addentro… di diffondere un simile articolo che osa porre nella stessa frase la mafia e la Chiesa? Attento che finisci pure tu condannato a morte come si fa nel finalmente democratizzato Afghanistan!
La mafia non esiste, ricorda. Sant’Agata sì. Tutti devoti, tutti.
7 February 2008 alle 15:36
@Brambri: ahahah… sto morendo dalle risate, ti giuro… Evviva Sant’Ajta! ;)